Articoli marcati con tag ‘Massimo D’Alema’

D’Alema, il bue che dà del cornuto all’asino

giovedì, 22 luglio 2010

Massimo D’Alema è uno dei politici più laidi della sinistra italiana. Uno dei più ipocriti.

Non a caso oggi, parlando delle vicende giudiziarie che coinvolgono Verdini ed altri esponenti del Pdl, ha dichiarato:

Emerge intorno al potere berlusconiano una rete di interessi, una rete affaristica che appare come un vero e proprio sistema di potere. Non si tratta di casi singoli come dice il premier ma di qualcosa che assomiglia alla rete degli anni ’90”.

Questa vicenda fa venire alla luce la crisi di un sistema di potere, la crisi di un governo, la crisi di un leader che ha riportato il Paese agli standard di corruzione della vecchia Italia, della tanto vituperata prima Repubblica”.

Ecco, che queste cose le dica un percettore reo confesso di finanziamenti illeciti per il Pci; un politico che non è finito in galera, dopo aver intascato una mazzetta da 20 milioni di lire (nel 1985), solo grazie alla decorrenza dei termini di prescrizione; un birbaccione che si è portato in Parlamento, facendolo diventare prima senatore e poi sottosegretario del proprio governo, il pubblico ministero che lo aveva indagato e che, tra l‘altro, per inspiegabili motivi aveva ritenuto di non doverlo processare anche per altri finanziamenti illeciti (dell’ammontare di 60 milioni di lire): ecco, che queste cose le dica uno come D’Alema, francamente, è troppo.

Le puttane non facciano la morale alle educande.

Io consegnai personalmente a D’Alema 20 milioni in contanti in una busta bianca durante una cena a casa mia. Ma non finì lì. In altre due occasioni gli diedi due finanziamenti illeciti da 15 milioni che gli portai al consiglio regionale. Successivamente gli feci avere altre due tranche sempre da 15: in tutto 80 milioni di lire”.

Nell’agenda inizialmente annotai il nome “D’Alema“ poi, vista la cresciuta confidenza, lo indicai coma “Massimo”. Maritati (il pubblico ministero che indagava su D’Alema, e che questi successivamente fece diventare senatore e poi sottosegretario, ndr) non mi ha creduto”, Francesco Cavallari, imprenditore.

Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti, e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci. Con riferimento all’episodio riguardante l’illecito finanziamento al Pci, l’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato”, Concetta Russi, giudice per l’udienza preliminare.

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Camelot Destra

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D’Alema sbarella (e invece dovrebbe ringraziare la sorte)

mercoledì, 5 maggio 2010

Dite quello che vi pare, ma a me il D’Alema furioso di ieri è piaciuto tantissimo. Mi ha fatto molto divertire e l’ho trovato sublime: ha dato prova di grandi doti attoriali e, soprattutto, di capacità simulatorie di gran pregio. A tal punto, che quando è sbottato sembrava una donna: tanto appariva convincente la sua posticcia indignazione (magistralmente contenuta, per di più, entro un lasso di tempo infinitesimale). Che superba recitazione. Chapeau.

Il fatto è che ha avuto la fortuna di trovarsi di fronte quel pivello di Fester Sallusti. Il quale, non essendo propriamente uomo intelligente e pronto di riflessi, s’è limitato a rinfacciargli la storiella di Affittopoli: robetta, diciamo; e di nulla rilevanza penale, per di più. Quando invece avrebbe potuto fare di meglio: ricordargli che se oggi è a piede libero, e non a Regina Coeli, Max lo deve solo alla tanto vituperata prescrizione, visto che ha confessato d’aver percepito un finanziamento illecito per il Pci pugliese, quando ne era segretario regionale. Per non parlare, poi, dei benefici di cui ha goduto grazie all’amnistia dell’89-90, che ha cancellato, in un sol colpo, tutti i reati finanziari commessi dai maggiorenti (ex Pci) dell’attuale Partito democratico.

Ma Massimino è uomo fortunato, e s’è trovato a fronteggiare due pippe, Fester Sallusti e Maurizio Lupi.

Che culo.

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D’Alema al Copasir fa paura anche a qualche Pd

giovedì, 28 gennaio 2010

Da tre giorni Massimino D’Alema è presidente del Copasir: il comitato di controllo dei Servizi segreti.

Tale nomina, inspiegabilmente, a destra non è stata contestata da alcuno. A sinistra, invece, c’è chi l’ha fatto.

