Articoli marcati con tag ‘Giulio Tremonti’

Signori si nasce e cretini si muore

sabato, 17 luglio 2010

Berlusconi è all’angolo, su questo non ci piove. Ma la più parte dei suoi problemi non deriva dall’attuale – e avversa – congiuntura che vede indagati molteplici esponenti del suo esecutivo e del Pdl; né dalle scaramucce col Presidente della Camera.

I problemi di Silviuccio nostro dipendono da altro: dalla pessima politica economica che il suo ministro dell’Economia si ostina a fare. Una politica economica che nulla ha a che vedere con i principi del liberalismo. Una politica economica in tutto e per tutto eguale a quella del centrosinistra di prodiana memoria, e che per questo motivo è dannosa.

È dannosa sicuramente per il Paese perché non risolve alla radice i suoi problemi: un eccesso di spesa pubblica dovuto a 60 di politiche economiche cattocomuniste, keynesiane ed antiliberiste. Politiche che hanno prodotto il terzo debito pubblico al mondo (e che ci obbligano a pagare 78-80 miliardi d‘interessi all‘anno sullo stesso); che hanno indebitato 3 o 4 generazioni di figli; che hanno sempre lasciato i poveri in condizione d’indigenza, fornendo loro al massimo una cattolicissima elemosina; politiche che hanno ucciso – e continuano ad uccidere – il merito, ma hanno sempre fatto campare da Dio parassiti e mezze seghe; politiche che hanno affrontato la questione della flessibilità del mercato del lavoro facendola pagare solo ai figli; politiche che consentono ai baby papà di andare in pensione a 58 anni, e che tolgono ai figli il diritto di accedere un giorno alla quiescenza.

È dannosa, poi, la politica di Tremonti, per lo stesso Berlusconi. Lo abbiamo ripetuto diecine di volte, da quando ha preso avvio quello che abbiamo chiamato Golpe (il caso Noemi Letizia; l’affaire Patrizia D’Addario; le 5.000 foto di Zappadu; la sequenza d’inchieste giudiziarie mediaticamente amplificata oltre ogni ragionevole aspettativa): ci sono spezzoni dei cosiddetti Poteri forti, segnatamente gli imprenditori, che non possono permettersi di avere al potere un governo che non affronti le riforme di sistema e le priorità economiche del Paese.

Non possono permetterselo perché, stante l’attuale congiuntura economica, se il governo non raddrizza l’economia e modernizza la Nazione rivoltandola come un pedalino, si tornerà ai livelli pre-crisi tra 7-8 anni. E questo non è tollerabile: non può tollerarlo chi abbia perso il lavoro e in questo momento stia in mezzo ad una strada; non può tollerarlo chi stia finendo gli studi e si prepari ad entrare nel mercato del lavoro avendo come unico sbocco certo la disoccupazione; non può tollerarlo il mondo imprenditoriale che porta su di sé, per intero, il peso di un’immane crisi economica.

Per queste ragioni, chiunque ne abbia il potere da mesi lavora per defenestrare l’attuale esecutivo, onde sostituirlo con un altro che metta in agenda la ripresa economica e le riforme di cui il Paese abbisogna. Ma questo tentativo di “Golpe bianco” è dovuto all’inazione del governo. Se il governo ha un ministro dell’Economia che, unico al mondo, non fa nemmeno una cazzo di privatizzazione onde abbattere lo stock di debito pubblico (abbiamo 49,7 miliardi di euro di beni iscritti a bilancio, che a prezzi di mercato ne dovrebbero valere oltre 200), è chiaro che questo crei sgomento, incredulità, ed induca i “potenti” a chiedersi come fare per togliersi dalle palle un esecutivo tanto inutile e fancazzista.

Se il governo ha un ministro dell’Economia che, per mere ragioni egoistiche, e cioè per garantirsi la benevolenza della Lega onde ottenerne un domani l’appoggio per succedere a Berlusconi in qualità di Premier, pensa di attuare come unica riforma di sistema il Federalismo fiscale – la cui messa all’opera potrebbe costare più di 100 miliardi di euro (altri dicono 8); che potrebbe far crescere la spesa pubblica nel settore Sanità di 650 milioni all’anno; che di sicuro si tradurrà, per come è stato scritto, in una gragnola di nuove tasse per il Meridione d’Italia -, è normale che i “potenti” si pongano interrogativi su come disfarsi il prima possibile di chi non metta in agenda una riduzione della pressione fiscale; che è il vero cancro oppressivo del sistema-Paese.

Se il governo ha un ministro dell’Economia che non solo non fa una beneamata fava per rilanciare l’economia, ma è così folle da dire chebisogna abbandonare l’ossessione della crescita”, è normale che qualsiasi persona sensata, avendone il potere, cerchi di adoperarsi perché il governo in carica cada, e al più presto.

E qui sta il punto: se Berlusconi facesse una politica economica seria, liberale, modernizzatrice e riformatrice, potrebbe continuare a dormire sonni sereni, perché avrebbe l‘appoggio incondizionato dei “poteri forti“; e quelli che nel Palazzo bramano disarcionarlo, la prenderebbero in saccoccia.

Ma il problema è che Berlusconi, una politica economica seria e liberale, non la fa: a causa di Tremonti e della Lega.

