Articoli marcati con tag ‘Finanziamenti illeciti al Pci’

D’Alema, il bue che dà del cornuto all’asino

giovedì, 22 luglio 2010

Massimo D’Alema è uno dei politici più laidi della sinistra italiana. Uno dei più ipocriti.

Non a caso oggi, parlando delle vicende giudiziarie che coinvolgono Verdini ed altri esponenti del Pdl, ha dichiarato:

Emerge intorno al potere berlusconiano una rete di interessi, una rete affaristica che appare come un vero e proprio sistema di potere. Non si tratta di casi singoli come dice il premier ma di qualcosa che assomiglia alla rete degli anni ’90”.

Questa vicenda fa venire alla luce la crisi di un sistema di potere, la crisi di un governo, la crisi di un leader che ha riportato il Paese agli standard di corruzione della vecchia Italia, della tanto vituperata prima Repubblica”.

Ecco, che queste cose le dica un percettore reo confesso di finanziamenti illeciti per il Pci; un politico che non è finito in galera, dopo aver intascato una mazzetta da 20 milioni di lire (nel 1985), solo grazie alla decorrenza dei termini di prescrizione; un birbaccione che si è portato in Parlamento, facendolo diventare prima senatore e poi sottosegretario del proprio governo, il pubblico ministero che lo aveva indagato e che, tra l‘altro, per inspiegabili motivi aveva ritenuto di non doverlo processare anche per altri finanziamenti illeciti (dell’ammontare di 60 milioni di lire): ecco, che queste cose le dica uno come D’Alema, francamente, è troppo.

Le puttane non facciano la morale alle educande.

Io consegnai personalmente a D’Alema 20 milioni in contanti in una busta bianca durante una cena a casa mia. Ma non finì lì. In altre due occasioni gli diedi due finanziamenti illeciti da 15 milioni che gli portai al consiglio regionale. Successivamente gli feci avere altre due tranche sempre da 15: in tutto 80 milioni di lire”.

Nell’agenda inizialmente annotai il nome “D’Alema“ poi, vista la cresciuta confidenza, lo indicai coma “Massimo”. Maritati (il pubblico ministero che indagava su D’Alema, e che questi successivamente fece diventare senatore e poi sottosegretario, ndr) non mi ha creduto”, Francesco Cavallari, imprenditore.

Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti, e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci. Con riferimento all’episodio riguardante l’illecito finanziamento al Pci, l’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato”, Concetta Russi, giudice per l’udienza preliminare.

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Camelot Destra

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Arrestato l’ex vice governatore della Puglia, Sandro Frisullo. Solidarietà a lui

giovedì, 18 marzo 2010

Se fosse stato arrestato il giorno dopo la chiusura delle urne, qui nemmeno si sarebbe commentata la notizia; o, quantomeno, il commento sarebbe stato ben diverso. Il problema è che Sandro Frisullo, l’ex vice di Vendola alla guida della Regione Puglia, è stato arrestato a 10 giorni dal voto, e ciò rischia di incidere pesantemente sull’esito del medesimo. Ed è intollerabile: per ragioni di principio, ma non solo.

E’ intollerabile perché Frisullo è stato tradotto in carcere non perché a suo carico sia stata emessa una sentenza definitiva di condanna (nel qual caso nessuno avrebbe proferito verbo), ma perché gli si è applicato il regime di custodia cautelare, la carcerazione preventiva; e quest’ultima, come dovrebbe essere noto, può essere autorizzata in tre casi: pericolo di fuga, di inquinamento delle prove e di reiterazione del reato.

Siccome, però, Frisullo è sotto indagine da circa un anno, ci si chiede: se avesse voluto fuggire, non l’avrebbe già fatto? Se avesse voluto inquinare le prove, non ne avrebbe già avuto tutto il tempo? E visto che non è più vice presidente della Regione Puglia, e quindi non dispone più del potere che gli avrebbe consentito di commettere i reati che la Procura di Bari gli addebita, come cacchio avrebbe potuto reiterare il reato – o i reati – di cui è accusato? E’ un mistero.

E’ intollerabile l’arresto di Frisullo, inoltre, perché puzza di “operazione politica”; d’altra parte la Procura di Bari, e non da oggi, è come la Procura di Milano: agisce sulla base di interessi politici ben precisi; è costituita quasi per intero da “militanti” di Magistratura Democratica; e condanna o assolve a seconda del volere e della convenienza di alcuni signorotti che spadroneggiano – e da troppo tempo – in quel di Puglia.

