Articoli marcati con tag ‘Massimo D’Alema ha intascato un finanziamento illecito di 20 milioni di lire per il Pci’

L’ipocrisia di Bersani

venerdì, 26 febbraio 2010

L’ipocrisia e il doppiopesismo che regnano a sinistra sono davvero stucchevoli e imbarazzanti.

Prendiamo Bersani. Questi ha dichiarato: “La gente perbene confida nelle assoluzioni, non nelle prescrizioni. Voglio credere che il nostro presidente del Consiglio possa confidare nell’assoluzione e la cerchi nella sede giusta”.

In buona sostanza, il leader del Pd ha detto che Berlusconi è un mezzo farabutto perché i processi che lo vedono coinvolto si chiudono sì, senza una condanna, ma solo perché scatta la prescrizione.

Da quale pulpito viene la predica!

Bersani, infatti, dimentica che il suo capo, Massimo D’Alema, non è finito in gattabuia per aver percepito un finanziamento illecito per il Pci, solo grazie alla prescrizione del reato.

Allo stesso modo, Bersani dimentica che alcuni esponenti apicali del suo partito, dopo aver intascato una “mazzetta” da 1 miliardo di lire (la famosa tangente Enimont), non sono finiti in carcere solo perché il reato è caduto in prescrizione (e altro ci sarebbe da raccontare).

Ecco, fossimo in Bersani, accenderemmo un cero a chi ha inventato la prescrizione: in fin dei conti, se l’intera classe dirigente del suo partito non è finita in galera, è solo grazie ad essa (diciamo francamente).

Zero tituli.

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Il più pulito aveva la rogna

lunedì, 4 gennaio 2010

Napolitano, D'Alema e Occhetto foto

Giampaolo Pansa, Il Riformista:

“(…) Alla fine, gli unici partiti estranei al sistema di finanziamento illecito risultarono il Msi e i radicali. Non certo il Partitone Rosso, ovvero il Pci-Pds, allora guidato da Achille Occhetto.

In seguito, per anni e anni, i dirigenti di quel partito, e i giornali che li sostenevano, si affannarono a convincerci che le Botteghe Oscure e le loro strutture periferiche erano più bianche del bianco. Ma non era vero. Il Pci aveva sempre vissuto anche di fondi neri. Non alludo soltanto ai continui finanziamenti dall’Unione Sovietica. Parlo di vere e proprie mazzette, spesso molto consistenti.

(continua…)

In attesa che Annozero se ne occupi (segue risata)

venerdì, 16 ottobre 2009

Il vero “papello”, quello di cui non si parla sui giornali, nei Tg, o nelle trasmissioni di approfondimento che vanno in onda sulla Rai, è questo:

In provincia di Napoli 83 comuni su 92 sotto inchiesta per camorra. Quasi tutti del Centrosinistra.

Un fatto noto anche Roberto Saviano:

Al di là delle attuali vicende in corso a Napoli e di come andranno a finire, una cosa va detta, che il centrosinistra avesse relazioni con la criminalità organizzata lo si sapeva da 10 anni. Non a caso la Campania e la Calabria, feudi del centrosinistra, hanno il record per crimini di questo tipo”.

Per non parlare, poi, dell’omicidio Tommasino: Camorra e killer del Partito democratico.

Per carità: siam convinti che Santorescu, prima o poi, tratterà anche questi argomenti, ad Annozero. E se non l’ha mai fatto fino ad ora, se non si è mai occupato dell’organica connivenza tra il centrosinistra campano e la Camorra, è solo perché negli ultimi 15 anni ha avuto un sacco di cose da fare, ad esempio scegliersi la tinta per i capelli; e mai un minuto libero da dedicare all‘approfondimento di queste che, indubitabilmente, son solo inezie.

Così come siam certi che, la prossima volta che in quella trasmissione si ciarlerà di politici che non sono finiti al gabbio grazie alla decorrenza dei termini di prescrizione, si farà anche il nome di Massimo D’Alema. E se ciò non è mai avvenuto sino ad oggi, è solo perché Santorescu è stato molto impegnato, negli ultimi tre lustri: scegliere ogni anno una nuova valletta, richiede tempo e totale dedizione.

Eguale certezza, inoltre, riponiamo nel fatto che quando ad Annozero si discetterà nuovamente di “leggi ad personam”, si dirà che il primo ad essersene cucita una addosso, è stato Romano Prodi nel 1997. E se fin qui non se n’è mai fatto cenno, è solo perché Santorescu ha avuto molto da lavorare, nell‘ultimo quindicennio: scegliere l’arredamento di una villa, converrete, richiede cure e attenzioni continue.