Ed è questa la ragione per cui continuerà ad essere attaccato in tutti i modi. Perché i “potenti” sanno come stanno i fatti:

“L’Italia, alla fine del secondo trimestre 2010, ha visto innalzarsi la stima delle sue probabilità di default al 15,5%, dal 9,7% di tre mesi prima. Ed è sesta nella graduatoria mondiale dei Paesi più a rischio. Come si possa raccontare alla gente, in queste condizioni, che i tagli sono cose da pazzi, è proprio cosa da pazzi. Ripeto: non sto parlando qui della logica lineare dei tagli della manovra, che ho molto criticato anch’io. Parlo dei tagli in quanto tali, quando in realtà ne occorrerebbero – rectius: ne occorreranno, con certezza – tre, quattro e cinque volte di più. Perché l’atmosfera di incertezza sui bond sovrani europei resta molto forte, come ammoniscono oggi il bollettino di luglio della BCE e Mario Draghi all’Abi“ (Oscar Giannino).

Naturalmente, se a Libero e a Il Giornale lavorassero persone serie ed intelligenti, e non degli eunuchi privi di sale in zucca, a Berlusconi consiglierebbero quanto qui gli si è suggerito: di cambiare politica economica.

Ma la coglionaggine abbonda, e Berlusconi ne perirà (per la gioia di chi vuole toglierselo dalle palle).

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Il dito e la luna

giovedì, 15 luglio 2010

Berlusconi ha mezzo governo e mezzo partito sotto inchiesta. Di chi è la colpa? Ma di Fini, naturalmente.

I pubblici ministeri capitolini ritengono che Cosentino e Verdini abbiano dato vita ad un’associazione segreta con finalità poco commendevoli (per usare un eufemismo). Di chi è la colpa? Ma di Fini, naturalmente.

Nicola Cosentino, da altri inquirenti, è considerato connivente con la camorra, e sul suo capo, nei mesi scorsi, è piovuta una richiesta d’arresto. Di chi è la colpa? Ma di Fini, naturalmente.

La Lega si è opposta all’abolizione delle Province che il Pdl aveva promesso in campagna elettorale. Di chi è la colpa? Ma di Fini, naturalmente.

La Lega ha impedito la liberalizzazione dei servizi pubblici locali prevista nel programma del Pdl. Di chi è la colpa? Ma di Fini, naturalmente.

A causa del Federalismo fiscale che la Lega vuole a tutti i costi venga approvato in questa legislatura, Berlusconi non abbasserà le tasse come aveva promesso in campagna elettorale. Lo ha scritto anche Il Giornale “di famiglia”: “Il Cavaliere è stato categorico, soprattutto dopo che gli hanno spiegato nel dettaglio perché per abbassare la pressione fiscale bisognava attendere “l’entrata a regime del federalismo fiscale”. Che, tradotto, significa la prossima legislatura, anno 2013”. Di chi è la colpa? Ma di Fini, naturalmente.

La manovra finanziaria scritta da Tremonti inverte l’onere della prova a carico del contribuente: questi, in caso di contenzioso tributario, sarà considerato colpevole fino a prova del contrario. Una misura indubitabilmente comunista, da stato di polizia, e che manderà in bestia centinaia di migliaia di imprenditori che, c’è da starne certi, non voteranno mai più per il centrodestra. Di chi è la colpa? Ma di Fini, naturalmente.

La manovra finanziaria redatta da Tremonti introduce un’altra misura da stato di polizia: la tracciabilità dei pagamenti per importi superiori ai 5.000 euro. Una misura indiscutibilmente inutile. Che non riuscirà a contrastare l’evasione fiscale (perché facilmente raggirabile). E che, però, renderà ancora più onerosa l’esistenza a numerosi imprenditori onesti. Di chi è la colpa? Ma di Fini, naturalmente.

La manovra finanziaria di Tremonti avrà effetti depressivi – come ammesso dallo stesso ministro dell’Economia – sul nostro Pil. In più, dall’anno prossimo, a causa dei tagli – modesti, non selettivi e non strutturali – in essa contemplati, i cittadini dovranno fronteggiare un nuovo inasprimento della pressione fiscale locale (urrà!). Di chi è la colpa? Ma di Fini, naturalmente.

È colpa di Fini, ovviamente, ad avviso di quei gran geni che scrivono su Libero e su Il Giornale.

E c’è pure chi sostiene che i coglioni stiano solo a sinistra.

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I risparmi della Finanziaria di Tremonti

giovedì, 15 luglio 2010

Ieri l’altro, come noto, Brunetta ha rivelato una cosa sconvolgente: il contribuente italico è costretto a spendere ogni anno 4 miliardi di euro, per mantenere circa 20.000 auto blu e un numero imprecisato di persone preposte al loro funzionamento (a cominciare dagli autisti). Resta da capire come mai, in tempi di vacche magre, nessuno del governo, a cominciare da Tremonti, abbia ritenuto di dover intervenire con l’accetta per ridurre tali sprechi.

Altrettanto incomprensibile, poi, appare la ragione che ha indotto l’esecutivo ad aumentare del 5% il “gettone di presenza” dei consiglieri circoscrizionali delle città metropolitane.

Bisognava fare un altro regalo alla Lega?

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Delle due, l’una: o Tremonti lavora per far cadere il governo, oppure è un pazzo scriteriato

mercoledì, 19 maggio 2010

Premessa: le misure che faranno parte della manovra economica da 25-27 miliardi di euro non sono ancora state definite nel dettaglio. Fino ad ora sono circolate solo indiscrezioni, anche se il Ministro dell’Economia ha fornito alcuni particolari. E sono proprio questi particolari a creare inquietudine.