Alcune vicende possono aiutare a spiegare quanto su asserito: Michele Emiliano, quando era pubblico ministero in quella Procura, mise sotto indagine alcuni fedelissimi di D’Alema (il satrapo di Puglia) con un’inchiesta denominata “Arcobaleno”. “Naturalmente” – nel senso che diversamente non poteva andare (diciamo francamente) – gli amici di D’Alema, alla fine dell’indagine, furono dal primo all’ultimo tutti scagionati. E il buon Emiliano venne ricompensato con la candidatura a Sindaco di Bari. Mera coincidenza.

Correva l’anno 1994. Un altro pubblico ministero di quella Procura, Alberto Maritati, stava indagando su alcuni presunti illeciti commessi a danno della sanità regionale. Per questo motivo ebbe ad imbattersi nell’imprenditore Francesco Cavallari: considerato da tutti, allora, il Ras della Sanità pugliese. Costui, per aggiudicarsi appalti ed altro, “oliava” i partiti di quella Regione, e i politici che li governavano. E olia oggi, e olia domani, il Cavallari finì per oliare – con 20 milioni di lire destinati al Pci pugliese – Massimo D’Alema: lo statista de noantri.

Baffino, e lo confessò in Tribunale, da Cavallari aveva accettato di buon grado il finanziamento illecito di cui sopra. Siccome, però, la “dazione” era stata fatta nel 1985, e da allora erano trascorsi molti anni, il reato finì in prescrizione prima ancora che il processo giungesse a conclusione; per questo motivo, Massimino D’Alema fu esonerato dall’onere di far visita alle patrie galere. Maritati, il pubblico ministero di quel processo, invece, chissà perché – ripetete con me: chissà perché! – anni dopo fu “nominato” da D’Alema senatore dei Ds, prima, e poi sottosegretario nel suo governo (oggi è senatore del Pd). Una mera coincidenza, naturalmente. Come nient’altro che una coincidenza è il fatto che Cavallari, nell’agosto del 2009, intervistato da Panorama abbia dichiarato (senza venire successivamente né smentito né querelato dai chiamati in causa):

Io consegnai personalmente a D’Alema 20 milioni in contanti in una busta bianca durante una cena a casa mia. Ma non finì lì. In altre due occasioni gli diedi due finanziamenti illeciti da 15 milioni che gli portai al consiglio regionale. Successivamente gli feci avere altre due tranche sempre da 15: in tutto 80 milioni di lire”.

Ma nell’inchiesta si è sempre parlato solo di 20 milioni (sottolinea il giornalista).

E Cavallari:

Nell’agenda inizialmente annotai il nome “D’Alema“ poi, vista la cresciuta confidenza, lo indicai coma “Massimo”. Maritati non mi ha creduto”.

Ecco, se disponessimo dell’immunità/impunità parlamentare di cui si avvale Di Pietro per calunniare e diffamare chiunque, senza patirne le conseguenze, aggiungeremmo altro; siccome, però, ne siamo privi, ci asterremo dal commentare questo inquietante episodio.

Andiamo avanti.

Sempre l’ex pm pugliese Alberto Maritati, l’intimo amico e “salvatore” di Massimino D’Alema, sarebbe al centro del complotto (su cui oggi s’indaga) ordito ai danni del Cavaliere, e concretatosi – come ricordiamo tutti – nella visita a Palazzo Grazioli della escort Patrizia D’Addario: la damigella di registratore munita. A dirlo non è il sottoscritto, ma Maicol Travaglio: l’ex dipendente di Berlusconi poi passato all’altra sponda (e in tutti i sensi).

E, guarda caso, proprio l’amichetto di Maritati, Massimino D’Alema, pochi giorni prima che scoppiasse l’affaire D’Addario apertis verbis lasciava intendere di essere già al corrente di tutto:

L’opposizione sia pronta in caso di scosse”.

Nella vicenda italiana potranno avvenire delle scosse anche perché Berlusconi non è uomo che accetti il declino politico e umano, animato com’è da un mito dell’eterna giovinezza, miti sempre pericolosi”.

Ciò richiede che l’opposizione sia in grado di assumersi le proprie responsabilità e anche che sia nella pienezza delle sue funzioni”.

La Procura di Bari indagava sulla D’Addario; Maritati, avendo lavorato nella stessa e conservando ancora vividi rapporti amicali con alcuni inquirenti lì impiegati, da uno – o più – di essi ricevette la “soffiata”; la spifferò, quindi, al “compagno di prebende” D’Alema; e quest’ultimo, alla fine, non riuscì a fare a meno di divulgarla urbi et orbi con la dichiarazione summenzionata (uno più uno, dalle mie parti, fa solo e soltanto due).