Con sapiente ironia, ed è il caso di Riccardo Barenghi (alias Jena):

Dopo la sconfitta pugliese D’Alema si occuperà dei servizi segreti, a rischio la sicurezza del Paese”.

O con totale serietà (e con largo anticipo), come nel caso di Mario Adinolfi (via Twitter):

Mario Adinolfi Twitter

Mario Adinolfi contro D'Alema Twitter

Ecco, d’alema a capo del comitato dei servizi segreti mette un filo di paura”.

Per chi non lo sapesse, Adinolfi è membro della direzione nazionale del Partito democratico.

Il blog di Renata Polverini

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D’Alema alla presidenza del Copasir è una vergogna

martedì, 26 gennaio 2010

Francamente a volte si fa non poca fatica a comprendere cosa passi per la testa dei dirigenti del centrodestra; ammesso, beninteso, gli stessi dispongano di una testa, cioè di intelligenza (cosa di cui non possiamo avere certezza, mancandone testimonianza).

Si fa fatica a comprendere cosa passi per la testa dei dirigenti del centrodestra, perché talvolta essi compiono scelte a tal punto masochistiche, che è impossibile afferrarne la ratio; a meno che, ovviamente, non si pensi le prendano onde procurarsi nocumento, nel qual caso, allora, è possibile comprenderne e logica e utilità.

E’ il caso, ad esempio, della nomina di D’Alema a presidente del Copasir: il comitato parlamentare di controllo dei Servizi segreti.

Trattasi di un incarico assai delicato; di un ufficio che – sempre – dovrebbe essere ricoperto da persona dotata di alcune imprescindibili qualità: assoluta democraticità; comprovata onestà; altissimo senso dello Stato e delle Istituzioni; condivisione delle alleanze occidentali.

Bene. D’Alema non ha nemmeno una di tali caratteristiche: è un ex comunista non pentito; risulta aver percepito – lo ha confessato – un finanziamento illecito per il Pci, quando ne era segretario regionale pugliese; essendo un ex comunista non pentito, non ha mai nemmeno preso le distanze dal fatto che il Pci venisse finanziato illegalmente da una potenza nemica, l’Unione Sovietica; da Ministro degli Esteri è arrivato a sostenere si dovesse dialogare con i terroristi antisemiti di Hamas; ha epurato, non ricandidandoli, Peppino Caldarola e Umberto Ranieri perché li considerava troppo filo-israeliani.

Fin qui, le questioni di principio; di politica – sia concesso – “alta”. Ma ci sono altre ragioni per contestare, e vibratamente, la nomina di D’Alema a presidente del Copasir.

Da un anno Berlusconi è sotto il fuoco incrociato di una serie di poteri forti, il cui unico obiettivo – lo abbiamo ribadito a perdifiato – è quello di farlo fuori “politicamente“; e se non vi riescono con le buone, lo abbiamo potuto appurare, allora son pronti a ricorrere finanche al gioco sporco: assoldando lo psicolabile di turno. Come “tradizione” internazionale insegna: quando c’è un personaggio scomodo, l’arma perfetta per farlo fuori è un malato di mente. Non lascia traccia dei mandanti; e se anche dovesse confessare di essere stato assoldato da qualcuno (Servizi segreti deviati, naturalmente), nessuno gli crederebbe. Un’arma perfetta, soprattutto se riesce a far fuori l’”obiettivo”.

Ora, siccome non ci si chiama Antonio Di Pietro – e dunque non si è protetti dall’immunità/impunità di cui lo stesso usufruisce – e pertanto non ci si può prendere il lusso di esternare tutto ciò che si pensa, perché altrimenti si finirebbe con l’esser querelati per diffamazione (o peggio), ci si limiterà a dire questo.

A nostro modesto parere, la nomina di D’Alema a presidente del Copasir – fortemente voluta da alcuni dirigenti dell’ex Forza Italia – faciliterà la vita a quanti vogliono far fuori (politicamente) Berlusconi.

Il blog di Renata Polverini

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Uniti sempre e su tutto

mercoledì, 20 gennaio 2010

Il centrosinistra è sempre molto coeso, e il “caso Puglia” ne è una prova.

Nichi Vendola:

Penso che la maggior parte dei militanti, dei simpatizzanti del popolo del centrosinistra voterà me proprio perché vuole vincere, vuole vincere non le primarie, vuole vincere le secondarie”.

Il rischio è che un centrosinistra allargato ma orfano di una guida che è conosciuta e che è entrata fortemente nell’immaginario popolare possa andare incontro ad una sconfitta”.

