Articoli marcati con tag ‘Enrico Letta’

Qualcosa si muove nel Pd

mercoledì, 14 aprile 2010

Tre anni sono un lasso di tempo più che sufficiente per riuscire a risalire la china. A patto che, naturalmente, li si impieghi per correggere il passo e per prendere le distanze dalla fallimentare esperienza – culturale ancor prima che politica – dell’ultimo governo Prodi.

Il Pd non ha bisogno di un nuovo segretario, di un nuovo gruppo dirigente, di un nuovo assetto organizzativo: il Pd, prima di tutto, ha bisogno di un’identità, di un progetto, di un’idea di società di cui farsi promotore. Precisamente ciò di cui pare esser privo. Non a caso la migliore spiegazione del recente insuccesso elettorale del partito, è stata questa:

Forse non ci votano o non ci votano più semplicemente perché non sanno, votando noi, cosa votano” (Beppe Fioroni).

A Largo del Nazareno, tuttavia, qualcosa inizia a muoversi. E inizia a prendere corpo una diffusa consapevolezza. Così riassumibile: il Pd è percepito come il partito delle tasse e di chi ignora il problema dell’immigrazione clandestina; bisogna cambiare rotta.

Nicola Latorre:

La ricerca spasmodica di nuove forme organizzative è una risposta inadeguata, serve una svolta di fondo. Il Pd, che è nato per cambiare il Paese, ha fatto battaglie rispettabili, ma conservatrici”.

Dobbiamo avere il coraggio di dire che la pressione fiscale così alta e le modalità di riscossione vanno ripensate. E non possiamo più essere quelli che difendono lo Stato assistenziale”.

Enrico Letta:

La situazione è grave. Continua a non funzionare il nostro dialogo con la parte più produttiva del Paese (…)”.

Non funzionano le nostre parole d’ordine su fisco e immigrazione. Continuiamo a essere percepiti come il partito che non si preoccupa dei flussi migratori e che considera le tasse «bellissime»”.

Vinicio Peluffo, deputato lombardo del Pd:

“Dobbiamo darci un programma chiaro con il quale parlare ai cittadini”.

Partiamo dall’immigrazione. Noi diciamo sì all’integrazione e a una nuova legge sulla cittadinanza, ma dobbiamo anche dire che sui doveri non si transige. Chi sbaglia, insomma, paga”.

Sui temi prettamente economici, poi:

Partiamo dal welfare da riformare e adottiamo la risposta del professor Ichino, il contratto unico, che diventa con il passare dei mesi a tempo indeterminato, e supera la dicotomia tra lavoratori che hanno diritti e altri che non ne hanno. Ma sull’economia dobbiamo mettere dei paletti…”.

È ovvio che noi riformisti pensiamo alle riforme. Ma queste hanno un costo. Noi dobbiamo evidenziare con chiarezza che si fanno senza alzare le tasse e senza aumentare il debito pubblico. I nostri capisaldi sono la lotta all’evasione fiscale ed i tagli alle spese inutili”.

Magari gli esponenti del Partito democratico potrebbero anche dare una scorsa al manifesto del Labour presentato da Gordon Brown. In esso, infatti, sono contenuti spunti interessanti:

Poiché crediamo che venire nel Regno Unito sia un privilegio e non un diritto, romperemo l’automatismo fra la permanenza per un determinato periodo e la possibilità di ottenere la cittadinanza. In futuro restare qui dipenderà dal sistema a punti e l’accesso ai benefici sociali sarà progressivamente riservato ai cittadini britannici e ai residenti permanenti”.

I migranti che parlano inglese in modo fluente trovano impiego con maggiore probabilità e s’integrano più facilmente. Così renderemo il nostro test d’inglese più duro”.

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Ogni promessa è debito

sabato, 13 marzo 2010

Enrico Letta ieri garantiva:

Chi attacca il Colle (nel corso della manifestazione contro il decreto salva-liste, ndr) rompe con noi. Se ci saranno parole fuori luogo i rapporti con quelle forze politiche si devono considerare interrotti. Sono fuori dall’alleanza”.

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Il blog di Renata Polverini



Uniti sempre e su tutto

mercoledì, 20 gennaio 2010

Il centrosinistra è sempre molto coeso, e il “caso Puglia” ne è una prova.