Tremonti, infatti, al suo solito, pare intenzionato a volersi muovere con estrema cautela, e senza affondare il bisturi. C’è da capirlo: l’uomo è un socialista, e per di più è convinto d’essere un intellettuale; anzi di più: uno statista. Dunque crede d’essere in possesso della ricetta miracolistica che – sola – potrà salvare la Nazione. Peccato, però, ch’essa appaia “curaro” a chiunque abbia un minimo di senno.

Tale ricetta, su per giù, dovrebbe prevedere quanto segue:

1) Non fare un beneamato cazzo di utile per l’Italia, se questo significa toccare le rendite di posizione e scontentare i molti parassiti che grazie ad esse campano a sbafo.

2) Non fare un beneamato cazzo di destra, perché l’attuale esecutivo persegue ostinatamente l’obiettivo di spostarsi sempre più a sinistra, onde presentarsi come novello – e riformato – centrosinistra, sia pur in salsa vandeana e tradizionalista (ovvero: cripto fascista).

3) Non adottare alcuna misura strutturale perché Tremonti, essendo un socialista, sotto sotto è ancora keynesiano; e dunque ritiene esista solo “il breve periodo” e del “lungo” non occorra occuparsi, in quanto a quella data “saremo tutti morti“.

Quanto qui enunciato, verrà a tradursi in questo:

1) Tremonti non alzerà l’età pensionabile, attraverso una nuova riforma, e consentirà ai bambini di 59 anni di seguitare ad andare in quiescenza a spese dei loro figli; i quali, proprio per questo, in pensione non andranno mai.

2) Tremonti non darà vita ad alcuna significativa privatizzazione o liberalizzazione. Dunque non ridurrà in maniera determinante lo stock di debito cumulato, né metterà benzina nel “motore Italia” onde favorire la ripresa economica. D’altra parte, per il socialista di Dio domiciliato a Via XX Settembre, è opportunoabbondare l’ossessione della crescita”. Vadano a farsi fottere, dunque, i disoccupati!

3) Le misure che Tremonti è intenzionato a varare, per lo più sforbiciate modeste alla spesa pubblica, possono qualificarsi come “pannicelli caldi”, come toppa: servono semplicemente a “passà ‘a nuttata”; non certo a risolvere, una volta e per tutte, i problemi del Paese.

Per quest’ultima ragione, rappresentando soltanto una “soluzione di breve periodo”, una soluzione contabile, ragionieristica, i provvedimenti tremontiani saranno accolti con molta freddezza dai mercati e dalle società di rating.

Posto tutto questo, c’è da chiedersi: Tremonti è un pazzo, oppure si muove scientemente per far cadere il governo Berlusconi?

L’esecutivo in carica, infatti, è traballante; la sua sopravvivenza è in forse (come abbiamo raccontato più volte). Una parte dei cosiddetti “poteri forti”, segnatamente il mondo imprenditoriale, ha bisogno di un esecutivo che metta a segno riforme di sistema. Altrimenti il Paese tornerà ai livelli pre-crisi tra 7-8 anni.

Se queste misure non vengono adottate, il mondo imprenditoriale si muoverà per far cadere il governo in carica, e per rimpiazzarlo con un esecutivo di “salvezza nazionale” che proprio le riforme di sistema metta in agenda; garantendo: privatizzazioni (nel bilancio dello stato sono iscritti beni per 49,7 miliardi di euro, che a prezzi di mercato ne potrebbero fruttare più di 200); liberalizzazioni; innalzamento dell’età pensionistica; tagli incisivi alla spesa sanitaria; abolizione di Province e altri enti inutili.

Dubbi, al riguardo, non possono esservene.

Detto questo: qual è l’obiettivo di Tremonti?

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Nel PdL, oltre a quella di Fini, ci sono almeno altre 9 correnti (l’ultima è stata ufficializzata oggi)

domenica, 2 maggio 2010

Siate clementi, qui si è febbricitanti.

Negli ultimi giorni Fini è stato attaccato per molteplici ragioni. Gli è piovuta sul capo, in particolar modo, l’accusa d’aver dato vita ad una “corrente interna” al PdL (secondo certuni è un fatto gravissimo, perché nel partito non dovrebbero esservene).

Prima di proseguire, però, è opportuno riportare preliminarmente ciò che qui si scriveva in tempi non sospetti (il 28 settembre 2008):

Quantunque non sia ancora “nato”, il Popolo della Libertà vede già fiorire correnti, al proprio interno. Il che, intendiamoci, non è affatto un male. Anzi. Le correnti – se tali davvero sono, e quindi danno voce e corpo a posizioni politiche e filoni di pensiero diversi -, sono l’Abc di ogni partito propriamente detto. E vengono incontro, inoltre, all’esigenza di chi voglia costruire un partito-paese, un partito in grado di raccogliere il 50,1% dei suffragi.

Senza pluralità di posizioni, senza “polifonia”, senza un certo tipo di ragionevole “eterodossia”, nessun soggetto politico può ambire a traguardi considerevoli, come quello succitato.

Per queste ragioni, dunque, il fatto che nel costituendo Pdl si registri un iper-attivismo finalizzato a dare vita a diverse “piccole patrie”, va visto di buon occhio.