Per tutte queste ragioni, qui si è convinti che se oggi, a 10 giorni dalle votazioni, la Procura di Bari ha deciso di arrestare Frisullo, non è perché ragioni tecnico-giuridiche lo rendessero necessario.

Se oggi, a 10 giorni dalle votazioni, si è arrestato Frisullo, è solo perché si voleva aiutare qualcuno. E questo qualcuno, che sta a sinistra, aveva bisogno di qualcosa che danneggiasse Vendola (di cui Frisullo è stato vice), mettendolo in difficoltà, per rendergli – quantomeno – più ardua la riconferma in Puglia (un “laboratorio politico”, per taluni).

Per questo motivo, qui non si può che esprimere solidarietà a Sandro Frisullo.

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Il più pulito aveva la rogna

lunedì, 4 gennaio 2010

Napolitano, D'Alema e Occhetto foto

Giampaolo Pansa, Il Riformista:

“(…) Alla fine, gli unici partiti estranei al sistema di finanziamento illecito risultarono il Msi e i radicali. Non certo il Partitone Rosso, ovvero il Pci-Pds, allora guidato da Achille Occhetto.

In seguito, per anni e anni, i dirigenti di quel partito, e i giornali che li sostenevano, si affannarono a convincerci che le Botteghe Oscure e le loro strutture periferiche erano più bianche del bianco. Ma non era vero. Il Pci aveva sempre vissuto anche di fondi neri. Non alludo soltanto ai continui finanziamenti dall’Unione Sovietica. Parlo di vere e proprie mazzette, spesso molto consistenti.

(continua…)

D’Alema conosce Tarantini e ha partecipato alla cena da lui offerta. Siccome ha mentito, deve dimettersi

venerdì, 11 settembre 2009

Due menzogne colossali in meno di cinque giorni. Per carità: non desta meraviglia. A sinistra mentono tutti, sempre (non a caso da anni, su questo blog, esiste la Rubrica: Le balle della sinistra).

La prima bubbola, Massimino, l’ha raccontata domenica. Quando ci ha fatto sapere:

Quando sono diventato presidente del Consiglio ho rimesso tutte le querele”.

Cosa del tutto falsa: quando era Premier, nel 1999, querelò Giorgio Forattini per una vignetta.

La seconda frottola, il caro percettore di finanziamenti illeciti per il Pci, l’ha pronunciata quando il Corriere della Sera ha pubblicato alcuni verbali dell’inchiesta di Bari, nei quali si parla di una cena elettorale finanziata dall’imprenditore Tarantini a sostegno di Baffino:

Non conosco il signor Tarantini”, “Non ho mai avuto occasione di incontrarlo o di frequentarlo”, ha detto Max.

E alla cena:

arrivai tardi, feci un breve saluto, e me ne andai”.

Tutto falso: solo e soltanto menzogne.

A provarlo, le dichiarazioni (rilasciate a Panorama, e riprese da Libero e da Il Giornale oggi in edicola) del proprietario del ristorante in cui si svolse la cena, Franco Vincenti, e di Giacomo Amadori:

Nessuno scappò via: quella sera si fermarono sia Emiliano sia D’Alema. Al suo fianco era seduto Tarantini”.

Gli organizzatori mi dissero che volevano un’unica tavolata per 80 persone. Non fu facile, partiva dall’ingresso e arrivava alle cucine”.

L’ex premier arrivò in ritardo, scortato dal suo entourage. I camerieri iniziarono a servire il cibo solo quando prese posto”.

D’Alema fece un discorso a braccio. Spaziò dalle vicende internazionali (all’epoca era ministro degli Esteri) alle questioni legate alla sanità. I commensali applaudirono”.

D’Alema, dunque, ha mentito. Ha detto di non conoscere Tarantini, di non averlo mai incontrato, di aver fatto una “toccata e fuga” alla “cena incriminata”, ed è tutto falso: ha partecipato alla cena organizzata dall‘imprenditore pugliese e lo ha incontrato, visto che era seduto al suo fianco; e la sua “apparizione” non è stata affatto fugace.

Ora, siccome a sinistra – nei mesi scorsi – si è lungamente affermato che se un politico mente ai cittadini debba dimettersi – lo si è detto in riferimento a Berlusconi, che avrebbe raccontato bugie sul come e sul quando ha conosciuto Noemi e i suoi genitori -: adesso, per coerenza, pretendiamo che la stessa identica richiesta venga fatta per D’Alema.

