Articoli marcati con tag ‘Mafia’

Mafia: Gdf, nel 2009 sequestro 2mld

venerdì, 18 dicembre 2009

Correva l’anno 1998. Lo Scico, un gruppo d’élite della Guardia di Finanza, era ad un passo dalla cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano. Inspiegabilmente, però, proprio in quelle ore cruciali, l’allora ministro dell’Interno, Giorgio Napolitano, decise di sciogliere il reparto speciale delle Fiamme Gialle, mediante decreto.

Anno Domini 2009. Non c’è più la sinistra al governo, e la musica è cambiata:

“Sono stati 529 i soggetti indagati nel 2009 nell’ambito della lotta ai patrimoni di mafia messa a punto dalla Guardia di Finanza. L’attività ha portato a un sequestro record di beni per circa due miliardi di euro e al raddoppio totale delle confische rispetto al 2008. La Gdf ha reso noto inoltre che nei primi 11 mesi del 2009 le Fiamme Gialle hanno sequestrato 85 milioni di prodotti recanti marchi italiani contraffatti nell’ambito della lotta per la tutela del Made in Italy” (Ansa).

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Mafia, ne abbiamo arrestato un altro

martedì, 8 dicembre 2009

La Mafia, mai come in questo momento, rimpiange i bei tempi in cui al governo, anziché la destra, c’erano i Prodi, i Bersani e, soprattutto, i Di Pietro.

Rimpiange quei tempi, perché all’epoca i suoi affiliati vivevano serenamente: nessuno dava loro la caccia, ed essi potevano delinquere in tutta tranquillità.

Ora non più: l’Era Viola è finita, e al suo posto è subentrata quella del Cinghiale Bianco (o Shrî-Shwêta-Varâha-Kalpa).

Sicché non può stupire che dopo l’arresto – avvenuto tre giorni fa, e visibile nel secondo video – del numero due di Cosa Nostra, Giovanni Nicchi (e il fermo del narcotrafficante Gaetano Fidanzati), lo Stato, ieri, sia riuscito a garantire l’incarcerazione di un altro boss mafioso: Salvatore Caruso, reggente del clan catanese Cappello.

I numeri, d’altra parte, parlano chiaro; e i fatti, come noto, sono argomenti testardi.

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La Mafia contro

lunedì, 7 dicembre 2009

Nella vicenda che vede coinvolto, quale sommo accusatore di Berlusconi, il novello pentito Gaspare Spatuzza, c’è un aspetto che più di tutti deve far riflettere: il pluri-omicida e stragista in questione, ha ottenuto la benedizione del proprio Capo-Mafia di riferimento, uno dei due fratelli Graviano (che gli ha espresso il proprio benestare, nel corso di un’udienza processuale).

Giova ricordare che i Graviano, a detta di Spatuzza, sarebbero i mafiosi che hanno brigato con il Cav., e fatto mettere le bombe per soddisfarne le richieste.

Ora, questo dettaglio, la benedizione offerta da un mafioso al “picciotto traditore”, è qualcosa di assolutamente inedito nella storia di Cosa Nostra. La quale, come tutte le società segrete fondate su un “codice d’onore” ed una precisa ritualistica, sanziona puntualmente – con minacce, calunnie ed intimidazioni – il “tradimento” ad opera di un proprio affiliato.

Perché i Graviano, anziché minacciare il “traditore”, gli hanno dato la propria benedizione? Perché lo hanno fatto, visto che lo stesso li ha accusati di ulteriori efferati crimini?

Non ha logica, tutto ciò. Per questo c’è qualcosa che non quadra, in questa storia. Qualcosa che prefigura una precisa strategia volta a destabilizzare il sistema politico nel suo insieme, e non solo Berlusconi, si badi bene.

Offrendo a Spatuzza il proprio benestare, è come se i Graviano avessero voluto inviare un messaggio ai politici: “State attenti. Chi ci colpisce, chi mette in galera i nostri affiliati, chi inasprisce le pene a nostro carico, chi facilita la confisca dei nostri beni, come ha fatto Berlusconi con il suo esecutivo, farà la nostra fine. Verrà gettato nel fango. Muoia Sansone con tutti i filistei!”.

Solo così, si spiega la benedizione “impartita” da un boss-non pentito ad un traditore. E’ come se i Graviano gli avessero detto: “Fa’ pure; siamo con te”.

Questo sospetto, non a caso, ha iniziato ad affacciarsi anche nelle valutazioni di alcuni esponenti del centrosinistra. Ad esempio Luciano Violante, si è chiesto:

Qual è la ragione politica che sta muovendo questi mafiosi?”.