Nichi Vendola:

Penso che la maggior parte dei militanti, dei simpatizzanti del popolo del centrosinistra voterà me proprio perché vuole vincere, vuole vincere non le primarie, vuole vincere le secondarie”.

Il rischio è che un centrosinistra allargato ma orfano di una guida che è conosciuta e che è entrata fortemente nell’immaginario popolare possa andare incontro ad una sconfitta”.

Francesco Boccia:

La sinistra siamo noi. Quella democratica, quella popolare, quella che si occupa sia degli operai che dei piccoli e piccolissimi imprenditori, quelli che hanno 5 o 6 dipendenti. E che non ce la fanno più”.

Enrico Letta:

Le primarie non sono una rivincita personalistica tra Nichi Vendola e Francesco Boccia. Sono il confronto tra due ipotesi diverse. Vendola va al voto con una minicoalizione e abbiamo già fatto la prova alle politiche del 2008. Abbiamo perso. E perderemmo anche in Puglia. Con Vendola si vuole andare all’opposizione. Boccia, invece, mette in campo una nuova coalizione larga e unita”.

Massimo D’Alema:

Non facciamo la campagna contro Vendola ma una campagna per una nuova coalizione più ampia e per un giovane. Boccia ha 10 anni meno di Vendola. È anche un passaggio di testimone a una generazione più giovane che può dare alla Puglia una prospettiva di una alleanza democratica ampia che arriva fino al centro moderato. Noi guardiamo al futuro. Questa non è una campagna recriminatoria. Boccia si presenta come un candidato in grado di costruire attorno a sé un’alleanza vincente”.

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Il silenzio-suicidio di Bersani

lunedì, 30 novembre 2009

Pier Luigi Bersani foto

Ha sicuramente ragione Enrico Letta, persona intelligente e ragionevole, quando afferma:

Non basta l’uscita di scena di Berlusconi per riportare il Pd al governo. Bisogna invece sciogliere i nodi del centrosinistra, superare le nostre contraddizioni, seminare e poi vincere culturalmente, ancor prima che elettoralmente, prendendo atto che la nostra sconfitta è stata soprattutto culturale”.

È proprio così: il Partito democratico ha bisogno, più di ogni altra cosa, di una renovatio culturale. Ha bisogno, cioè, di definire la propria identità programmatica attorno a posizioni – idee, valori, comportamenti – che rompano con il proprio passato.

Il problema, però, è che il Pd non sembra affatto muoversi in questa direzione. Non ci sono segnali, in tal senso.

Anzi, in alcuni casi pare prevalgano ancora le “cattive” abitudini di un tempo.

Pensiamo al cosiddetto processo breve e alla liberalizzazione dell’acqua: in entrambi i casi, i dirigenti del Pd non hanno fatto altro che berciare e demonizzare i due provvedimenti; utilizzando, more solito, la menzogna come strumento di lotta politica.

Ci si domanda: ha senso presentare due proposte di legge per introdurre il processo breve, e poi attaccare il centrodestra perché vuole fare la stessa cosa?

Ha senso contestare la liberalizzazione dell’acqua, utilizzando il più subdolo e becero degli argomenti, quello secondo cui grazie ad essa si privatizzerebbe “il prezioso liquido” (cosa più che falsa); a maggior ragione visto che, nella precedente legislatura, si è presentato un disegno di legge per conseguire lo stesso obiettivo?

Ovviamente no: non ha senso alcuno, comportarsi in questo modo. Anche perché, così facendo, non si mostra alcuna volontà di superare le proprie “contraddizioni”, come ha detto Letta.

La questione, però, è che la strategia di Bersani sembra essere profondamente diversa da quella che suggerisce il suo vice.

Sembra, infatti, che il leader del Pd non voglia affatto “sciogliere i nodi e le contraddizioni” del suo partito. Anzi: sembra quasi voglia approfittare di una certa ambiguità, per tenere assieme capra e cavoli.

Mi spiego.

Da quando è divenuto segretario, Bersani si è imposto, questo sembra, una regola: parlare il meno possibile, esternare lo stretto indispensabile.