In ogni caso, siam certi che queste cose, prima o poi, verranno discusse ad Annozero.

D’altra parte gli asini volano, e Paola Binetti adora i gay.

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Il Sindaco Pd di Bari, Emiliano, ha candidato un ultrà accusato di associazione mafiosa, tentato omicidio e detenzione di armi

mercoledì, 7 ottobre 2009

La Puglia non è soltanto prostitute offerte, a mo’ di tangenti, ad esponenti del Partito democratico per ottenere in cambio appalti.

La Puglia non è nemmeno soltanto giovani disoccupate che “si concedono”, per disperazione, ad esponenti del centrosinistra in cambio di un piatto di minestra: un posto di lavoro grazie al quale sfamare i propri figli.

La Puglia, poi, non è nemmeno soltanto la Mafia che stringe accordi con il centrosinistra locale, per garantirsi protezione e sedere al tavolo dove ci si divide la torta, gli appalti pubblici, onde mangiare a quattro palmenti alla faccia del contribuente.

La Puglia, inoltre, non è nemmeno soltanto D’Alema che intasca un finanziamento illecito per il Pci, e, poi, beccato dal pm Alberto Maritati, confessa, ma non finisce al gabbio grazie alla decorrenza dei termini di prescrizione. Mentre il suddetto pubblico ministero, non si capisce perché, qualche anno dopo viene premiato con un scranno in Parlamento, al Senato, e con un incarico da sottosegretario agli Interni, guarda caso proprio nei due governi che presiede D’Alema.

La Puglia, ancora, non è nemmeno soltanto il pubblico ministero Michele Emiliano, che apre un’indagine su alcuni uomini di D’Alema (l’”Inchiesta Arcobaleno”), e poi, dopo aver archiviato il tutto, viene premiato con la candidatura a Sindaco del capoluogo pugliese. Chissà perché.

La Puglia è anche o soprattutto quello stesso Michele Emiliano, riconfermato a giugno Sindaco di Bari, che va in televisione ad AnnoZero e finge sdegno per il “modus operandi” di Gianpi Tarantini, quando forse farebbe bene a spiegare perché l’estate scorsa abbia candidato nella lista “Moderati per Emiliano”, l’ultrà del Bari calcio, Alberto Savarese, che è un signore accusato soltanto di associazione per delinquere di stampo mafioso, tentato omicidio e detenzione di armi.

Ma tranquilli, “compagni”, dormite pure sonni sereni: di questa Puglia qui, non parlerà mai alcuno.

W la libertà di stampa e i Santorescu di Regime!

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D’Alema conosce Tarantini e ha partecipato alla cena da lui offerta. Siccome ha mentito, deve dimettersi

venerdì, 11 settembre 2009

Due menzogne colossali in meno di cinque giorni. Per carità: non desta meraviglia. A sinistra mentono tutti, sempre (non a caso da anni, su questo blog, esiste la Rubrica: Le balle della sinistra).

La prima bubbola, Massimino, l’ha raccontata domenica. Quando ci ha fatto sapere:

Quando sono diventato presidente del Consiglio ho rimesso tutte le querele”.

Cosa del tutto falsa: quando era Premier, nel 1999, querelò Giorgio Forattini per una vignetta.

La seconda frottola, il caro percettore di finanziamenti illeciti per il Pci, l’ha pronunciata quando il Corriere della Sera ha pubblicato alcuni verbali dell’inchiesta di Bari, nei quali si parla di una cena elettorale finanziata dall’imprenditore Tarantini a sostegno di Baffino:

Non conosco il signor Tarantini”, “Non ho mai avuto occasione di incontrarlo o di frequentarlo”, ha detto Max.

E alla cena:

arrivai tardi, feci un breve saluto, e me ne andai”.

Tutto falso: solo e soltanto menzogne.

A provarlo, le dichiarazioni (rilasciate a Panorama, e riprese da Libero e da Il Giornale oggi in edicola) del proprietario del ristorante in cui si svolse la cena, Franco Vincenti, e di Giacomo Amadori:

Nessuno scappò via: quella sera si fermarono sia Emiliano sia D’Alema. Al suo fianco era seduto Tarantini”.

Gli organizzatori mi dissero che volevano un’unica tavolata per 80 persone. Non fu facile, partiva dall’ingresso e arrivava alle cucine”.

L’ex premier arrivò in ritardo, scortato dal suo entourage. I camerieri iniziarono a servire il cibo solo quando prese posto”.

D’Alema fece un discorso a braccio. Spaziò dalle vicende internazionali (all’epoca era ministro degli Esteri) alle questioni legate alla sanità. I commensali applaudirono”.

