Articoli marcati con tag ‘Liberalismo’

La costruzione della laicità: un esempio che viene dal Canada

mercoledì, 9 dicembre 2009

Crocifisso Stella di David Mezzaluna foto

“L’albero di Natale da esporre davanti al Municipio: è giusto o no? Una coppia di testimoni di Geova si oppone ad una trasfusione di sangue: che fare? A scuola ci sono bambini islamici: serve un menù apposta, senza maiale? È giusto il divieto di portare il velo, se riguarda un torneo femminile di taekwondo? Non siamo in Italia, ma potremmo. Sono interrogativi che investono tutto l’Occidente. E in questo caso, se li sono posti in Canada. In Québec, per essere esatti.

La questione delle “concessioni” alle minoranze è tutt’altro che risolta, sebbene il Canada ne sia investito da molto tempo. E per trovare nuove soluzioni ai nuovi sviluppi dell’interculturalismo, si è deciso di istituire una commissione ad hoc. A guidarla, Charles Taylor, filosofo dell’Università McGill di Montréal, e Gérard Bouchard, storico dell’Università del Québec. “Interculturalisme québecoise”: un modello che punta, nelle intenzioni dei due professori, a trovare un compromesso accettabile fra la coesistenza di comunità differenti fra loro e la necessità di un’integrazione “forte” (alla francese, per intendersi).

(continua…)

Il vero volto del Pdl? Moderno, laico e liberale

martedì, 1 dicembre 2009

Popolo della Libertà logo foto

Semplicemente da incorniciare:

“Nel mio ultimo libro intitolato Svolta a Destra? e pubblicato l’anno scorso dalla Armando Curcio Editore sostenevo, anche sulla base di una mia analisi storico-psicologica che da tempo investe le vicende politiche euro-americane dell’ultimo trentennio, che la cosiddetta Svolta a Destra delle ultime elezioni inglesi, francesi e italiane, ben lungi dall’esprimere (come hanno frettolosamente concluso i politologi alla moda) un ripiegamento dell’elettorato su posizioni conservatrici e confessionali, ha espresso invece la volontà e la spinta di rinnovamento di un elettorato, appunto quello del centrodestra, che da sempre viene descritto come conservatore e codino mentre è, al contrario, prevalentemente laico, liberale, anticonformista e innovatore. (E in quest’ottica può essere compresa anche la vittoria di Obama, visto dagli americani come salvezza dal disastro della politica militarista e pseudo-liberista di George W. Bush.).

(continua…)

Silvio, licenzia Tremonti o noi licenziamo te

martedì, 20 ottobre 2009

Giulio Tremonti foto

A sfogliare Libero e Il Giornale, o a leggere la prima pagina di Tocqueville, sembra che una parte consistente dei supporter del centrodestra scopra solo ora che Giulio Tremonti è un uomo di sinistra, un socialista. Evidentemente c‘è chi, fino a ieri l’altro, viveva sulla Luna: ben arrivato sulla Terra.

Veniamo al dunque.

Il titolare del dicastero di Via XX Settembre, ieri ha pronunciato una dichiarazione in linea con la propria visione della società, dello stato e dell’economia. Cos’ha detto? Semplicemente una minchiata da catto-social-comunista (o da fascista, che è lo stesso):

Non credo che la mobilità di per sé sia un valore, penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia. La variabilità del posto di lavoro, l’incertezza, la mutabilità per alcuni sono un valore in sé, per me onestamente no. C’è stata una mutazione quantitativa e anche qualitativa del posto di lavoro, da quello fisso a quello mobile. Per me l’obiettivo fondamentale è la stabilità del lavoro, che è base di stabilità sociale”.

In parole poverissime, Tremonti ha detto: viva il posto fisso; abbasso il sistema capitalistico e la globalizzazione che lo hanno fatto venir meno; viva l’Italia fascista (o comunista) e proletaria!

Vediamo, allora, di articolare alcune obiezioni.

In primo luogo, senza flessibilità – o contendibilità – nel mercato del lavoro, ciò che ha mandato in soffitta il “posto fisso”, in Italia, in Europa e nel mondo intero, il numero dei disoccupati sarebbe enormemente più alto; ogni nazione, stante la minore occupazione – e la conseguente minore domanda – produrrebbe minor ricchezza, e in ragione di ciò, i soldi da destinare ai servizi sociali, ai poveri, e ad ogni categoria disagiata, sarebbero molti meno di quelli oggi disponibili.

Perché la disoccupazione sarebbe molto più alta, con un mercato del “lavoro rigido“?

Semplice.

Le imprese si troverebbero nell’impossibilità di ridurre una parte consistente dei propri costi fissi (per salari, stipendi ecc.), ogniqualvolta questo si rendesse necessario: ad esempio per fronteggiare un calo consistente dei propri ricavi, dovuto ad un crollo della domanda, prodotto da un ciclo economico recessivo (ogni riferimento alla situazione attuale, non è casuale).

Se un’impresa non può ridurre i propri costi, anche quelli legati alla manodopera, essa non ha interesse ad assumere un elevato numero di lavoratori dipendenti (che per la stessa impresa sono un “costo fisso“); e se può, finisce per prediligere tecniche di produzione capital intensive. Nel nostro paese, ad esempio, il numero di micro-imprese, quelle che hanno meno di 15 dipendenti, è molto alto, proprio per effetto della “rigidità” dovuta all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Va anche detto che se un’impresa subisce un crollo dei ricavi ma non può ridurre i propri costi, tutti, essa è destinata a chiudere i battenti; e se un’impresa chiude i battenti, perdono il lavoro tutte le persone in essa impiegate. Cui prodest?

La flessibilità nel mercato del lavoro, così come ogni altro genere di flessibilità, dunque, rende le imprese più competitive ed efficienti; consente loro di sopravvivere nei cicli economici negativi; le spinge – le invoglia – ad assumere un maggior numero di dipendenti.

Non solo.

Fin qui si è ragionato adducendo motivazioni, almeno in parte, astratte. Nel senso che non si è fatto riferimento al primo fattore che ha imposto – ripeto: imposto! – la flessibilità nel mercato del lavoro, a diverse diecine di nazioni. Mi riferisco all’Euro, la nostra cara moneta unica, la cui – più che sacrosanta – introduzione, ha reso necessaria, soprattutto all’Italia, l’adozione di norme che rendessero più flessibile il mercato del lavoro (leggasi: legge Biagi).