Chiunque, a cominciare da chi lo ha votato, non ha ancora capito quale siano le sue posizioni, e quale identità egli voglia dare al partito.

Nessuno sa, ad esempio, cosa pensi dell’innalzamento dell’età pensionabile. Una questione che, prima o poi, tornerà al centro del dibattito politico, perché la crisi economica internazionale – e la disoccupazione che essa ha prodotto – rischia di mettere seriamente in pericolo la tenuta dei nostri conti pensionistici, e di anticipare il fenomeno noto come “gobba” previdenziale.

La rupture culturale evocata da Letta, imporrebbe al Pd di pronunciare un mea culpa, in materia; visto che nella scorsa legislatura esso ha contribuito all’approvazione della controriforma delle pensioni. Avverrà mai? Bersani si cospargerà il capo di cenere, e riconoscerà che il suo partito ha commesso un grave errore?

Ne dubitiamo, e per un motivo: con i suoi silenzi, Bersani sta mostrando di non avere alcuna intenzione di attribuire al Pd un’identità precisa, chiara, distinguibile e marcata.

Bersani, questa è la sua strategia, pensa che per tenere assieme gli ex Ds e gli ex Margherita – capra e cavoli, per l’appunto – occorra fare una cosa soltanto: essere ambigui, non esprimere posizioni nette, evitare di scegliere. Allo stesso modo, egli crede che questo escamotage possa far lievitare i consensi del Pd.

Ma è una pia illusione: se è vero che nell’immediato, l’ambiguità può premiare il suo partito – perché in quest‘ultimo, ciascun elettore può illudersi di trovare qualcosa di condivisibile, visto che non ha un’identità marcata e netta -, nel lungo periodo questa scelta può rivelarsi perdente.

Per fare un esempio: nella parte più produttiva del Paese, il Lombardo-Veneto, il Pd è ridotto ai minimi termini. Viene guardato con assoluta diffidenza perché, giocoforza, esso appare agli occhi degli elettori – memori della funesta esperienza rappresentata dal governo Prodi -, come il partito delle tasse, il partito di Vincenzo Visco e Padoa Schioppa, il partito degli studi di settore che hanno stuprato fiscalmente centinaia di migliaia di piccoli imprenditori.

Ecco, senza il Lombardo-Veneto, non si vincono le elezioni politiche. Ma se non si chiarisce agli imprenditori di quest’area cosa si intenda fare in materia fiscale, non se ne ottengono i voti.

Per questo, appare miope la scelta di Bersani. Per questo, “scegliere di non scegliere”, e non esprimere posizioni chiare, è un suicidio politico. Perché è un inganno.

E, come diceva un saggio: “Si possono ingannare poche persone per molto tempo o molte persone per poco tempo. Ma non si possono ingannare molte persone per molto tempo”.

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Rischio scissione nel Pd: i cattolici pronti a traslocare nell’Udc

lunedì, 13 aprile 2009

Sembravano illazioni, quelle che accreditavano – fino a qualche tempo fa – come possibile una scissione in casa Pd. Ora, invece, appaiono come qualcosa di ben più concreto. Quasi una certezza.

A far precipitare le cose, e a mettere in agitazione i cattolici piddini, sono stati essenzialmente due fattori: la decisione di Franceschini di far adottare al partito una “posizione unica”, in tema di testamento biologico (cosa che ha di molto irritato persone come la Binetti, ma non solo); e dall’altra il “varo”, da parte di Pier Ferdinando Casini, del cosiddetto Partito della Nazione: il progetto neocentrista, che ai credenti del Pd offrirebbe un approdo sicuro, dove poter esprimere e vivere la propria identità cristiana, senza sentirsi ospiti – mal accetti – in casa d’altri (cosa che, negli ultimi tempi, a loro giudizio è avvenuta troppo spesso).

Non si tratta più d’illazioni, si diceva. E ciò perché alcuni esponenti del partito hanno iniziato a pronunciare parole chiare, circa l’ipotesi di una loro confluenza all’interno del partito di Casini.

La prima è stata la senatrice teodem, Paola Binetti:

Se l’input è semplicemente “venite con noi”, non è sufficiente. Se si dovesse dire sediamoci intorno a un tavolo e creiamo un soggetto nuovo, beh, come dicono a Roma: se po ‘ffa”.