Oppure agli amici riservate un trattamento di favore, cari ipocriti e doppiopesisti, nonché finti moralisti?

Aggiornamento delle 17.32.

Tarantini sbugiarda D’Alema:

Sbagliano quanti oggi dicono di non conoscermi o di non ricordarsi di me. Farebbero bene a ricordarsi chi sono”, “Emiliano e D’Alema hanno detto di non conoscermi: se ce lo chiederanno gli inquirenti forniremo tutte le indicazioni utili”.

Dieci domande ad Ezio Mauro, l’evasore fiscale.

(leggere anche: Ezio Mauro è un evasore fiscale e un bugiardo, parola dell’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate).

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Ezio Mauro è un evasore fiscale e un bugiardo, parola dell’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate

venerdì, 4 settembre 2009
Ezio - evado il Fisco e me infischio - Mauro

Ezio - evado il Fisco e me infischio - Mauro

Ezio – evado il Fisco e me ne infischio – Mauro s’è giocato la poltrona di Commander in chief del plotone di largo Fochetti. E’ una questione di giorni, al massimo di settimane; ma, prima o poi, rassegnerà le dimissioni dalla direzione de la Repubblica ed emigrerà all’estero. Su questo non ci sono dubbi (e nemmeno lui ne ha, al riguardo): troppo grande è la figura di merda che ha fatto.

D’altra parte, quale credibilità potrebbero riconoscergli ancora, i suoi lettori? Nessuna, presumibilmente. Li ha ingannati e buggerati. Per anni, infatti, ha lavorato con tenacia e costanza per costruirsi una reputazione da integerrimo Savonarola. E a conti fatti che si è scoperto, in questi giorni? Che è un classico moralista d’accatto: di giorno predica bene; di pomeriggio, invece, razzola malissimo ed evade il Fisco. Vizi privati e pubbliche virtù.

Per carità: a sinistra è una costante, questa. Non desta meraviglia: “sinistra” e “ipocrisia” sono sinonimi, infatti.

Si prenda Enrico Berlinguer. Nel 1981, come noto, enunciò la celeberrima “teoria” della “diversità comunista”. Con la quale evidenziava, tra le tante cose, come il suo Pci si distinguesse dalla marmaglia partitocratica, perché non faceva ricorso a finanziamenti illeciti. Infatti a quella data, il partito delle Botteghe Oscure percepiva soltanto da 30 anni, e illegalmente, danaro dall’Unione Sovietica. Quisquilie.

Quattro anni dopo, poi, Massimino D’Alema – per non mostrarsi meno capace del suo leader – intascava un bel finanziamento illecito per il Pci pugliese, dal patron delle Cliniche Riunite di Bari, Francesco Cavallari. Se Baffino non è finito in galera, dopo essere stato “beccato” con le mani nella marmellata dal Pm Alberto Maritati – cui confessò tutto -, è solo grazie alla prescrizione del reato. Bazzecole.

Per non parlare, poi, della tranche da un miliardo di (vecchie) lire della Tangente Enimont “approdata” al Bottegone. Diciamo che se in quegli anni, ad occuparsi della questione, non ci fosse stato il futuro Ministro – Ulivista – dei Lavori pubblici, l’allora pubblico ministero Totonno Di Pietro, Max D’Alema, Achille Occhetto e Walter Veltroni oggi risiederebbero nel lussuoso albergo Regina Coeli. Pinzillacchere.

Ma veniamo ad Eziuccio Mauro. Il poveruomo s’è rovinato con le proprie mani; lo si è già raccontato ieri.

Riassumo: il direttore de la Repubblica ha provato a spiegare che, quantunque abbia pagato 850 milioni di vecchie lire in nero per acquistare una casa, a suo dire non avrebbe truffato l‘Erario, ed anzi avrebbe sborsato più danaro del dovuto. Bubbole, naturalmente; per di più a tal punto inverosimili, da essere state smascherate con estrema faciltà da un notaio e dal vice direttore del quotidiano giuridico-economico Italia Oggi, Marino Longoni.

Ma a Mauro la sorte non arride, nemmeno un po’. Anche l’ex direttore tributario dell’Agenzia delle Entrate, l’ente pubblico che si occupa di acciuffare gli evasori come Eziuccio, infatti, ha demolito pezzo a pezzo le panzane che il Nostro ha raccontato.