D’Alema, dunque, ha mentito. Ha detto di non conoscere Tarantini, di non averlo mai incontrato, di aver fatto una “toccata e fuga” alla “cena incriminata”, ed è tutto falso: ha partecipato alla cena organizzata dall‘imprenditore pugliese e lo ha incontrato, visto che era seduto al suo fianco; e la sua “apparizione” non è stata affatto fugace.

Ora, siccome a sinistra – nei mesi scorsi – si è lungamente affermato che se un politico mente ai cittadini debba dimettersi – lo si è detto in riferimento a Berlusconi, che avrebbe raccontato bugie sul come e sul quando ha conosciuto Noemi e i suoi genitori -: adesso, per coerenza, pretendiamo che la stessa identica richiesta venga fatta per D’Alema.

Oppure agli amici riservate un trattamento di favore, cari ipocriti e doppiopesisti, nonché finti moralisti?

Aggiornamento delle 17.32.

Tarantini sbugiarda D’Alema:

Sbagliano quanti oggi dicono di non conoscermi o di non ricordarsi di me. Farebbero bene a ricordarsi chi sono”, “Emiliano e D’Alema hanno detto di non conoscermi: se ce lo chiederanno gli inquirenti forniremo tutte le indicazioni utili”.

Dieci domande ad Ezio Mauro, l’evasore fiscale.

(leggere anche: Ezio Mauro è un evasore fiscale e un bugiardo, parola dell’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate).

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Ezio Mauro è un evasore fiscale e un bugiardo, parola dell’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate

venerdì, 4 settembre 2009
Ezio - evado il Fisco e me infischio - Mauro

Ezio - evado il Fisco e me infischio - Mauro

Ezio – evado il Fisco e me ne infischio – Mauro s’è giocato la poltrona di Commander in chief del plotone di largo Fochetti. E’ una questione di giorni, al massimo di settimane; ma, prima o poi, rassegnerà le dimissioni dalla direzione de la Repubblica ed emigrerà all’estero. Su questo non ci sono dubbi (e nemmeno lui ne ha, al riguardo): troppo grande è la figura di merda che ha fatto.

D’altra parte, quale credibilità potrebbero riconoscergli ancora, i suoi lettori? Nessuna, presumibilmente. Li ha ingannati e buggerati. Per anni, infatti, ha lavorato con tenacia e costanza per costruirsi una reputazione da integerrimo Savonarola. E a conti fatti che si è scoperto, in questi giorni? Che è un classico moralista d’accatto: di giorno predica bene; di pomeriggio, invece, razzola malissimo ed evade il Fisco. Vizi privati e pubbliche virtù.

Per carità: a sinistra è una costante, questa. Non desta meraviglia: “sinistra” e “ipocrisia” sono sinonimi, infatti.

Si prenda Enrico Berlinguer. Nel 1981, come noto, enunciò la celeberrima “teoria” della “diversità comunista”. Con la quale evidenziava, tra le tante cose, come il suo Pci si distinguesse dalla marmaglia partitocratica, perché non faceva ricorso a finanziamenti illeciti. Infatti a quella data, il partito delle Botteghe Oscure percepiva soltanto da 30 anni, e illegalmente, danaro dall’Unione Sovietica. Quisquilie.

Quattro anni dopo, poi, Massimino D’Alema – per non mostrarsi meno capace del suo leader – intascava un bel finanziamento illecito per il Pci pugliese, dal patron delle Cliniche Riunite di Bari, Francesco Cavallari. Se Baffino non è finito in galera, dopo essere stato “beccato” con le mani nella marmellata dal Pm Alberto Maritati – cui confessò tutto -, è solo grazie alla prescrizione del reato. Bazzecole.

Per non parlare, poi, della tranche da un miliardo di (vecchie) lire della Tangente Enimont “approdata” al Bottegone. Diciamo che se in quegli anni, ad occuparsi della questione, non ci fosse stato il futuro Ministro – Ulivista – dei Lavori pubblici, l’allora pubblico ministero Totonno Di Pietro, Max D’Alema, Achille Occhetto e Walter Veltroni oggi risiederebbero nel lussuoso albergo Regina Coeli. Pinzillacchere.

Ma veniamo ad Eziuccio Mauro. Il poveruomo s’è rovinato con le proprie mani; lo si è già raccontato ieri.