Nel caso del pentito Spatuzza è successo qualcosa che non era mai accaduto”.

Spatuzza parla con la benedizione del suo capo. Che ad oggi non è un pentito. Ma invece di disprezzarlo gli dice: io ti rispetto”.

Non sappiamo se le accuse sono vere o false. Ma dobbiamo comunque chiederci: perché accusano? (…)”.

Secondo Violante, infatti, c’è il rischio:

Che il sistema si autodistrugga. E che il futuro possa dipendere dalla strategia della mafia. Stanno costruendo alleanze? E in quale direzione?”.

Ecco, Violante ha perfettamente centrato la questione: c’è il rischio che il sistema politico nel suo insieme finisca per essere polverizzato dalla Mafia; la quale, utilizzando un esercito di falsi pentiti, può in qualunque momento coinvolgere esponenti politici di ogni schieramento; tenendo, in questo modo, la politica sotto scacco e ricattandola.

Ciò che la plebe fascista ed incolta del No Democracy Day, del No B Day, non capisce, è che in questo momento “schierarsi” con Spatuzza, dando allo stesso credibilità, e per di più in modo pubblico, equivale a lanciare un segnale ambiguo e pericoloso alla Mafia. Un messaggio che finisce per avallarne la strategia.

Che non può che essere una: ricattare il ceto politico, oggi Berlusconi e domani qualcun altro, al fine di vedere revocati i provvedimenti punitivi che lo stato ha adottato contro di essa. Si tratti del 41 bis, o del suo inasprimento; del divieto di patteggiamento in appello per i mafiosi, o delle norme per facilitare la confisca dei loro beni.

E’ una partita a scacchi, tra Mafia e Stato: se si sbaglia mossa, è finita per lo Stato.

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Viola, il colore prediletto dai mafiosi

lunedì, 7 dicembre 2009

Arresto del numero due di Cosa Nostra, Giovanni Nicchi, vestito di viola

No B Day No Democracy Day Di Pietro


Mafia, arrestato un altro latitante

sabato, 5 dicembre 2009

“Gli uomini della catturandi hanno arrestato il latitante Gianni Nicchi, in via Filippo Juvara a Palermo. Nonostante la sua giovane età – il suo soprannome è il soldato – è considerato uno dei leader mafiosi di Cosa Nostra nel capoluogo siciliano. Gianni Nicchi è il figlio di un mafioso, che è in carcere per tutta la vita. Egli era considerato come l’attuale “reggente”, di Pagliarelli, dopo l’arresto del suo padrino Antonio Rotolo due mesi dopo l’arresto del boss mafioso Bernardo Provenzano. Il giovane era ricercato nell’ambito dell’operazione Gotha, quando era riuscito a fuggire alla cattura“ (Tele Occidente).

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Arrestato superboss della Mafia

domenica, 15 novembre 2009

La criminalità organizzata non se la passa bene:

“La polizia di Stato ha arrestato, nel Trapanese, il boss Domenico Raccuglia, originario di Altofonte (Palermo). Era ricercato da 15 anni. Conosciuto come ‘il veterinario’, e’ un ex delfino del boss di San Giuseppe Jato, oggi pentito, Giovanni Brusca ed e’ stato gia’ condannato a 3 ergastoli (uno per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo), a 20 anni per tentato di omicidio. Durante la latitanza, nonostante i controlli sulla moglie, e’ riuscito a diventare padre per la seconda volta” (Ansa).

Il direttore anticrimine della Polizia di Stato, Francesco Gratteri, così ha commentato la cattura:

Con l’arresto di Domenico Raccuglia e’ stata decapitata l’ala corleonese di cosa nostra“.

L’altissimo profilo criminale di Raccuglia, lo aveva portato ad essere considerato tra le piu’ autorevoli personalita’ di cosa nostra. Portatore strategico dell’aggressivita’ militare tipica della mafia, si e’ reso responsabili di numerosi omicidi, tra cui quello del figlio di Santino Di Matteo”.

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Mafia, in 18 mesi 3.630 arresti

venerdì, 6 novembre 2009

“Nei primi 18 mesi del Governo Berlusconi sono state compiute 377 operazioni di polizia giudiziaria contro la mafia (+53%). E’ quanto si legge in un dossier che il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha consegnato oggi all’associazione stampa estera. ‘Mai nessun governo aveva raggiunto risultati simili’, ha detto. Rispetto ai 18 mesi precedenti, gli arresti sono aumentati del 22%: 3.630, tra cui 282 latitanti (+87%), 15 dei quali tra i 30 piu’ pericolosi (+67%)” (Ansa).