Perché l’euro richiede più flessibilità nel mercato del lavoro?

Prendiamo il caso del Belpaese: fino a ieri l’altro, quando avevamo la nostra amata Lira – quando potevamo intervenire sulle ragioni di cambio della nostra valuta -, grazie alla svalutazione competitiva della stessa, riuscivamo ad esportare le nostre merci, rendendole “appetibili“, cioè convenienti per chi le acquistava; cosa che, stante la scarsa competitività complessiva del “sistema Italia” (dovuta a troppe tasse, troppe regole, troppa burocrazia, troppe inefficienze interne), non sarebbe stata possibile, ai quelli livelli. E’ bene ricordarlo.

Ora, dopo l’introduzione dell’euro, essendo venuta meno la possibilità di ricorrere alla svalutazione competitiva della “divisa nazionale”, si è dovuto far ricorso ad alcune riforme (poche e modeste!), che consentissero al “sistema Italia” di essere “in partita”, cioè competitivo: tra queste, la più importante, è stata la legge Biagi.

Se non la si fosse adottata, l’Italia sarebbe finita in bancarotta; e il numero di disoccupati sarebbe arrivato ad un livello mai visto prima.

Non solo.

In tutte le nazioni europee, per effetto dell’ingresso nell’Euro, sono state introdotte norme che rendessero più contendibile il mercato del lavoro. E, giova sempre ricordare, in ciascuna di esse, oggi, vigono norme ben più flessibili di quelli esistenti nel nostro paese. In Spagna, ad esempio, la “precarietà” è molto maggiore rispetto a quella esistente da noi; e il socialista Zapatero, quando è arrivato al governo, s’è guardato bene dal modificare le leggi introdotte dal suo predecessore, il destro Aznar.

Detto questo, veniamo ad altro.

Le ragioni addotte dal socialista di Dio Tremonti, a giustificazione del suo sì al “posto fisso”, sono di una banalità sconcertante; proprie di un catto-social-comunista come Bersani o Franceschini; o, in ultima istanza, di un pirla semianalfabeta, di un gran coglionazzo, che farebbe bene a dedicarsi alla coltivazione dei funghi porcini, anziché alla politica.

Perché?

Per un motivo: quando si è introdotta la legge Biagi, si è fatta solo metà della riforma. Nel senso che per rendere tutto coerente, si sarebbe dovuto creare un sistema di ammortizzatori sociali a carattere universalistico. Ovvero: si sarebbe dovuto introdurre il cosiddetto welfare to work.

Ciò non è avvenuto, però, perché il suddetto sistema ha costi ingenti. E per reperire le risorse necessarie a finanziarlo, occorre innanzitutto aggredire la spesa pubblica improduttiva, quella che piace tanto ai partitocrati nostrani, ed abolire quel privilegio da parassiti che consiste nell’andare in pensione a 59 anni!

Un sistema coerente, dunque, è quello in cui se perdi il posto di lavoro, non finisci in mezzo ad una strada, senza il becco d’un quattrino; ma hai un sistema di sussidi che ti accompagna, secondo meccanismi ben precisi, fino a quando trovi una nuova occupazione.

Flessibilità (nel mercato del lavoro), quindi, non fa rima con barbarie.

Fa rima con barbarie, invece, aver speso 10 miliardi di euro per mandare i bambini in pensione a 58-59 anni (e non avviene in alcun paese europeo!); anziché impiegare quegli stessi quattrini per estendere gli ammortizzatori sociali a tutti.

Detto questo, Berlusconi farebbe bene a licenziare Tremonti, perché la sua permanenza al governo crea problemi ingenti (lo si è già detto un miliardo di volte): al centrodestra così come al Paese.

Quest’ultimo, avrebbe bisogno di politiche “mercatiste”, di politiche, cioè, che lasciassero più spazio all’iniziativa privata; avrebbe bisogno di un piano incisivo di liberalizzazioni, cui Tremonti, però, s’oppone per odio ideologico, per incultura, e perché egli si premura prevalentemente di curare gli interessi della Lega (che lo sponsorizza). Che avversa fortemente le liberalizzazioni – a partire da quella dei servizi pubblici locali – perché si fa portavoce delle istanze di piccoli e grandi rentier, e perché con alcune liberalizzazioni essa perderebbe il controllo delle società municipalizzate, in cui “sistema” i propri uomini. La Lega dice no alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali (così come all‘abolizione delle Province), come farebbe un Mastella qualsiasi, per ragioni di cadrega. Va inoltre aggiunto, come ha segnalato Oscar Giannino, che se si approntasse un serio piano di liberalizzazioni – che sono una “roba di destra” – si libererebbero cinque punti di Pil in tre anni (all’incirca 70 miliardi di euro, se non dico una bischerata).

Ancora.

In questo istante, noi si avrebbe bisogno – ed è l’opposto di ciò che postula Tremonti – di ancora maggior flessibilità, nel mercato del lavoro. Avremmo bisogno, cioè, di “precarizzarlo” ancor di più, almeno per un certo numero di anni, e di liberalizzarlo maggiormente. Per il semplice motivo che dobbiamo far di tutto perché chi ha perso il posto di lavoro, a causa della crisi economica internazionale, ne trovi al più presto uno nuovo. Anche se molto precario. O si preferisce la disoccupazione?

Silvio, licenzia Tremonti, e fa’ qualcosa di liberista. Se vuoi rimanere in sella.

Aggiornamento del 21 ottobre.

Da leggere: Esclusivo, il “papello” del Pdl contro Tremonti.

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Libertari per tradizione

martedì, 2 giugno 2009

“È un film che le televisioni mandano spesso in onda in seconda serata o nella programmazione pomeridiana che nella superficialità di un certo approccio italiano al cinema non è mai stato valorizzato in tutta la sua valenza metapolitica. Si tratta di Chi ucciderà Charley Varrick?, tutt’altro che un B-movie ma un vero capolavoro firmato da Don Siegel, il cineasta che aveva già diretto due grandi film libertari come L’invasione degli ultracorpi, grande metafora contro il maccartismo e il totalitarismo, e Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo. E quando, in quel film del 1973, il regista celebrava sugli schermi la figura di Charley Varrick, un “ultimo degli indipendenti” magnificamente interpretato da Walter Matthau, eravamo del resto nella stagione forse meno popolare in tutto l’Occidente per la metafora esistenziale e politica del singolo. E allo stesso modo in cui nel film il protagonista si trova coinvolto in una solitaria lotta senza quartiere contro un’offensiva concentrica di polizia, servizi segreti, potere bancario e criminalità organizzata, così nell’immaginario occidentale l’ipotesi di una sfera esistenziale sganciata dagli apparati sembrava del tutto fuori corso, contrastata e condannata all’isolamento.