Anche perché, ha aggiunto la numeraria dell’Opus Dei, diversi bocconi amari hanno dovuto deglutire, ultimamente, i cattolici del Pd:

Primo fra tutti, sul testamento biologico, la trasformazione della posizione prevalente in posizione unica. E poi la partecipazione di Franceschini alla manifestazione della Cgil, che non è stata il massimo”.

Poi è stata la volta di Enrico Letta:

Questo bipolarismo è finito. L’elettorato non è bipolare, ma tripolare: diviso non tra destra e sinistra ma tra progressisti, moderati e populisti”.

Si tratta di unire progressisti e moderati, in un patto che non potrà includere né la Lega da una parte, né Di Pietro e i comunisti dall’altra. Dobbiamo costruire un nuovo Centro-sinistra: con la C di Centro maiuscola. Con un terzo dei voti non si vince: è evidente che dobbiamo rispacchettare tutto”.

Il Pd, così com’è, è condannato alla sconfitta: non a caso, come ha fatto notare per primo Marc Lazar, il suo insediamento elettorale coincide in modo impressionante con quello del Pci di trent’anni fa. Si tratta di andare oltre questo Pd, e anche oltre l’alleanza con Casini. Uscire dalla riserva indiana dei perdenti, e cambiare il sistema”.

Poi è stato il turno di Enzo Carra, altro teodem del Pd:

Già adesso il Pd può fare a meno di me e di altri come me. Se poi un giorno sarà guidato da qualcuno che viene dalla tradizione marxista (leggi: Bersani, ndr), l’idea dell’amalgama tra laici e cattolici finisce. Si vedrà tra giugno e ottobre…”.

Ancora la Binetti:

Le dimissioni di Veltroni erano l’inizio del progetto di spostamento a sinistra del partito. Adesso sono stati candidati Cofferati e Bettini. E i nostri candidati per l’Europa quando arrivano? Franceschini è diventato segretario con un preciso mandato: garantire il pensiero Ds”.

Io vorrei al contrario, che Pd e Udc si attrezzassero per una collaborazione efficace e di governo”.

Sempre la Binetti:

Questo partito nella sua fondazione ha fatto delle promesse: dare vita a una forza politica capace di fare la sintesi tra la migliore tradizione del cattolicesimo orientato in senso sociale – la storia della Democrazia Cristiana che aveva la sua anima più vibrante verso le riforme sociali – e la cultura del Partito Comunista prima e poi Pds e Ds. Una sfida ardua ma molto alta. Mentre su alcuni temi sociali è facile ma anche creativo e costruttivo creare delle sintesi, come il no alle ronde e il sì all’integrazione degli immigrati; viceversa, su altre questioni, ancora oggi una parte di quella sensibilità che si riconosce nella cultura con radici cristiane viene mantenuta sottotono”.

Non ho condiviso lo sforzo che si è chiesto a tutti i cattolici di omologarsi a una sola scelta sul testamento biologico, che ha trasformato una posizione prevalente in una posizione unica. Una trentina di persone al Senato hanno mostrato attenzione ai temi della vita, poi tutti hanno votato contro tranne due. Questo pressing non mi è piaciuto. E non sono stata affatto entusiasta, per non dire critica, per la partecipazione di Franceschini alla manifestazione della Cgil, dove quella piazza vista in televisione era rossa (anche se il segretario ha parlato di unità del sindacato). Molte perplessità anche sull’approdo europeo; è vero che si dice che non andremo nell’Internazionale Socialista, ma è ancora tutto fumoso. Insomma, ci sono molti elementi che dimostrano che quando ci si avvicina a questioni che hanno stigma ben precise, in cui si valuta che posto occupa la specifica tradizione culturale che ha radici cristiane, diventa prevalente a volte in modo schiacciante la cultura dei Ds. Questo mi preoccupa di fronte a un partito nuovo chiamato a fare sintesi e non vorrei che in realtà fosse un assorbimento”.

Quanto alla possibilità di confluire nell’Udc, conclude la Binetti:

Va prima verificato che il nuovo Centro abbia la forza per incidere”.

Entro ottobre ne vedremo delle belle.

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