Purché, però, queste correnti garantiscano il rispetto di alcune semplici condizioni: innanzitutto, che non si limitino ad essere cordate di potere; in secondo luogo, che non nascano semplicemente con l’obiettivo di non far perdere rilievo ai colonnelli di ciascuno dei partiti fondatori (e che, quindi, non si traducano nella “corrente di An”, nella “corrente di Forza Italia” e via discorrendo); in ultimo – e forse è la cosa più importante -, che riescano a mettere assieme, ciascuna, esponenti di tradizioni partitiche diverse, ma accomunati da medesime posizioni politiche e culturali. Acciocché sia possibile individuare all’interno del costituendo partito in questione, alcuni filoni politico-culturali essenziali: quello cattolico-liberale, quello cattolico-sociale (e tradizionalista), quello laico-liberale (aperto ad istanze libertarie). Queste tradizioni, fuse assieme, formano un partito liberal-conservatore”.

Naturalmente, il pirlacchione che qui scrive, non essendo Valium Feltri e quindi non cambiando idea a seconda dei calzini che indossa, a distanza di un anno ed otto mesi la pensa ancora allo stesso modo. Premesso tutto ciò, arriviamo al dunque.

Nel PdL, checché ne dica la sedicente stampa di destra, esistono molteplici correnti. Il sottoscritto ne ha contate almeno nove, e il computo non tiene conto di quella cui ha dato vita il Presidente della Camera.

Passiamo in rassegna queste “anime“.

 1) Rete Italia raccoglie gli esponenti di Comunione e Liberazione, e fa capo a Roberto Formigoni e Maurizio Lupi.  Tale corrente, prima o poi, potrebbe creare dei problemi a Silviuccio nostro: “Il Celeste”, infatti, vuole succedergli alla guida del centrodestra (lo ha dichiarato apertis verbis).

 2) Riformismo&Libertà è guidata da Fabrizio Cicchitto e dà riparo ai socialisti del PdL; anche se il suo fondatore, quando l’ha tenuta a battesimo, si è affrettato a precisare: “Non è una corrente. Non farò mai una corrente socialista interna al Pdl perché il mio riferimento è Berlusconi”. Excusatio non petita, accusatio manifesta.

 3) Italia Protagonista è la corrente capitanata da Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa (quest’ultimo, come vedremo in seguito, oggi ha ufficializzato la nascita di un’ulteriore “anima” all’interno del Pdl).

 4) Promotori della Libertà, come tutti sappiamo, è la corrente iper-berlusconiana capeggiata da Michela Brambilla; ad essa ha aderito anche Sandro Bondi.

5) Taske Force Italia rappresenta un’altra corrente di pretoriani berlusconiani. A guidarla ci sono: Franco Frattini, l’atticciato e sempre più alticcio Giorgio Stracquadanio (l’animatore de Il Predellino) e Mario Valducci. Codesta “frazione”, oltreché per supportare Silviuccio nostro, è venuta a vita anche per contrastare lo strapotere di Denis Verdini. Dunque è una classica “cordata di potere”, in puro stile Prima Repubblica. In questo modo è stata presentata: “La chiameremo Task Force Italia, e avrà distretti territoriali per raccogliere ovunque le proposte della gente. Hanno già aderito molti parlamentari e Frattini è anche in trattative per acquistare il quotidiano l’Opinione. Ora, però, per favore, non parlate di corrente. Siamo soltanto berlusconiani di ferro”. Anche in questo caso: escusatio non petita, accusatio manifesta.

 6) ResPublica è la corrente (e la Fondazione) di Giulio Tremonti.

 7) Nuova Italia, invece, è la corrente (e la Fondazione) di Gianni Alemanno.

8 ) Destra-PdL, nata appena 13 giorni fa, è la corrente capeggiata da Domenico Nania.

9) La nostra destra, che ha visto la luce proprio oggi, infine, è guidata (a quanto pare) da Ignazio La Russa.

Insomma, solo a Gianfranco Fini si vorrebbe impedire di avere una corrente.

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Fossi un berlusconiano non esulterei per l’eventuale addio di Fini (2)

sabato, 17 aprile 2010

Fini e i suoi uomini vengono accusati, in queste ore, di minacciare una scissione sol per ragioni di potere e cadreghe. Balle! Essi sollevano questioni politiche che meritano di essere prese in considerazione.

Italo Bocchino:

Il problema è soprattutto politico. Quello che noi chiediamo è innanzitutto una svolta sulle questioni economiche e sociali. Riteniamo Giulio Tremonti il miglior Ministro dell’Economia dei paesi occidentali, capace di coniugare rigore nei conti e credibilità internazionale a un Paese che ha il terzo debito pubblico del globo. Il problema è un altro. Di quello che resta in cassa, nella disponibilità dell’Esecutivo, noi vorremmo sapere quanto e come viene speso. Soprattutto vorremmo sapere chi decide come si spendono i soldi degli italiani e come si forma tale decisione. Ad oggi ci sembra indiscutibile una forte trazione leghista nelle scelte fondamentali per la nostra economia, ovvero per il futuro dell’Italia”.

Maria Ida Germontani (finiana):

La riforma fiscale è prioritaria”.

Mario Baldassarri (finiano):

Non è questione di poltroncine. Non si può dire che si farà la riforma fiscale nel 2013 a parità di gettito (leggere anche questo, nda), perché così confermiamo le tasse di Visco: resto esterrefatto”.