Francesco Boccia:

La sinistra siamo noi. Quella democratica, quella popolare, quella che si occupa sia degli operai che dei piccoli e piccolissimi imprenditori, quelli che hanno 5 o 6 dipendenti. E che non ce la fanno più”.

Enrico Letta:

Le primarie non sono una rivincita personalistica tra Nichi Vendola e Francesco Boccia. Sono il confronto tra due ipotesi diverse. Vendola va al voto con una minicoalizione e abbiamo già fatto la prova alle politiche del 2008. Abbiamo perso. E perderemmo anche in Puglia. Con Vendola si vuole andare all’opposizione. Boccia, invece, mette in campo una nuova coalizione larga e unita”.

Massimo D’Alema:

Non facciamo la campagna contro Vendola ma una campagna per una nuova coalizione più ampia e per un giovane. Boccia ha 10 anni meno di Vendola. È anche un passaggio di testimone a una generazione più giovane che può dare alla Puglia una prospettiva di una alleanza democratica ampia che arriva fino al centro moderato. Noi guardiamo al futuro. Questa non è una campagna recriminatoria. Boccia si presenta come un candidato in grado di costruire attorno a sé un’alleanza vincente”.

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Laudato sii, mio Lodo

mercoledì, 14 ottobre 2009

“All’indomani della bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta Massimo D’Alema ha sospirato come fa chi mastica di legge e certe cose le ha sempre capite: “La sentenza ripara ad un vulnus che era evidente nella legge: la lesione del principio di uguaglianza fra tutti i cittadini”. Certo che il leader ombra del Pd la sapeva lunga: sono anni che lo ripete. Lo disse sei anni fa quando si affacciò in Parlamento il lodo Maccanico. Lo aveva ripetuto qualche mese dopo quando quel testo si trasformò in Lodo Schifani: “è incostituzionale. Viola il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge”.

Chissà se D’Alema ha mai letto le carte del mini processo che gli ha fatto il 3 novembre 2008 la commissione giuridica del Parlamento europeo guidata da Klaus- Hiener Lehne. Processo fortunato, perché di fronte alle pretese del tribunale di Milano che chiedeva l’autorizzazione a procedere per utilizzare le intercettazioni telefoniche D’Alema-Consorte nell’inchiesta sui furbetti del quartierino, la sentenza è stata la rigorosa applicazione del “lodo-Strasburgo”: a quel paese i giudici, non si toglie l’immunità a D’Alema. Ma se il leader del Pd avesse letto quelle carte, sarebbe trasalito: perché per non mandarlo in pasto ai giudici come un qualsiasi cittadino italiano, i suoi colleghi di Strasburgo hanno fatto riferimento ai privilegi concessi da una legge italiana: la legge 20 giugno 2003, n. 140. E sapete come si chiama in altro modo quella legge? Lodo Schifani. Perché al suo interno stabiliva privilegi per la alte cariche dello Stato (e le norme sono state bocciate dalla Corte suprema), ma anche privilegi per tutti gli altri eletti, e grazie a quelli si è salvato D’Alema. Tutti uguali davanti alla legge?” (Franco Bechis, continua).

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E’ che sono democratico e liberale. Mica sono un fascio come Silvio

martedì, 15 settembre 2009

I giornali? E’ un segno di civiltà non leggerli. Bisogna lasciarli in edicola”.

Scalfari ha leccato i piedi ai democristiani che stavano a Palazzo Chigi, da Andreotti a De Mita. E adesso fa il capo dell’antipartitocrazia. Che cosa si vuol fare? Cacciare deputati e senatori, per lasciare tutto in mano a Scalfari?” (31 ottobre 1992).

Ormai i giornali sono un problema in Italia, esattamente come la corruzione” (13 novembre 1992).

In questo Paese non sarà mai possibile fare qualcosa finché ci sarà di mezzo la stampa. La prima cosa da fare quando nascerà la Seconda Repubblica sarà una bella epurazione dei giornalisti in stile polpottiano”. (13 aprile 1993).

Scrivete pure quello che vi pare, tanto i giornali non li legge nessuno. E anche voi contate poco: prima o poi vi licenzieranno” (2 agosto 1996)

L’ho detto una volta per tutte, con validità erga omnes, con valore perpetuo: quello che scrivono i giornali è sempre falso” (5 maggio 1997).

Un sincero democratico di lungo corso.

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Il punto

lunedì, 14 settembre 2009

Fini non punta al Quirinale, non è il suo obiettivo principale. Fini punta a Palazzo Chigi, e vuole arrivarvi in questa legislatura.