Altre informazioni, qui.

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Il cassiere di un boss della Mafia era il factotum di un senatore del Pd

giovedì, 5 novembre 2009

La storia è questa.

Qualche giorno fa, a seguito di un blitz anti-Mafia posto in essere dalle Forze dell’Ordine, è finito in carcere, tra gli altri, Filippo Di Maria. In quanto autista e cassiere del boss di Alcamo, Nicola Melodia.

Di Maria, però, fino al momento del suo arresto, è stato anche il factotum di Nino Papania: già assessore regionale siciliano, ora senatore del Partito democratico.

A favore di Papania, il Di Maria, tra le tante cose, avrebbe svolto anche la funzione di procacciatore di voti:

“Le intercettazioni disposte dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo l’hanno sorpreso mentre fa campagna elettorale per Papania e procura a un collaboratore del senatore (l’assessore comunale di Alcamo Giuseppe Scibilia) elenchi di nomi da inserire come votanti alle primarie in cui il Pd sceglieva nel 2005 il candidato alla presidenza della Regione. Tutti voti che finirono sul candidato Ferdinando Latteri“.

“Di Maria era un gran procacciatore di voti, ma anche di posti di lavoro. Ancora le intercettazioni della squadra mobile di Trapani l’hanno sorpreso mentre organizza con la segreteria politica di Papania incontri finalizzati ad alcune assunzioni nelle cooperative sociali di Alcamo“.

“Di Maria e il suo serbatoio di voti si muoveva dove c’era bisogno, dove veniva chiesto: “Lui mi ha detto, muovetevi, perché siamo in mezzo a una strada“, così il boss redarguiva per telefono i suoi. “Lui”, secondo la Procura, era Antonino Papania“.

Inoltre, Wikipedia – che non so quanto sia attendibile – informa che Papania:

“Il 24 gennaio 2002 ha patteggiato davanti al gip di Palermo una pena di 2 mesi e 20 giorni di reclusione per abuso d’ufficio, quando ricopriva l’incarico di assessore al lavoro presso la Regione Sicilia. (fonte:” Se li conosci li eviti”, di Marco Travaglio e Peter Gomez)”.

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Partito democratico e Mafia

martedì, 27 ottobre 2009

Il Partito democratico non ha solo rapporti organici con la Camorra e con la ‘Ndrangheta (come ha raccontato anche Roberto Saviano): il Partito democratico ha anche colleganze con la Mafia.

A testimoniarlo, non solo i Comuni siciliani ch’esso guidava, e che sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose (penso a Siculiana e a Canicattì, ad esempio), ma anche un atteggiamento alquanto disinvolto nei confronti di personaggi non proprio immacolati, diciamo così.

Pensiamo, ad esempio, a Vladimiro Crisafulli: già esponente e parlamentare dei Ds, è stato filmato – ed intercettato – mentre intratteneva un colloquio d’affari con il boss di Enna, Raffaele Bevilacqua (uomo vicino a Bernardo Provenzano). Al Nazareno, questo episodio non ha creato imbarazzo alcuno; e, infatti, Crisafulli è stato tranquillamente candidato alle Politiche del 2008. Oggi è senatore.

C’è anche qualcos’altro che lo riguarda. Nell’aprile scorso, il pm di Enna, Alessandro Severi, ha chiesto per Crisafulli una condanna a 13 mesi di reclusione, per interruzione di pubblico servizio, blocco stradale e resistenza a pubblico ufficiale, in relazione ad una protesta organizzata dallo stesso, in concorso con altri, per il mancato riconoscimento dell’Università Kore.

Ciò che deve far riflettere, tuttavia, è il fatto che a Crisafulli e ad altri personaggi “chiacchierati” come lui, i vertici nazionali del Pd non abbiano mai chiesto di fare un passo indietro. Ed anzi: in alcuni casi, al Nazareno hanno preferito schierarsi con queste persone, piuttosto che con chi ne chiedeva l’espulsione. Una situazione paradossale. A tal punto, che gli stessi vertici nazionali del Pd hanno finito per avallare la giubilazione, decisa a livello locale, di chi si opponeva ai vari Crisafulli.