Quello che deve esser chiaro è che se il Pdl continua ad essere subalterno alla Lega e ad assecondarne le richieste, finirà per non rispettare la madre di tutte le promesse elettorali: la riduzione della pressione fiscale sotto il 40% entro la fine della legislatura. Riduzione che, come più volte abbiamo raccontato, Tremonti e la Lega non renderanno possibile perché essa è incompatibile con il varo del Federalismo fiscale.

D’altra parte, il Ministro dell’Economia è sempre stato chiaro in proposito:

La riduzione delle tasse verrà come dividendo del federalismo fiscale”.

Traduco: la riduzione delle tasse avverrà tra 7-8 anni, per effetto dell’entrata in vigore del Federalismo fiscale, e sempreché quest’ultimo si dimostri utile allo scopo. Cosa tutt’altro fuorché certa. Lo ha ammesso finanche il responsabile economico della Lega:

Più che di risparmio immediato, da domani si avrà un sistema più competitivo”.

A regime, ovvero nel giro di cinque anni, il risparmio a famiglia si aggirerà attorno ai 500 euro all’anno, sempre se si riuscirà ad aggredire il mostro: ovvero l’evasione fiscale, che è distribuita in maniera molto difforme, e la spesa pubblica improduttiva, anche questa distribuita in modo assolutamente difforme”.

Traduzione: il Federalismo fiscale farà risparmiare 500 euro annui a famiglia, sempreché si riesca – grazie ad esso – a ridurre l’evasione fiscale e la spesa pubblica improduttiva. Se non si raggiungono questi due obiettivi, il Federalismo fiscale non consentirà d‘abbattere la pressione fiscale (in tempi relativamente brevi).

Inoltre, che la riduzione delle tasse e la messa all’opera del Federalismo fiscale siano obiettivi inconciliabili tra loro, lo sa anche Berlusconi (Il Giornale, 03/11/2009):

Il Cavaliere è stato categorico, soprattutto dopo che gli hanno spiegato nel dettaglio perché per abbassare la pressione fiscale bisognava attendere “l’entrata a regime del federalismo fiscale”. Che, tradotto, significa la prossima legislatura, anno 2013”.

Va tutto bene, Madama la Marchesa?

Non credo proprio: se non si riducono al più presto le tasse (e la spesa pubblica), è impossibile rilanciare l’economia in tempi brevi. E se non si rilancia l’economia quanto prima, l’Italia tornerà ai livelli pre-crisi tra 7-8 anni.

Ai berlusconiani sta bene, tutto ciò?

Ne dubito.

(Continua, forse).

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Venditori di fumo

giovedì, 8 aprile 2010

Qualche mese fa ci veniva garantito che dopo il voto regionale il governo avrebbe affrontato le cosiddette riforme strutturali. Riforme, cioè, di cui il Paese ha assoluto bisogno per essere competitivo sul piano internazionale.

In un paese come il nostro che vanta primati negativi soprattutto sul versante economico – abbiamo il terzo debito pubblico al mondo e il più consistente d’Europa, il che ci costringe ogni anno a sprecare 80 miliardi di euro, che potremmo impiegare diversamente, per pagare interessi sul medesimo; una crescita modesta e sempre inferiore alla media europea da circa tre lustri; un sistema d’ammortizzatori sociali selettivo e non universalistico; una spesa pensionistica e sanitaria oramai fuori controllo ed insostenibile; un mercato del lavoro che discrimina i giovani e fa pagare loro la necessaria flessibilità di cui ha bisogno il sistema, e che accorda, però, un livello di protezione che non ha eguali nel mondo evoluto ai loro padri; un sistema economico ingessato da infiniti “lacci e lacciuoli” burocratici e legislativi che ne soffocano e frustrano le potenzialità (e tanto altro si potrebbe aggiungere) -, ecco, in un paese come il nostro, le riforme di sistema cui si dovrebbe mettere mano, e con assoluta urgenza, sono solo e soltanto quelle economiche. E solo di esse si dovrebbe parlare.

E invece, in questi giorni, si discetta d’altro: si parla di riforme costituzionali che di certo hanno rilevanza perché possono contribuire ad ammodernare il Paese, rendendone – ad esempio – più efficiente e spedito il processo di formazione delle leggi; e però agli occhi dell’opinione pubblica questo discutere di forma di governo, di semi-presidenzialismo à la francese, di Senato federale e di maggioritario a doppio turno, sembra null’altro che un esercizio di cazzeggio puro ad opera di un ceto politico viepiù autoreferenziale e lontano dai bisogni della gente. Questo pensano i cittadini, ed occorre tenerlo a mente.

E’ chiaro che affrontare il capitolo delle riforme istituzionali serva a radicare ancor più nell’opinione pubblica il convincimento che l’esecutivo in carica rappresenti per davvero il “governo del fare”. Il problema è che se fai cose semplici, cose che comportano nullo onere sociale o economico – perché difficilmente scontentano qualcuno – non stai facendo un beneamato cazzo di utile per la Nazione; e prima o poi il cittadino te lo farà pagare, e gli antiemorroidali – stanne certo – a quel punto non saranno bastevoli a lenire il tuo dolore.