In Italia, poi, l’egemonia concettuale del sistema politico-istituzionale sembrava tutta giocarsi intorno alle categorie di collettivo, di organico e di primato degli apparati centralizzati. Quell’icona, “the last of the indipendent”, il libertario allo stato puro, irrompeva in realtà come l’ospite inatteso e il modello segreto di tutto un sommovimento culturale e politico-culturale che stava investendo l’Europa e l’Occidente nella fase post-sessantottina. Un sommovimento che metteva in evidenza nel suo complesso l’essenza più propria d autori, filoni, letture, suggestioni, icone che evocavano una vocazione libertaria. Se ne è parlato recentemente in riferimento alla più profonda ispirazione del poeta americano Ezra Pound. E la stessa considerazione potrebbe essere fatta per la letteratura di Céline, di Ernst Jünger o di Knut Hamsun, per il cinema di Sam Peckinpah, di John Milius o di Clint Eastwood, per i libri di Hermann Hesse, Jack Kerouac e Charlie Bukowski o per la saga tolkieniana di Frodo Baggins, per un libro come Il gabbiano Jonathan Livingston o per le descrizioni di viaggio di Bruce Chatwin. O per la musica di Giorgio Gaber” (Luciano Lanna, continua su Fare Futuro Web Magazine).

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Quando Lauzi cantò il suo liberalismo

giovedì, 23 aprile 2009

io canterò politico quando starete zitti
e tutti i vostri slogan saranno ormai sconfitti
quando sarete stanchi di starvene nel coro
a battere le mani solo se lo voglion loro
e avrete bisogno dell’individualismo
per vincere la noia di un assurdo conformismo
.

io canterò politico ma il giorno è ancor lontano
per ora sono l’unico ad andare contromano
ma i miei finti colleghi che fan rivoluzioni
seduti sopra pacchi di autentici milioni
dovranno ritornare al ruolo di pulcini
lasciando intatto il candido e poetico Guccini
.

io canterò politico ma sarò troppo vecchio
e ai giovani dell’epoca io romperò parecchio
il gusto del dissenso l’avranno ormai perduto
e il festival giù in piazza lascerà il paese muto
e pace nel silenzio sì questa è democrazia
ma il primo che lo nega voi lo cacciate via
.

io canterò politico soltanto per la gente
ch’è pronta a riconoscere di non capirci niente
non è cambiando tattica o il nome del padrone
che il popolo ha finito d’esser preso per coglione
volete stare comodi, nessuno a disturbarvi
ebbé siete serviti potete masturbarvi
” (continua su Fare Futuro Web Magazine).

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Piero Ostellino, lo Stato Canaglia – Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia (parte seconda)

martedì, 14 aprile 2009

Vi riporto alcuni paragrafi de Lo Stato Canaglia, l’ultimo libro di Piero Ostellino:

La paura a fondamento della politica.

Sul nostro mercato politico, la domanda di libertà è debole e male articolata, mentre quelle di sicurezza e protezione sono forti e bene organizzate. Prevale, nella maggioranza degli italiani, la convinzione – secondo lo schema già teorizzato nel 1651 da Thomas Hobbes nel Leviatano – che valga la pena rinunciare alle proprie libertà individuali a favore del nuovo sovrano, lo Stato democratico, che li tuteli contro le incognite di una società conflittuale e di una pluralità di valori. Una sorta di contratto sociale fondato sulla paura, rispetto al contratto sociale – teorizzato nel 1690 da John Locke nei Due trattati sul governo – fondato sul consenso fra uomini liberi.

L’uno, quello hobbesiano, caratteristico di una società chiusa, di sudditi; l’altro, quello lockeano, caratteristico di una società aperta, di cittadini. Il conflitto, e persino la competizione, che nelle società di democrazia liberale matura sono un fisiologico fattore di dinamismo sociale e di progresso civile e economico, da noi, sono percepiti come anomalia, una patologia e, in quanto tali, esorcizzati.

La prevalenza del concetto di sicurezza su quello di libertà ha prodotto e alimentato, inoltre, la cultura pauperista e dell’assistenza (anziché quella del rischio e del profitto) della classe dirigente e di gran parte degli stessi cittadini che – come accadeva nei Paesi del socialismo reale – tendono ad accontentarsi della mediocre tranquillità di uno pseudo salario, in cambio di uno pseudo lavoro. Del “posto”, possibilmente pubblico, dove non correre neppure il rischio di dover lavorare, dove sia possibile derubare così la pubblica amministrazione del tempo necessario ad avere un’altra occupazione e a integrare lo pseudo salario; invece della libertà di rischiare per crescere e, perché no, arricchirsi.

Così, le nostre istituzioni pubbliche e le nostre forme di organizzazione sociale riflettono una cultura statalista, dirigista, protezionista. La natura dell’ordinamento giuridico e la struttura socioeconomica sono ancora collettiviste, stataliste, dirigiste, corporative; in una parola, illiberali.

L’Italia conserva dell’autoritarismo fascista e del totalitarismo comunista il pregiudizio ideologico e le chiusure sociopolitiche e socioeconomiche nei confronti dei diritti soggettivi naturali dell’individuo. L’innesto, nell’immediato dopoguerra, della cultura collettivista marxista sul tronco corporativo fascista ha addirittura peggiorato le cose. I due estremi si sono incontrati nella comune concezione organicistica della società.

La Costituzione è figlia del compromesso fra le due Resistenze, quella totalitaria (comunista) e quella democratica (liberale, cattolica, socialista, repubblicana) che si batterono contro il nazifascismo.