Ecco cos’ha scritto l’ex funzionario dello stato, Giorgio Fabbri:

“L’articolo 52 del Dpr 131/86 (Testo unico imposta di registro) regola il potere di accertamento dell’ufficio fiscale in materia di trasferimenti immobiliari e al quarto comma inibisce l’accertamento da parte dell’ufficio fiscale se è stato dichiarato nell’atto di compravendita un valore o un corrispettivo superiore a quello scaturente dal calcolo automatico con la rendita catastale.

Quindi l’articolo 52 invocato dal direttore-evasore non è una sorta di licenza a dichiarare un importo del corrispettivo tassabile, inferiore a quello pattuito e pagato, come ha lasciato intendere al suo auditorium.

L’articolo 72 dello stesso Dpr 131/86 richiamato dal direttore-evasore si occupa e regola il sanzionamento dell’”Omissione di corrispettivo” e nel caso del direttore-evasore ci dice che egli avrebbe dovuto corrispondere la differenza di imposta non pagata sulla somma di circa 800 milioni che corrisponde a circa 80 milioni di lire (che ha sicuramente evaso) e poi avrebbe dovuto pagare una sanzione amministrativa che l’ufficio fiscale avrebbe irrogato da un minimo di 160 milioni di lire ad un massimo di 320 milioni di lire.

Nel migliore dei casi il nostro direttore-evasore avrebbe dovuto pagare al fisco la “irrisoria” somma di 240 milioni di lire. Se questo fatto fosse venuto fuori entro i tre anni dalla stipula dell’atto di compravendita sarebbe stata l’unica realtà possibile.

Quindi il nostro direttore-evasore è proprio un evasore e basta”.

Dieci domande ad Ezio Mauro, l’evasore fiscale.

(leggere anche: Ezio Mauro mente spudoratamente. E’ un evasore fiscale, parola di notaio; Parla il banchiere che ha ricevuto gli assegni con cui Ezio Mauro ha evaso il Fisco).

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Quando D’Alema intascò un finanziamento illecito per il Pci, confessò, e non venne condannato e arrestato grazie alla prescrizione del reato

martedì, 23 giugno 2009

Massimo D'Alema silenzio foto

Correva l’anno 1994. Il pubblico ministero pugliese, Alberto Maritati, stava indagando su un finanziamento illecito erogato – tramite assegno – dal patron delle Cliniche Riunite di Bari, Francesco Cavallari, a Massimo D’Alema.

Cavallari, dinanzi al pm, il 9 settembre di quell’anno dichiarò:

Non nascondo che ho dato un contributo di 20 milioni al partito. D’Alema è venuto a cena a casa mia, e alla fine della cena io spontaneamente mi permisi di dire, poiché eravamo alla campagna elettorale 1985, che volevo dare un contributo al Pci. Quella sera, con D’Alema, eravamo presenti in tre: io, il mio cuoco Sabino Costanzo, e il nostro amministratore Antonio Ricco che era in grande rapporto d’amicizia con lui”.

Nel giugno del 1995, quel processo fu archiviato per decorrenza dei termini di prescrizione, su richiesta dello stesso pm Maritati.

Il gip Concetta Russi, con queste parole dispose l’archiviazione:

Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti, e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci. Con riferimento all’episodio riguardante l’illecito finanziamento al Pci, l’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato”.

D’Alema, dunque, confessò di aver percepito un finanziamento illecito per il Partito comunista. E tuttavia, non venne condannato e non finì in gattabuia grazie alla prescrizione del reato da lui compiuto.

Va aggiunto, inoltre, che il pubblico ministero di questo processo, Alberto Maritati, fu candidato – per volontà di D’Alema – alle elezioni suppletive del giugno 1999 (si era liberato un seggio senatoriale, dopo la morte di Antonio Lisi). E divenne sottosegretario all’Interno del governo presieduto dallo stesso D’Alema. Ancora oggi, Maritati, siede al Senato nelle fila del Partito democratico.

Dalle mie parti si dice: una parola è poca, e due sono troppe.

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La questione (im)morale del Pci che Fini non ricorda

domenica, 14 giugno 2009

Svegliarsi; comprare come ogni domenica anche il Riformista; leggere l’editoriale di Giampaolo Pansa, e rallegrarsi del fatto che a sinistra vi sia almeno una persona onesta:

“(…) Si era all’inizio di questa primavera e da allora Fini non ha mai smesso di praticare il suocerismo. Anzi è andato assai più in là (…). Mostrandosi capace di un revisionismo con mille tigri nel motore, una Ferrari lanciata a trecento all’ora”.