L’esecutivo in carica, a causa dell’innumerevole quantità di socialisti e di catto-social-comunisti che siedono al suo interno, in 23 mesi non ha adottato nemmeno una – dicasi una – misura economica tipica di un governo di centrodestra: non ha privatizzato (il che avrebbe giovato – e di molto – ai conti pubblici, riducendo il nostro debito); non ha liberalizzato, e per di più ora minaccia di gettare alle ortiche le liberalizzazioni fatte da Bersani; non ha ridotto – ed in misura significativa – la spesa pubblica improduttiva, onde rendere meno pachidermico ed oppressivo il Leviatano; non ha introdotto provvedimenti atti a mettere in moto l’”ascensore sociale”, quali ad esempio l’abolizione del valore legale del titolo di studio; non ha abolito enti inutili quali le Province (la colpa è dei catto-comunisti della Lega), sebbene nel programma del Pdl fosse previsto, e tale mancata abolizione ha impedito al contribuente di risparmiare 10,6 miliardi di euro; non ha innalzato l’età pensionabile, e, stante il decremento del nostro Pil e la diminuzione del numero di occupati, è assai probabile che a partire dal 2015 l’Inps non abbia i soldi per pagare il vitalizio a chi è in quiescenza; insomma: a parte occuparsi di “questioni sicuritarie” – dal reato d’immigrazione clandestina al pacchetto sicurezza -, questioni facili da affrontare perché a “costo economico e sociale zero”, l’esecutivo in carica altro non ha fatto.

Ha venduto fumo. Ed ora, affrontando il capitolo delle riforme costituzionali, e solo questo, continua a venderne.

Inoltre, la riforma del prelievo tributario che Tremonti ha in mente – riforma che serve esclusivamente a spostare il carico fiscale dalle persone alle cose, dall’Irpef all’Iva, e non a ridurre l’ammontare complessivo delle tasse che il contribuente paga -, facendo crescere la “base imponibile” (il numero dei consumatori è più alto del numero dei contribuenti) incrementerà il gettito fiscale, le entrate dello stato, e, per questo tramite, gli consentirà di reperire buona parte dei 100-150 miliardi di euro che sono necessari a mettere all’opera il Federalismo fiscale; avendo già chiaro, il titolare di Via XX Settembre, che il Federalismo fiscale – la cui approvazione gli è indispensabile per ottenere dalla Lega l’investitura a futuro premier del centrodestra – è incompatibile con la riduzione delle imposte in questa legislatura: o fai l’una o fai l’altra cosa.

Ciò detto, non resta che mettere assieme 500 finanziatori (tra imprenditori e professionisti), onde reperire quei 5-10 milioni di euro che servono a creare – e a pubblicizzare in vista delle prossime Politiche – un nuovo e vero partito di destra: liberista, reaganiano e thatcheriano.

Ne riparleremo.

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Fini al Quirinale, Tremonti a Palazzo Chigi

giovedì, 21 gennaio 2010

Gianfranco Fini e Giulio Tremonti foto

Dunque, a quanto riferisce Affaritaliani, Tremonti e Fini – con il benestare di Berlusconi e Bossi – avrebbero siglato un patto che prevede quanto segue: il tributarista di Sondrio, nella prossima legislatura, prenderebbe il posto di Silviuccio nostro alla guida del centrodestra; Gianfranchino, invece, finirebbe dritto dritto al Quirinale, quale Capo dello Stato.

A noi questa ipotesi fa semplicemente stomacare. E per diverse ragioni.

Innanzitutto, Tremonti – e non ha mancato di rimarcarlo, sia pur sottotraccia, anche nell’ultima intervista che ha concesso – ha in mente un centrodestra alquanto diverso da quello cui ha dato vita il Cav.. Un centrodestra a tal punto dissonante da quello delle origini – quello del “partito liberale di massa”, per intenderci – da poter essere qualificato, e senza esagerazione alcuna, come “centrosinistra moderato”.

D’altra parte, cosa ci si può attendere da un signore che dichiara: “Magari la gente leggesse Marx. È un genio”; da chi, un giorno sì e l’altro pure, attacca il mercato, il liberalismo, il capitalismo; da chi, in quasi due anni di governo, non ha mai parlato – pur essendo Ministro dell’Economia di un Gabinetto di centrodestra – di liberalizzazioni, di privatizzazioni, di abolizione del valore legale del titolo di studi (tutta roba prevista nel programma del Pdl); cosa ci si può attendere da un signore che – manco fosse un bolscevico piovuto dalla Luna – fa l’elogio, nel 2010, del posto fisso; da uno che cita, oltre Marx, il Levitico e Proudhon, e mai – non dico Ayn Rand, ma almeno – Luigi Einaudi e Michael Novak? Non ci si può attendere, evidentemente, che dia voce al vasto popolo dei moderati e dei liberali italiani.

Ci si può attendere, però, che dia vita ad un “centrosinistra moderato” – sul modello del pentapartito, del centrosinistra storico, sia pur riveduto e corretto – che abbia un profilo ideologico e programmatico di stampo cripto-fascista. Vale a dire: di destra, per quanto concerne le questioni che afferiscono all’immigrazione e alla legalità; “confessionale“, sui temi “eticamente sensibili”; e di sinistra, per quanto attiene alla politica economica (“Dio, Patria e Famiglia“: il motto del socialista Benito Mussolini).

Questo, e senza possibilità di smentita, è il centrodestra che Tremonti ha in mente. Lo ha ripetuto più volte. Lo ha chiarito in numerose circostanze (cosa che, ovviamente, è sfuggita a quel gran genio di Valium Feltri, le cui analisi, è un fatto noto, son considerate leccornie dai coprofagi).