La Resistenza totalitaria che durante la guerra di liberazione ha ammazzato, oltre i fascisti, anche i partigiani di quella democratica, e dopo la fine della guerra cittadini innocenti in nome della lotta di classe e nella prospettiva dell’instaurazione nel nostro Paese di un regime di tipo sovietico. La Resistenza democratica che si proponeva di abbattere il fascismo per portare l’Italia nell’alveo delle democrazie liberali dell’Occidente capitalista.

Il mito della Resistenza (al singolare), a partire dal dopoguerra, ha avuto come obiettivo politico la legittimazione democratica del Partito comunista in nome dell’antifascismo, come se antifascismo (o anticomunismo) e democrazia fossero sinonimi contro ogni evidenza empirica. Stalin era antifascista, ma non si può certo dire che fosse democratico; Mussolini era anticomunista, ma non si può certo dire neppure di lui che fosse democratico.

Oggi, il mito della Resistenza (al singolare) fa il verso alla mistica fascista – paradigma dell’Italia che cambia l’oggetto delle sue messe cantate, mai la musica – criminalizzando contemporaneamente chi racconta come sono andate realmente le cose: cioè che non c’è stata “la Resistenza”, ma ci sono state “le Resistenze”.

E’, del resto, sempre lo stesso compromesso di allora fra le due Resistenze che perpetua ancora, anacronisticamente, il dopoguerra e legittima – come recita la retorica ufficiale – la Repubblica, laica e democratica, che ha nell’antifascismo il suo fondamento. Ma questa Repubblica, figlia di una menzogna (la Resistenza unitaria) e, forse, nata persino da un broglio elettorale (il referendum che ne ha sancito la nascita e la fine della monarchia) è culturalmente bigotta, politicamente illiberale, istituzionalmente pasticciata.

Il risultato è che è spesso in contraddizione persino con se stessa. L’articolo 10 della Costituzione prescrive che “lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla nostra Costituzione ha diritto di asilo”. Ma il Tribunale di Milano, con sentenza depositata il 13 gennaio 2005, ha negato l’asilo a un medico cubano perché il suo diritto naturale alla libertà (di espatriare) era in contraddizione con l’interesse della collettività cubana all’assistenza medica da parte sua. Una mostruosità logica, giuridica e politica.

E’ soprattutto per colpa di certi antifascisti in servizio permanente effettivo che l’antifascismo ha assunto due connotazioni che nulla hanno a che vedere con le sue origini. Da un lato, è la foglia di fico della quale una certa sinistra si fa miserevolmente scudo per giustificare la propria intolleranza nei confronti di chiunque non la pensi come lei. Insomma, l’antifascismo militante come negazione stessa dell’antifascismo storico, che è stato, innanzitutto, opposizione morale all’intolleranza totalitaria. Dall’altro lato, l’antifascismo è l’argomento che quella stessa sinistra usa per legittimare o delegittimare moralmente e politicamente chiunque aspiri a governare il Paese o anche solo ad assumere un ruolo culturale e politico a essa concorrente. Insomma, l’antifascismo militante non come ideale, ma come manganello da esibire a mo’ di avvertimento.

Una parte di responsabilità del pasticciaccio costituzionale l’ha avuta, però, anche una certa cultura cattolica. Nell’immediato dopoguerra, a fare da collante tra il corporativismo fascista e il collettivismo marxista in funzione antindividualistica non furono i cattolici liberali, bensì i professorini cattocollettivisti – Dossetti, La Pira, Moro, Fanfani (quest’ultimo il teorico del corporativismo) e altri – per i quali la libertà non era un fine, ma un mezzo (Dossetti), e la solidarietà non uno spontaneo moto dell’animo, ma un obbligo di legge (La Pira).

(…) La struttura della società è rimasta fondamentalmente la stessa – chiusa e corporativa – disegnata dall’organicismo fascista e infarcita ancor di più di elementi propri del totalitarismo comunismo e del solidarismo cattolico. Un’ibrida dittatura delle oligarchie, mascherata da una parvenza di democrazia rappresentativa e spacciata per giustizia sociale. Paradigmatica anch’essa dell’Italia che cambia qualcosa affinché nulla cambi.

Le corporazioni sono il ricettacolo di privilegi legalizzati, di elargizioni e sussidi che gravano sulla spesa pubblica e conferiscono un’aura di legittimità a una società refrattaria alla meritocrazia, ostile alla modernità, impermeabile alla mobilità.

Il sistema politico italiano è la traduzione filosofico-politico-istituzionale dell’impraticabile presunzione di poter passare dall’essere (il corporativismo sociale) al dover essere (il costruttivismo socialista) nel rispetto delle libertà liberali (il costituzionalismo) con le buone intenzioni. Un salto logico tipico di tutte le utopie condannate dalle “dure repliche della storia”. Per uscirne, bisognerebbe fare tutto ciò che conformismo culturale, corporativismo sociale, collettivismo statuale impediscono di fare. Una rivoluzione culturale, una conversione sociale, una riforma statuale che richiederebbero anni.

Il liberalismo, questo sconosciuto.

A questo punto, l’ovvia conclusione è che ciò che accada semplicemente perché gli italiani non sono liberali. Resta, però, da chiedersi perché non lo siano. E qui le cose si complicano. C’è, infatti, che ne fa risalire le cause lontane alla cultura cattolica; al fatto, cioè, che l’Italia non abbia conosciuto la Riforma protestante – che con la sua negazione del principio di autorità nella religione e l’affermazione di quello di responsabilità è a fondamento etico del liberalismo politico – ma solo la Controriforma, che dell’autoritarismo politico è (sarebbe) la giustificazione morale. C’è chi ne attribuisce le cause più prossime al fascismo e al comunismo.

Sul fronte fascista, è (sarebbe) stata la versione genti liana e organicistica dell’idealismo filosofico a esaurire nello Stato etico ogni istanza di autonomia e libertà politiche; sul fronte comunista, è (sarebbe) stata la togliattiana doppiezza a giustificare la propensione a sacrificare i principi alla conquista del potere politico. Riassumendo, si potrebbe dire che nessuno mai, né la Chiesa, né lo Stato, né la scuola, né l’editoria, né la politica, né la stragrande maggioranza degli intellettuali, ha provato a spiegare agli italiani che cosa sia il liberalismo.