E’ successo a Giuseppe Arnone: cacciato dal Pd, solo perché denunciava i legami tra esponenti del suo partito e la Mafia. Ora si è rivolto alla Magistratura:

E’ incredibile che io, che da anni mi batto contro le infiltrazioni mafiose nella politica degli affari, debba rivolgermi ad un giudice per impedire a un personaggio del genere e ai suoi sodali di cacciarmi dal partito”.

Voglio chiarire le ragioni per le quali il gruppo di potere siciliano che ha quali capi Vladimiro Crisafulli e Angelo Capodicasa vuole impedire che io sia (…) uno dei dirigenti del Pd in Sicilia, solo perché ho posto con forza la evidente incompatibilità statutaria, prima ancora che etica, politica, morale, che doveva impedire la ricandidatura di Mirello Crisafulli e Angelo Capodicasa alle elezioni del 2008”.

Entrambi sono stati candidati ed eletti perché fu D’Alema a vincere quella battaglia”.

Non sono un caso, né una eccezionale coincidenza le condanne in primo grado di uno dei “gemelli politici” di Capodicasa, il signore delle tessere, Calogero Gueli, del figlio e del genero, a complessivi 20 anni di carcere. Il figlio di Gueli è dentro anche per aver pestato un oppositore politico del padre, Giuseppe Sferrazza, servendosi dell’aiuto di un uomo già coinvolto nell’omicidio di un carabiniere”.

Per questo episodio Gueli ebbe il massimo di solidarietà e copertura politica, gli misero addirittura a disposizione i locali della federazione quando in un’occasione ritenne pure di attaccare la magistratura che lo inquisiva”.

Per la irresponsabilità di Capodicasa vale anche la pena di ricordare il totale silenzio degli ex Ds quando lo scorso anno Gueli ha pubblicamente lanciato, nei miei confronti, un’ampia sequela di minacce di morte, auspicando tra l’altro che venissi “squartato come un suino, da due cavalli spinti in opposte direzioni””.

Pure a Siculiana gli amministratori che hanno subito lo scioglimento per mafia e andranno adesso a processo, sono tutti uomini di Capodicasa e anche lì silenzi, omertà, coperture. E che dire di Canicattì dove il sindaco diessino, talmente generoso da candidarsi alle regionali per portare i voti necessari a garantire la rielezione di Capodicasa, è stato condannato con l’aggravante di mafia (il consiglio è stato sciolto). A Favara si è ritenuto normale, da parte di Capodicasa e del gruppo dirigente diessino, ricandidare il sindaco uscente malgrado avesse un’imputazione di associazione per delinquere (…) mentre a Ribera vi è una storia simile a quella di Crisafulli”.

Un ultimo dettaglio: Crisafulli e Capodicasa, in quanto dalemiani, hanno sostenuto Pier Luigi Bersani alle primarie del Pd.

Aggiornamento e rettifica:

In data 25 novembre 2009, Calogero Gueli è stato assolto dall’accusa di concorso in associazione mafiosa.

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Altri otto mafiosi in galera

venerdì, 9 ottobre 2009

“Il blitz dei carabinieri del Nucleo operativo di Catania che ha condotto all’arresto dei due superlatitanti del clan mafioso Santapaola Santo La Causa e Carmelo Puglisi ha interrotto “un summit operativo di altissimo profilo”, spiegano i militari che hanno condotto l’intervento. Al summit, che si stava svolgendo ad Agro di Belpasso, oltre ai due superlatitanti – La Causa inserito nell’elenco dei 30 e Puglisi in quello dei 100 latitanti di massima pericolosità – erano presenti altri sei elementi di spicco della mafia catanese, che sono finiti in manette. “E’ un’operazione che assesta un colpo durissimo alla mafia catanese, in ordine al quale possiamo ipotizzare forti ripercussioni per il sodalizio criminale dei Santapaola”, spiega il tenente colonnello Sciuto, comandante del reparto operativo dei carabinieri di Catania che ha condotto il blitz. Le indagini sono consistite in molteplici attività tecniche e altrettante di carattere classico che hanno stretto la rete – spiegano i militari – e che hanno portato alla decisione dell’intervento, perchè la riunione che si stava svolgendo era “di carattere prettamente operativo, su decisioni della mafia catanese”. Al momento dell’irruzione La Causa ha cercato di scappare, raccontano i carabinieri, ma i poi i leader criminali hanno fatto i complimenti ai militari: “Ci hanno detto ‘bravi’” (Apcom).

Da quando il governo Berlusconi è in carica, sono stati arrestati, in media, 8 esponenti della criminalità organizzata al giorno (altre informazioni: qui).

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