Riassumo: il direttore de la Repubblica ha provato a spiegare che, quantunque abbia pagato 850 milioni di vecchie lire in nero per acquistare una casa, a suo dire non avrebbe truffato l‘Erario, ed anzi avrebbe sborsato più danaro del dovuto. Bubbole, naturalmente; per di più a tal punto inverosimili, da essere state smascherate con estrema faciltà da un notaio e dal vice direttore del quotidiano giuridico-economico Italia Oggi, Marino Longoni.

Ma a Mauro la sorte non arride, nemmeno un po’. Anche l’ex direttore tributario dell’Agenzia delle Entrate, l’ente pubblico che si occupa di acciuffare gli evasori come Eziuccio, infatti, ha demolito pezzo a pezzo le panzane che il Nostro ha raccontato.

Ecco cos’ha scritto l’ex funzionario dello stato, Giorgio Fabbri:

“L’articolo 52 del Dpr 131/86 (Testo unico imposta di registro) regola il potere di accertamento dell’ufficio fiscale in materia di trasferimenti immobiliari e al quarto comma inibisce l’accertamento da parte dell’ufficio fiscale se è stato dichiarato nell’atto di compravendita un valore o un corrispettivo superiore a quello scaturente dal calcolo automatico con la rendita catastale.

Quindi l’articolo 52 invocato dal direttore-evasore non è una sorta di licenza a dichiarare un importo del corrispettivo tassabile, inferiore a quello pattuito e pagato, come ha lasciato intendere al suo auditorium.

L’articolo 72 dello stesso Dpr 131/86 richiamato dal direttore-evasore si occupa e regola il sanzionamento dell’”Omissione di corrispettivo” e nel caso del direttore-evasore ci dice che egli avrebbe dovuto corrispondere la differenza di imposta non pagata sulla somma di circa 800 milioni che corrisponde a circa 80 milioni di lire (che ha sicuramente evaso) e poi avrebbe dovuto pagare una sanzione amministrativa che l’ufficio fiscale avrebbe irrogato da un minimo di 160 milioni di lire ad un massimo di 320 milioni di lire.

Nel migliore dei casi il nostro direttore-evasore avrebbe dovuto pagare al fisco la “irrisoria” somma di 240 milioni di lire. Se questo fatto fosse venuto fuori entro i tre anni dalla stipula dell’atto di compravendita sarebbe stata l’unica realtà possibile.

Quindi il nostro direttore-evasore è proprio un evasore e basta”.

Dieci domande ad Ezio Mauro, l’evasore fiscale.

(leggere anche: Ezio Mauro mente spudoratamente. E’ un evasore fiscale, parola di notaio; Parla il banchiere che ha ricevuto gli assegni con cui Ezio Mauro ha evaso il Fisco).

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Quando D’Alema intascò un finanziamento illecito per il Pci, confessò, e non venne condannato e arrestato grazie alla prescrizione del reato

martedì, 23 giugno 2009

Massimo D'Alema silenzio foto

Correva l’anno 1994. Il pubblico ministero pugliese, Alberto Maritati, stava indagando su un finanziamento illecito erogato – tramite assegno – dal patron delle Cliniche Riunite di Bari, Francesco Cavallari, a Massimo D’Alema.

Cavallari, dinanzi al pm, il 9 settembre di quell’anno dichiarò:

Non nascondo che ho dato un contributo di 20 milioni al partito. D’Alema è venuto a cena a casa mia, e alla fine della cena io spontaneamente mi permisi di dire, poiché eravamo alla campagna elettorale 1985, che volevo dare un contributo al Pci. Quella sera, con D’Alema, eravamo presenti in tre: io, il mio cuoco Sabino Costanzo, e il nostro amministratore Antonio Ricco che era in grande rapporto d’amicizia con lui”.

Nel giugno del 1995, quel processo fu archiviato per decorrenza dei termini di prescrizione, su richiesta dello stesso pm Maritati.

Il gip Concetta Russi, con queste parole dispose l’archiviazione:

Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti, e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci. Con riferimento all’episodio riguardante l’illecito finanziamento al Pci, l’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato”.

D’Alema, dunque, confessò di aver percepito un finanziamento illecito per il Partito comunista. E tuttavia, non venne condannato e non finì in gattabuia grazie alla prescrizione del reato da lui compiuto.

Va aggiunto, inoltre, che il pubblico ministero di questo processo, Alberto Maritati, fu candidato – per volontà di D’Alema – alle elezioni suppletive del giugno 1999 (si era liberato un seggio senatoriale, dopo la morte di Antonio Lisi). E divenne sottosegretario all’Interno del governo presieduto dallo stesso D’Alema. Ancora oggi, Maritati, siede al Senato nelle fila del Partito democratico.

Dalle mie parti si dice: una parola è poca, e due sono troppe.

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