(…) Anche ora che tutti si dicono liberali, i diritti di libertà individuali sono sinonimo di personale egoismo, che farebbe il danno di una collettività non meglio identificata, come se la collettività non fosse una pluralità di individui; la libertà economica è sinonimo di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, mentre è una manifestazione delle libertà individuali, che trovano i loro limiti nel diritto di ognuno di goderne nella stessa misura; il mercato è assimilato allo stato di natura, mentre è un processo di individuazione e soddisfacimento degli interessi di tutti.

La libertà liberale non è anarchia, ma si sostanzia e si manifesta all’interno di un quadro normativo perché è anche un concetto giuridico, non solo politico o economico. Godiamo delle libertà individuali, che attribuiamo alla democrazia, mentre esse sono figlie del liberalismo, che è il costituzionalismo, lo Stato di diritto, il governo della legge.

Il liberalismo, ricorda Friedrich A. von Hayek, muove dal riconoscimento dei limiti della conoscenza umana, dalla dispersione della conoscenza di tempo e luogo e, quindi, della fallibilità degli uomini. Perciò nessuno può pretendere di essere depositario di un punto di vista privilegiato e di imporlo agli altri, bensì tutti dobbiamo poter concorrere liberamente a scoprire e a proporre punti di vista diversi e alternativi. Solo il mercato e la concorrenza – anche, ma non solo, economica – provvedono a mobilitare e valorizzare tali risorse e tali opportunità che concorrono tutte inconsapevolmente a creare la società aperta.

La libertà liberale, dunque, non è impedimento, assenza di costrizione, ma è la sfera entro la quale ciascuno può agire senza essere ostacolato da altri. E’ libertà negativa, “libertà da”, che un altro grande pensatore liberale, Isaiah Berlin – nel celebre saggio Due concetti di Libertà – ha contrapposto alla libertà positiva democratica, la “libertà di”. Non ci sarebbe, del resto, libertà democratica, libertà di partecipazione, senza libertà liberale, libertà dalla costrizione, con tutto il suo patrimonio di diritti individuali, di coscienza, di parola, di associazione.

Infine, nel passaggio dall’empirismo liberale – l’individualistica aspirazione dell’uomo a essere padrone dei propri sentimenti, dei propri desideri, delle proprie emozioni, della propria vita – al razionalismo democratico, l’aspirazione dell’uomo a vivere secondo ragione, il rischio è di passare della libertà all’obbedienza nei confronti di chi meglio di noi sa che cosa sia la vita buona, come agire virtuosamente. Ecco spiegato perché nel binomio democrazia liberale, è più importante l’attributo liberale del sostantivo democrazia”.

P.S.: ricordo a tutti che si può donare 1 euro alla popolazione abruzzese, inviando un sms al numero 48580 (messo a disposizione dalla Protezione Civile).

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Piero Ostellino, lo Stato Canaglia – Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia

domenica, 12 aprile 2009

Vi riporto alcuni paragrafi de Lo Stato Canaglia, l’ultimo libro scritto da Piero Ostellino:

Virtuosi per legge.

La vocazione a imporre un’etica pubblica si traduce, spesso, in prescrizioni del genere “per il bene del singolo”, che si presume incosciente e scapestrato. E’ la sindrome tipica dei Paesi autoritari o totalitari – che pretendono di imporla in modo coercitivo – ovvero delle religioni votate al proselitismo, come quella cattolica, ma dalla quale sono afflitti anche Paesi, come i liberali e protestanti Stati Uniti, dove non di rado si lanciano campagne salutistiche per la disciplina dei costumi alimentari.

Di solito, i soggetti delle campagne sono le persone soprappeso. Ingrassare troppo, si dice, fa male al cuore, affatica i polmoni, appesantisce il fegato, aumenta il colesterolo (cattivo), sovraccarica la colonna vertebrale e chi più ne ha più ne metta. La differenza tra noi e loro è che da loro non è lo Stato che si occupa delle abitudini dei cittadini, ma – nel caso specifico della campagne salutistiche – sono medici e dietologi coadiuvati dai media, magari allo scopo, peloso (commerciale), di promuovere qualche nuovo prodotto farmaceutico che integri una sana dieta dimagrante; da noi è la politica, che spesso invoca l’intervento dello Stato affinché si comporti come un “buon papà”, consapevole della propria funzione pedagogica.

L’idea di imporre la virtù per legge è venuta a Livia Turco quand’era ministro del centrosinistra. L’onorevole Turco è un’ex comunista, cattolica osservante; un cocktail psicologico e politico a alto tasso di moralismo e dirigismo che darebbe alla testa a chiunque.

Voleva far pagare un ticket più alto a chi beve e a chi fuma oltre misura perché maggiormente esposto alle patologie tipiche di chi indulge a tali “vizi privati”, finendo col gravare più di altri sulla Sanità pubblica. Insomma, un chiaro esempio di sindrome di allergia agli stili di vita soggettivi e individuali e da vocazione pubblica a definire e a prescrivere ciò che è bene e proibire ciò che è male per il cittadino proprie di due grandi utopie. Il provvidenzialismo religioso e il volontarismo sociale che vedono nella creazione dell’”uomo nuovo”, virtuoso e altruista, l’inizio dell’era dell’eguaglianza e della giustizia.

Alla strampalata idea di combattere i vizi privati di chi beve e fuma troppo, in nome delle virtù pubbliche, si sarebbe potuto obiettare – come mi pare avesse fatto allora l’Istituto Bruno Leoni – che se si fosse fatto pagare un ticket più alto a chi ricorreva maggiormente alla Sanità pubblica perché “vizioso” più di quanto la sua salute gli permettesse si sarebbe dovuto fargli anche pagare contributi pensionistici minori perché presumibilmente destinato anche a vivere meno.

Ma non è questo il punto. Non si trattava – sia pure in chiave paradossale – di discutere dei punti di vista dai quali valutare l’eventuale praticabilità della proposta, quanto di riflettere sul suo retroterra culturale. Che era, appunto, quello di una sinistra vecchia, ancora prigioniera di una artificiosa contrapposizione tra interessi e gusti privati, empiricamente individuabili – e passibili, in un Paese liberale, di dover sottostare solo alla regola di non ledere la libertà di ciascuno di perseguire i propri come meglio crede – e interesse collettivo alla cui definizione e al cui perseguimento non presiede mai un criterio oggettivo, bensì provvede la volontà di dominio di chi detiene il potere in quel momento.