Per tali ragioni, il fatto che Fini abbia acconsentito ad ascendere al Quirinale, bandendo il proposito di succedere a Silvio, non può che essere accolto – sempreché le cose stiano davvero così – con sfavore e preoccupazione.

Chi darà voce a quanti, e siam convinti siano la maggioranza degli elettori della coalizione berlusconiana, reclamano ancora “meno stato e più mercato”? Chi darà voce a quanti agognano un “autentico” centrodestra?

Noi, se il centrodestra fosse guidato dal socialista di Dio Tremonti, non lo voteremmo: siam di destra, mica catto-social-comunisti (o fascisti, che è lo stesso).

P.S. Non è un caso, tra l’altro, che Tremonti voglia introdurre meccanismi per favorire la “compartecipazione dei lavoratori agli utili di impresa”. Precisamente quanto era statuito dalla Costituzione “di sinistra” della Repubblica di Salò (da leggere quanto ha scritto in proposito l‘ottimo Adriano Teso).

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E’ Tremonti (con la Lega) l’ostacolo alla riduzione delle tasse

venerdì, 15 gennaio 2010

Giulio Tremonti foto

Mentre certuni cazzeggiano attaccando la Polverini, cert’altri – ben più saggi dei primi – individuano un altro obiettivo contro cui scagliare la propria offensiva: Giulio Tremonti.

Quest’ultimo, come dovrebbe essere noto, s’oppone ad ogni ipotesi di riduzione delle tasse; e fa questo, non perché tema che la stessa possa nuocere ai conti pubblici, ma semplicemente perché sta risparmiando i soldi necessari per dare avvio al Federalismo fiscale. E dunque tiene stretti i cordoni della borsa, impedendo de facto ogni limatura fiscale. Con la conseguenza che le tasse, nel nostro paese, non saranno ridotte prima del 2013, nella migliore delle ipotesi.

Ne ha parlato finanche Il Giornale diretto da Valium Feltri:

Sul punto (il taglio dell’Irap, ndr) il Cavaliere è stato categorico, soprattutto dopo che gli hanno spiegato nel dettaglio perché per abbassare la pressione fiscale bisognava attenderel’entrata a regime del federalismo fiscale”. Che, tradotto, significa la prossima legislatura, anno 2013”.

D’altra parte, il socialista di Dio, Tremonti, è sempre stato chiaro in proposito:

La riduzione delle tasse verrà come dividendo del federalismo fiscale”.

Quindi, per mettere in moto il Federalismo fiscale, il centrodestra si vedrà costretto a non ridurre le tasse in questa legislatura, e ciò provocherà – inevitabilmente – la sua sconfitta elettorale alle prossime Politiche. Chi non “svela” la truffa del Federalismo fiscale, e non racconta queste cose, probabilmente lo fa perché auspica un siffatto risultato per la coalizione berlusconiana.

Fortunatamente per il centrodestra, però, c’è chi, queste cose, le denuncia (almeno in parte). E’ il caso, ad esempio, di Antonio Martino:

(…) Come ricorda Sergio Rizzo (Corriere della Sera, 11 gennaio) da candidato del “patto Segni” l’attuale ministro dell’economia bollò la proposta di aliquota unica che faceva parte del programma di Forza Italia nel 1994 come “miracolismo finanziario”. Il commercialista più pagato d’Italia evidentemente ha preferito in questo caso essere coerente ed ha quindi continuato ad opporsi a qualsiasi riforma tributaria (…). Questa a mio parere la spiegazione vera, ma non esauriente perché non spiega per quale motivo, stando così le cose, Berlusconi continui ad affidare le sorti della nostra economia ad una persona che gli impedisce di realizzare quanto ha reiteratamente promesso. Non esiste un articolo della Costituzione che reciti: “in caso di governo di centro-destra tutti i poteri economici devono essere affidati a Giulio Tremonti”. Chi o cosa, in nome di Iddio, costringe Berlusconi a continuare a contraddirsi, promettendo il cambiamento ed infliggendoci invece l‘immobilismo?”.

Ma c’è anche Mario Baldassarri:

(…) Il taglio delle tasse è nel codice genetico del Pdl ed è il punto più forte che ci distingue dalla sinistra, che pensa ancora che con più imposte si possano avere più servizi. Quindi, è chi ritiene che le tasse e la spesa non si debbano tagliare che è fuori dal partito”.

Finché Tremonti resta a Via XX Settembre, però, sembra questa la musica (fa notare il giornalista).

Ripeto, se non vuole ridurre le tasse e tagliare la spesa è lui che si pone fuori dal Pdl”.

P.S. Naturalmente, Tremonti predilige l’entrata in vigore del Federalismo fiscale, perché ha bisogno dell’appoggio della Lega – di cui la suddetta riforma è un cavallo di battaglia – per succedere a Berlusconi.

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Tremonti lavora ad una riforma fiscale (prepariamoci al peggio)

sabato, 9 gennaio 2010

Dunque, nei giorni scorsi, come noto, Tremonti ha annunciato che sta lavorando ad una riforma fiscale, la cui finalità dovrebbe essere quella di rimodulare il prelievo tributario esistente nel nostro paese, onde spostarne la più parte dalle famiglie – e dalle imprese – alle “cose”.