“Tutto bene, accidenti! Al Bestiario sono sempre piaciuti gli azzardi dei politici (…). E li ho sempre giudicati positivi, purché rispettassero un limite invalicabile. Quello di non passare dal revisionismo personale a uno più generale, con la pretesa di cambiare le carte in tavola della storia italiana”.

“Ma adesso ho l’impressione che Fini stia facendo proprio questo. Mercoledì scorso, nel partecipare a una commemorazione di Enrico Berlinguer tenutasi alla Camera dei deputati, ha pronunciato parole impegnative sulla figura del segretario del Pci. Magnificando «l’insegnamento di un leader di partito capace di guardare al di là degli interessi di parte». Un leader che per primo aveva posto il problema della «questione morale» e della «diversità comunista». E proprio «nel momento in cui si manifestavano le prime crepe nel rapporto di fiducia tra la politica e la società».

Ma era così Berlinguer? Non mi sembra. Penso di averlo conosciuto bene. Per le tante interviste che gli ho fatto, per i resoconti dei congressi dove veniva rieletto di continuo, per lo studio accurato del suo lavoro da segretario (…)”.

(continua…)

Fini elogia Enrico Berlinguer, il principe dell’ipocrisia di sinistra

venerdì, 12 giugno 2009

Dunque, il Presidente della Camera, ieri l’altro ha reso omaggio ad Enrico Berlinguer (scomparso 25 anni fa);  usando nei suoi riguardi, parole di ammirazione:

“(…) Credo che la capacità di visione nazionale del leader del Pci sia possibile coglierla con particolare intensità nell’ultimo tratto del suo percorso umano e politico, quando lanciò il tema della questione morale. Non fu solo l’orgogliosa rivendicazione della presunta “diversità comunista”. Fu anche la capacità di guardare in profondità alle dinamiche in atto nella politica italiana, nel momento in cui si manifestavano le prime crepe nel rapporto di fiducia tra la politica stessa e la società.

«Egli percepì acutamente e con ragione – ha detto Massimo D´Alema – il rischio di una degenerazione del sistema politico. E ponendo la questione morale pose in realtà il problema della democrazia e delle sue basi di consenso e di legittimazione che si sgretolano se viene meno il nesso tra etica e politica». Né possiamo dire che, nella questione morale sollevata da Berlinguer, fossero presenti valori riconosciuti soltanto dalla sinistra italiana. Nel richiamo al nesso tra etica e politica si esprime un più generale spirito repubblicano. È quello stesso spirito che anche oggi deve rimanere come valore condiviso tra i diversi schieramenti politici. Ricordo quando il segretario missino Giorgio Almirante si mise in fila tra i militanti comunisti sotto Botteghe Oscure per rendere omaggio alla camera ardente di Berlinguer (…)”.

Bene. Premesso che Fini ha pronunciato queste parole in qualità di Presidente della Camera, e non come politico; e premesso che il contenuto della sua concione non poteva, in ragione di ciò, che essere elogiativo, vediamo di integrare (per usare un eufemismo) – e com’è doveroso fare – il discorso dell’ex leader di An.

Innanzitutto, quando Berlinguer pose al centro del dibattito politico il tema della cosiddetta “questione morale”, correva l’anno 1981. E il Partito comunista italiano, da soli 30 anni, percepiva finanziamenti illeciti da una potenza nemica: l’Unione Sovietica. Tali finanziamenti illeciti – in nulla diversi da quelli incamerati dalla Democrazia Cristiana e dal Psi – arrivarono a Botteghe Oscure fino al 1991. La somma complessivamente percepita dal Pci, ai valori attualizzati del 1997, è stata pari a mille miliardi di vecchie lire.

Interrogato al riguardo da alcuni pubblici ministeri, Armando Cossutta ha dichiarato:

Sì, il Pci prese quei soldi”.

Da una parte sotto forma di finanziamenti diretti e dall’altra attraverso i proventi delle attività di import-export di società italiane collegate al Pci. Tra esse cito in particolare la società di turismo Italtourist, di cui sono stato presidente”.

Enrico Berlinguer, dunque, almeno da questo punto di vista, non solo non può essere incensato. Ma deve anzi essere criticato, perché ha incarnato la peggiore ipocrisia possibile: quella di chi predica bene, ma poi razzola malissimo.

Cosa che a sinistra non hanno mai smesso di fare.

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