Non farò, però, il torto all’amabile signora Turco di aver manifestato una vocazione totalitaria e, soprattutto, di aver pensato di imporre agli italiani i suoi dettami. Mi limito, perciò, a segnalare quanto fosse anacronistica – sotto il profilo culturale prima ancora che politico – l’idea che le era saltata in testa e che, con una certa spensieratezza, aveva creduto di dover esprimere pubblicamente, nella convinzione di fare opera di governo buona e lodevole, e della quale mi pare, da quella donna intelligente che è, si è essa stessa pentita.

Gentile signora Turco, si guardi da tutto ciò che, imprudentemente, dovesse ritenere il “bene” degli italiani che l’hanno votata e eletta a loro rappresentante. Quella è una strada in discesa, che non si sa dove porti. O forse si sa troppo bene: alla dittatura.

Qualora le capitasse di tornare ad avere responsabilità di governo, lasci che ciascuno di loro persegua la propria idea di bene come meglio crede, li lasci bere e fumare quanto vogliono perché – mi sembra persino inutile dirlo – sono affari loro, non dello Stato”.

Dimissioni guidate.

Lo Stato non c’è dove dovrebbe esserci – garantire la sicurezza, la legalità, la giustizia, l’istruzione – e c’è dove non deve, producendo illegalità, divieti, vincoli, sanzioni illegittime. Da noi la legislazione non fissa solo norme di condotta; è anche strumento organizzativo. Vuole modellare l’uomo. Lo vuole nuovo, migliore di quello che è. Ma l’enorme produzione di leggi vanifica la certezza del diritto e paralizza la società.

La legge 188/2007, voluta dal centrosinistra, stabilisce quanto segue. 1) Il lavoratore che vuole dimettersi deve recarsi presso un soggetto intermedio: il Comune e simili. 2) Il soggetto intermedio si collega al Sistema informativo Mdv del ministero del Lavoro e inserisce i dati relativi alla dimissione. 3) Il Sistema rilascia il Documento delle dimissioni volontarie con un codice univoco e una data di rilascio (validità 15 giorni). 4) Il soggetto intermedio consegna al lavoratore il documento emesso, vidimato. 5) Il lavoratore consegna il documento al datore di lavoro. 6) Le dimissioni non sono valide se formulate in altra forma.

E’ un esempio di mentalità totalitaria: regolamentare tutto affinché sia scongiurata anche la più remota possibilità di violazione della legge. La ratio della surreale normativa era, infatti, evitare che i datori di lavoro facessero firmare una lettera in bianco di dimissioni all’atto dell’assunzione. L’infrazione non era solo punita, come già accadeva; era anche resa impossibile. Parafrasando san’Agostino: la peste dello Stato (totalitario) era la possibilità di infrazione”.

Conflitto d’interessi.

Che ne direste di una legge che – per prevenire la produzione di materiali pornografici – imponesse a tutti i detentori di una videocamera di alta qualità di consegnarla ai carabinieri pena la perdita di diritti civili?

A questa tipologia apparteneva il progetto di legge del governo Prodi sul conflitto d’interessi che avrebbe dovuto inibire l’assunzione di incarichi di governo a chi possedesse una fortuna economia superiore a una certa cifra. A meno che non se ne liberasse. Intendiamoci, il progetto postulava un problema reale – quello della separazione fra politica e affari nel caso in cui un uomo d’affari scenda in politica – ma lo affrontava dal lato sbagliato. Non lasciava alla sovranità degli elettori – come accade in altri Paesi – il giudizio sull’anomalia che si concentrassero nella stessa persona potere pubblico e affari personali. Pretendeva di regolarla ex ante, giuridicamente.

Il progetto di legge sul conflitto d’interessi non prevedeva, infatti, una sanzione per l’eventuale illecito che il detentore di tale fortuna commettesse una volta al governo (la promozione di leggi che favorissero i suoi interessi privati). Esso prefigurava, invece, una sanzione per “condizione sociale” (il possesso della fortuna economica) nella presunzione che la ricchezza, in quanto tale, possa – potesse – dato che in discussione non era il principio astratto, bensì, concretamente, la figura di Berlusconi – produrre un illecito (la promozione di leggi, da parte dell’uomo di governo detentore di tale fortuna, che favoriscano i suoi interessi privati).

Insomma, non una legge che secondo diritto punisse (a posteriori) un illecito perpetrato, bensì una legge che punisse (a priori) chi, per il solo fatto di essere ricco, “potesse” perpetrarlo, secondo il pregiudizio cervellotico e arbitrario di una maggioranza parlamentare.

Che ne direste, poi, di una legge che – per prevenire la nascita di squilibri sociali – imponesse a tutti di non sposarsi, o di non convivere, con una donna di ceto elevato pena la perdita dei diritti civili? A questa tipologia apparteneva il progetto di legge sul conflitto d’interessi che voleva inibire l’assunzione di incarichi di governo anche a chi fosse sposato, o convivesse, con una donna che possedesse una fortuna economica superiore a una certa cifra.

Che anche il rapporto affettivo fra due persone – l’amore – potesse diventare un’inibizione all’esercizio del diritto civile all’assunzione di incarichi di governo è un’idea che poteva saltare in testa solo alla mente malata di un “pianificatore di sentimenti” di tipo sovietico.

L’aspirante governante avrebbe dovuto, dunque, ripudiare la moglie e la convivente? In questa seconda fattispecie entrava, infatti, in gioco anche il patrimonio di una terza persona. Che veniva ridotta dal progetto di legge in questione – sarebbe stato interessante sapere che ne pensassero le femministe del centrosinistra che, però, hanno taciuto – a pura “appendice” del marito o del convivente. La donna, dunque, avrebbe dovuto rinunciare al proprio naturale e soggettivo diritto di proprietà a causa della usa condizione di soggetto passivo delle pur legittime ambizioni politiche dell’uomo? Assurdo, assurdo, assurdo”.

Vietato toccarsi.

«Toccarsi» (gli attributi) in pubblico, anche furtivamente e come gesto scaramantico, è reato. Lo ha stabilito la terza sezione penale della Corte di Cassazione, definendolo «un atto contrario al decoro e alla decenza pubblica». A questo punto, che dire di uno Stato che trasforma un gesto inelegante in reato? Che è uno Stato fascista, comunista, teocratico? O solo incredibilmente stupido nella sua anacronistica vocazione repressiva?