Il titolare del dicastero di via XX Settembre, tuttavia, non ha fornito molti particolari in proposito. Ciononostante, i giornali, sulla base di alcune sue dichiarazioni, hanno provato egualmente ad immaginare i contorni di tale riforma, arrivando a formulare talune ipotesi. Qui ci si limiterà a parlare di queste; che sia chiaro. Inoltre, anche questo è bene precisare, la succitata novazione non mira a ridurre le tasse, ma semplicemente a trasferire parte del prelievo fiscale, come s’è detto, dalle persone alle cose.

Ciò premesso, veniamo al dunque; partendo da ciò che ha dichiarato Tremonti:

Il discorso che abbiamo fatto col premier è che noi abbiamo un sistema fiscale che è stato disegnato negli anni 60, messo in legge negli anni 70 e poi per 40 anni infinitamente rattoppato. E’ diventato un labirinto. Abbiamo una infinita quantità di regimi fiscali che non corrispondono alla facoltà di comprensione della mente umana. Il fisco italiano non riflette più la realtà dell’Italia. Con Berlusconi, siamo convinti che non si può entrare nel nuovo secolo con gli strumenti di cinquant’anni fa. E tuttavia abbiamo una serie di vincoli, a partire dal debito pubblico. Sappiamo che non possiamo fare errori, e dobbiamo tra l’altro combinare la riforma fiscale con il federalismo fiscale. E’ un meccanismo ad alta complessità”.

E‘ necessario, ancora, uno:

Spostamento dell’asse del prelievo nell’età del consumismo” (sic!) “dalle persone alle cose” e “dal centro alla periferia”.

E il nuovo fisco dovrà prevedere:

Un sistema di favore, un bonus, per alcune voci e un malus per altre: un malus per la speculazione finanziaria e il consumo dell’ambiente e un bonus per famiglia, lavoro, ricerca e tutela dell’ambiente”.

A proposito di famiglia, poi, Tremonti ha precisato:

Vogliamo favorire le famiglie con bambini e pensiamo a qualcosa di più ambizioso del quoziente familiare”.

Fermiamoci qui.

Allora, par di capire che il tributarista di Sondrio sia intenzionato a trasferire buona parte del prelievo fiscale dall’Irpef all’Iva (tesi, questa, largamente condivisa dai commentatori); così come pare anche intenzionato a penalizzare “il consumo dell’ambiente”, facendo in modo che – oltre una certa soglia prestabilita – costi di più il ricorso all’energia; tutto ciò, però, al fine di reperire risorse per ridurre le tasse – in busta paga – alle famiglie più numerose e meno agiate, e per falcidiare il prelievo sulle imprese.

A noi, per dirla à la Fantozzi, questa riforma sembra una boiata pazzesca! E per una serie di ragioni.

Innanzitutto, se è commendevole l’idea di abbassare le tasse alle famiglie numerose e con redditi bassi (e ci mancherebbe!), non lo è affatto quella d’immaginare un incremento indiscriminato dell’Iva. Quest’ultimo, infatti, finirebbe per penalizzare proprio le famiglie a più elevata numerosità e con entrate contenute, visto che appare ovvio che lì dove vi siano – ad esempio – 3 figli a carico, si spenda in consumi più di quanto si faccia dove la prole è rappresentata da un solo bimbo.

Inoltre, la crisi economica in atto produrrà effetti negativi ancora per molto tempo. Uno di essi, in particolare, va preso in considerazione: il calo della domanda estera, a cominciare da quella statunitense.

Stante la contrazione del consumo forestiero delle nostre merci, noi si deve – giocoforza – incrementare la domanda interna. Altrimenti la crisi avrà effetti ancor più durevoli nel nostro paese, e il “riassorbimento” della disoccupazione sarà molto più lento.

Dunque, un incremento dell’Iva – sempre e comunque sbagliato, a nostro avviso – in questo momento sarebbe pura follia: esso scoraggerebbe i consumi e li farebbe colare a picco.

Allo stesso modo: che vuol dire penalizzare i consumi energetici, oltre una certa soglia, se non fare in modo che le famiglie più numerose abbiano a pagare bollette più salate? Da che mondo è mondo, infatti, anche i consumi energetici – di qualunque tipo – sono proporzionali alla numerosità dei nuclei familiari.

Ciò che va fatto, se non si vuole – come si dovrebbe! – tagliare strutturalmente le tasse (e la spesa pubblica), è intervenire con alcune semplici liberalizzazioni (o deregolamentazioni) a “costo zero”, al fine di rilanciare i consumi (l‘esatto contrario di ciò che prospetta Tremonti): innanzitutto, stabilendo che nel nostro paese i commercianti al dettaglio possano praticare i saldi quando vogliano (“libera impresa in libero stato“); in secondo luogo, facendo in modo che la “grande distribuzione “possa lavorare, lì dove ciò non avvenga già, anche la domenica e i giorni festivi.

Parliamo di piccoli interventi; che, tuttavia, consentirebbero di movimentare almeno 7-8 miliardi di euro in più ogni anno (3,96, con un’incidenza sul Pil dello 0,5%, solo se la Gdo potesse aprire i negozi il doppio dei giorni festivi), e che garantirebbero allo stato più risorse, grazie alle quali poter più facilmente realizzare una sforbiciata strutturale delle tasse.

E’ che quest’ultima bisogna volerla; questo è il punto.

P.S. Per non rovinarci troppo la giornata, abbiamo deciso di trascurare il contenuto di questo articolo (che va letto).

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