Mi chiedo da quale profondità della psiche di magistrati della Cassazione – non di un parroco di campagna – sia emersa la volontà di punire chi si tocca gli attributi. Complesso freudiano? Caso d’«isteria legislativa»? Anche se è difficile configurare il reato in termini di diritto – romano o canonico? – un fatto, comunque, è certo. La sentenza è destinata a sollevare una miriade di casi e di eccezioni. Dalla punibilità per tutti all’assoluzione per insufficienza di prove.

«Toccarsi» perché prudono è un’attenuante sostenibile in un’aula di tribunale? La difficoltà, qui, mi pare consista soprattutto nel produrre i testimoni. Farlo al passaggio di un gruppo di suore è anche oltraggio alla religione e va inserito nel Concordato? Qui, la questione potrebbe acuire il conflitto fra cattolici e libertari. Chi «si tocca» di fronte a un alto ufficiale delle forze armate è un renitente alla difesa della patria o un pacifista? E il pacifista potrebbe citare a propria discolpa l’articolo 11 della Costituzione che bandisce la guerra? «Toccarsi» allo stadio, quando c’è una punizione contro la propria squadra, è scongiuro o «atto contrario al decoro» (di tifoso)? Qui, mi pare che il problema sia come perseguire «il tocco di massa». Dunque, sui tram – dove una volta c’era scritto «vietato bestemmiare» (e sputare) – adesso scriveranno «vietato toccarsi»? Non oso pensare quale sarebbe la reazione dei controllori che dovessero controllare, oltre i biglietti, anche se qualcuno si «tocca»”.

L’egualitarismo zoppo del centrosinistra.

Siamo proprio sicuri che la sinistra sia per l’eguaglianza e dalla parte dei più deboli? Proviamo a ragionare in termini empirici. Da noi, ogni volta che è arrivata al governo, la sinistra ha aumentato la spesa pubblica e la pressione fiscale. Ma chi le paga le tasse?

In Italia, le paga, innanzitutto, la grande massa dei lavoratori a reddito fisso, ai quali sono prelevate direttamente alla fonte dal datore di lavoro. Anche volendolo, non potrebbero sottrarvisi. Poi, le pagano piccoli artigiani, commercianti e professionisti. Probabilmente, non in misura corretta rispetto al proprio reddito reale avendo la possibilità di sottrarvisi almeno in parte; forse, quanto le pagherebbero se il nostro Paese avesse una pressione fiscale più bassa, analoga a quella di altri Paesi.

Infine, le pagano coloro i quali hanno un reddito elevato e hanno l’interesse e l’opportunità di utilizzare le misure che la legge offre loro per evitare di pagare in proporzione ai logo guadagni: l’individuazione, con l’aiuto di esperti fiscalisti, di artifici di ingegneria fiscale attraverso i quali eludere del tutto legalmente una parte delle tasse che altrimenti dovrebbero pagare.

Sono la categoria di italiani che, meno di ogni altra, si lamenta del fisco e partecipa a manifestazioni di protesta contro di esso. Forse perché se ne sente meno tartassata? Mi attengo anche qui a una rilevazione strettamente empirica.

Molti di costoro votano a sinistra. Poiché non sono ideologizzati come molti lavoratori a reddito fisso o autonomi, e non votano, quindi, per senso di appartenenza di classe, è probabile, dunque, che lo facciano per convenienza. Votano a sinistra perché costa fiscalmente meno di quanto non renda loro sul piano mondano qualificarsi tali. Perché è chic e conviene.

Ritengono sociale la spesa pubblica, anche se elevata. Ma non sono mai saliti su un autobus; non mandano i loro figli alla scuola statale – a meno di non esserne stati costretti dalle circostanze – non sono mai finiti in una corsia d’ospedale; si curano in cliniche private, all’estero. In compenso, si scandalizzano, ostentando una moralità fiscale pelosa, se l’idraulico non emette fattura. Non si chiedono se quella manifestazione, così palesemente illegale, non sia una forma di individuale autodifesa o addirittura il corrispettivo della loro legale, e meno palese, elusione per interposta abilità del fiscalista.

Intendiamoci. Non auspico che “anche i ricchi piangano”, come voleva un manifesto dell’estrema sinistra. Non credo che l’accumulazione di ricchezza individuale sia un gioco a somma zero: tutto ciò che guadagna l’uno lo perde l’altro. Perciò, non mi chiedo neppure se sia giusto che la legge consenta ai più abbienti di attenuare in parte i rigori del fisco. Mi pare, anzi, una legittima difesa contro la sua voracità.

Vorrei solo che chi è esposto a una fiscalità più occhiuta e implacabile non fosse preso per i fondelli con la balla della redistribuzione della ricchezza e dell’eguaglianza (peraltro controproducenti anche se fossero vere). La spesa pubblica – oltre il 50 per cento del Pil – è il luogo dove si sperpera in inefficienze e sprechi la ricchezza nazionale; dove prospera il parassitismo.

E’ la riserva di caccia delle oligarchie politiche al governo che su di essa mettono le proprie mani. L’elevata pressione fiscale è lo strumento di dominio di tali oligarchie.

E’ lo Stato etico che pretende di saper disporre dei soldi del cittadino meglio di quanto non saprebbe fare lui stesso. Spesa pubblica e pressione fiscale elevate non sono la democrazia. Sono la prova del suo fallimento”.

P.S.: buona Pasqua a tutti.

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Libera impresa in libero stato

sabato, 4 aprile 2009

Dunque, Federdistribuzione – l’associazione che riunisce le imprese che operano nel settore della distribuzione, dai supermercati ai centri commerciali – ha commissionato una ricerca al Cermes dell’Università Bocconi.

Ad illustrarla, il professor Roberto Ravazzoni:

La ricerca fotografa un aumento della richiesta di servizio al settore del commercio e le aperture domenicali rispondono a questo bisogno. Cresce, infatti, la componente di chi compra la domenica perché non ha tempo negli altri giorni. Se nel 2006 erano il 54,8% della popolazione ora sono il 57,2%”.

In buona sostanza, aggiunge il docente universitario:

Questo dato dimostra che gli italiani vogliono sempre più che il commercio si adegui velocemente ai loro nuovi stili di vita, che offra loro un vero servizio. Vogliono cioè avere l’opportunità di gestire con la massima libertà il proprio tempo”. Libertà, una parola sconosciuta in Italia. Ma ne parleremo dopo.

Dall’indagine – ed è il dato più importante – emerge che se le imprese che operano nel settore della distribuzione, avessero “la libertà” di raddoppiare il numero delle aperture domenicali e festive (rispetto a quanto avviene oggi), i consumi “alimentari e non” aumenterebbero dell’1,79% (cioè di 3,96 miliardi di euro l’anno), e ciò farebbe crescere il nostro Pil di uno 0,25%. Sarebbe un vantaggio per tutti.

Ne guadagnerebbero, infatti, i cittadini, che potrebbero acquistare quando hanno maggior tempo libero; i commercianti, che potrebbero guadagnare più soldi; e l’Erario, che grazie ai maggiori consumi, introiterebbe più danari.

Per questo motivo, il Presidente di Federdistribuzione – Paolo Barberini – chiede maggiore “libertà” di impresa, che:

Non significa chiedere una deregulation totale, determinare un mondo dove vince solo il più forte. Per noi significa creare i presupposti affinché le esigenze delle istituzioni, dei cittadini e della società nel suo complesso vengano soddisfatte nel modo più efficiente ed efficace possibile, regolamentando per norme gli aspetti necessari (sicurezza, piani urbanistici, ecc), creando un apparato amministrativo snello ed efficiente ma lasciando che domanda e offerta di prodotti e servizi trovino un punto di equilibrio che massimizzi la soddisfazione per entrambi. È questo un appello che rivolgiamo prevalentemente alle Regioni, affinché collaborino all’impostazione di un sistema commerciale moderno e capace di rispondere ai bisogni dei consumatori”.

Noi siamo convinti che questo sia un tema centrale nella vita dei cittadini che stanno cambiando stili di vita e che devono gestire una risorsa sempre più scarsa: il tempo. Nella società moderna il fattore tempo è, infatti, un elemento che condiziona moltissimo i comportamenti degli individui e le dinamiche di mercato, sia dal lato dei consumi che dal lato degli acquisti. Avere un sistema commerciale che può offrire le proprie prestazioni anche nei giorni festivi significa quindi porsi al servizio dei cittadini, dando loro non solo uno spazio maggiore per acquisti ma mettendoli anche nelle condizioni di fare acquisti più ragionati e razionali, spendendo quindi meglio i propri soldi, un’esigenza che di questi tempi è sentita da tutti, poveri o ricchi che siano”.

Ora, quando leggo appelli come questo, m’incazzo come una bestia, e penso di vivere davvero in un paese di merda. Dove, sovrana, regna una cultura catto-social-comunista (o fascista, che è lo stesso), che impone la regolamentazione per legge di ogni aspetto della vita privata.

Il fatto che si debba chiedere l’autorizzazione allo Stato-Padre-Padrone-Padrino (o agli enti locali), per poter aprire bottega, onde poter lavorare – il che è garantito dall’articolo 1 della nostra Carta – è semplicemente raccapricciante. Ed evidenzia quanto assente sia nella nostra vita di cittadini italiani, il riconoscimento di quell’elemento affatto trascurabile che è la libertà, il diritto all’autodeterminazione.

Tutto questo, chiaramente, deriva anche – o soprattutto – dal fatto che la nostra Costituzione si poggi su un impianto catto-comunista. Intimamente illiberale ed antimercatista.

Basti pensare, ad esempio, al secondo e al terzo comma dell’articolo 41. Che stabilisce che l’iniziativa economica privata:

Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

Parole che significano un cazzo! Parole prive di qualsiasi logica, e che però evidenziano un astio pregiudiziale, ideologico e razzista nei confronti dell’iniziativa privata, delle libertà economiche, perché intrise di una cultura ostile alla persona, all’individuo. Una cultura che concepisce il cittadino, nemmeno come un suddito: ma addirittura come uno schiavo, cui si possa al massimo riconoscere la libertà di obbedire e tacere.

Non a caso, il terzo comma dell’articolo 42, arriva addirittura a sostenere:

La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale”.

Cioè: “Io Stato, sommo Padrone della tua esistenza, ti concedo – entro limiti che discrezionalmente individuo – la possibilità di illuderti tu possa avere diritto ad usufruire di libertà economiche, come la proprietà privata; ma si tratta di una concessione regia, per cui se mi garba ti posso espropriare di qualunque cosa tu abbia, perché sei uno schiavo, e per me conti un cazzo”!

Ecco, a quei fessacchiotti di sinistri laicisti ed anticlericali che parlano di Stato Etico quando il Parlamento vara una legge per disciplinare questioni eticamente sensibili, ispirata a principi che loro non condividono, io chiedo: “Ma lo Stato che non ti dà la libertà di aprire bottega di domenica e nei giorni festivi (o di fare i saldi quando ti pare), un po’ perché fa comodo alla Chiesa (“Ricordati di santificare le feste”), e un po’ perché ostile alle libertà economiche: non è uno Stato Etico, di matrice catto-comunista e sovietica?”. Perché non v’indignate per questo? Forse perché delle libertà – in fondo in fondo – non ve ne fotte un cazzo?

Ancora.

A me piacerebbe che persone come Benedetto Della Vedova – e il suo entourage di neo-fan del Pdl, appena saliti sul “carro del vincitore” -, invece di preoccuparsi da sera a mane solo di testamento biologico, iniziassero a lottare in Parlamento per l’affermazione di principi liberisti, mercatisti, ed improntati al riconoscimento delle libertà economiche! Chi si schiera a destra, vuole innanzitutto la tutela di queste. Se è davvero un liberale!

In egual misura, al camelotiano Gianfranco Fini, se potessimo, chiederemmo di darsi da fare per spingere il governo e il Parlamento a trattare i cittadini con dignità e rispetto, anche quando fossero in gioco le libertà economiche di quest’ultimi, e non solo quelle civili!

E’ possibile che in Italia, di liberali veri, di persone disposte a difendere l’iniziativa privata, siano rimasti solo Antonio Martino, Piero Ostellino e Alberto Mingardi (oltre al sottoscritto che, però, non conta un fico secco)?

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