Per capire appieno il progetto del Presidente della Camera, bisogna fare un passo indietro. E con le lancette tornare all’aprile 2008, quando il centrodestra vinse le elezioni politiche.

Lo sfondo è quello di Porta a Porta; le urne sono chiuse; la vittoria della coalizione guidata da Berlusconi, e con nove punti di vantaggio sul centrosinistra, è un fatto certo. Fini, ospite di Vespa, non riesce a nascondere il proprio disagio. Il suo volto racconta una delusione cocente: non s’aspettava un risultato del genere; forse immaginava una vittoria meno netta del Cavaliere o, meglio, un pareggio tra le due coalizioni. In quest’ultima ipotesi, infatti, l’ex leader di An avrebbe potuto far fuori immediatamente Silvio; accantonare una volta e per sempre la sua leadership; gestire in modo autonomo il Pdl; preparare le condizioni per la propria ascesa al trono di leader del centrodestra e di candidato premier. Insomma: Fini sperava in un risultato che imponesse il varo di un esecutivo di larghe intese. Un Gabinetto della durata di due o tre anni, che avrebbe dovuto affrontare la crisi economica, l’avvio di alcune riforme costituzionali e la modifica dei regolamenti camerali. In poche parole: Fini sognava un esecutivo che tenesse a battesimo la Terza Repubblica, e suggellasse il superamento del berlusconismo. Ma, ancora una volta, aveva sottovalutato Berlusconi e la sua presa sull’elettorato.

Le urne, infatti, consegnano un messaggio chiaro e inequivocabile, in quell‘aprile 2008: il Cavaliere è forte, la sua leadership è tutt’altro che appannata. Niente, dunque, che faccia immaginare come conclusa la parabola politica dell’uomo di Arcore. Che fare?

Il complotto.

Il leader della destra capisce che la Presidenza della Camera può giovargli: una posizione più defilata, meno politica e meno in vista, gli consente di muoversi nell’ombra, e di preparare l’assalto al Cav. senza destare troppo allarme nell’inquilino di Palazzo Chigi. Inizia così a muoversi alacremente, e a cumulare tasselli che possano tornargli utili al momento più opportuno: quando il velo calerà, e il mosaico – alla cui composizione egli ha lavorato con certosino impegno – apparirà come l’unica immagine, l’unico scenario possibile.

Fini decide che per disarcionare Berlusconi sia venuta l’ora di usare qualunque mezzo, anche il meno nobile, anche il più scorretto. Costruisce rapporti con chi, per ragioni diverse, vuol far fuori il Cavaliere. Partecipa alla definizione di un piano che dovrà articolarsi in una molteplicità di mosse, e che dovrà contemplare attacchi su più fronti, portati a segno con una virulenza senza precedenti, e nel più breve tempo possibile. Bisogna fare in fretta, difatti: perché il piano sortisca l’effetto sperato, è necessario il Paese sia ancora avvolto dalla cappa della crisi economica internazionale. Quest’ultima, infatti, non permette vi sia una “crisi al buio”, o un ricorso anticipato alle urne: se l’esecutivo in carica si dimette, è necessario si dia vita ad un gabinetto di unità nazionale che porti l’Italia fuori dal guado.

Muoversi in fretta, dunque; e colpire da più parti. Un accerchiamento che non dia un attimo di tregua, e che non consenta a Berlusconi di rifiatare. In quest’ottica, e solo in questa, si riesce a capire la rapida sequenza – la surreale successione – di eventi che si sono abbattuti sul Premier, con la forza di uno tsunami: il Noemi-gate; le 3000 foto scattate da Zappadu; la prostituta D’Addario che si insinua a Palazzo Grazioli, munita di registratore per incastrare Silvio. Il tutto condito da una sapiente campagna stampa, nazionale e internazionale. Obiettivo: killerare l’immagine del Premier, onde indurlo alle dimissioni, e creare le condizioni perché nasca l’esecutivo agognato da Fini.

Le due comari e il tributarista di Sondrio.

Il piano per detronizzare Silvio è stato predisposto da una pluralità di soggetti, politici e non. Tra le figure del Palazzo, oltre a Fini, hanno apposto la propria firma in calce alla dichiarazione di morte anticipata del Premier, Massimo D’Alema e Giulio Tremonti.

I primi due hanno siglato “l’accordo delle comari“: se cade il governo Berlusconi, il Partito democratico – che a breve diventerà interamente dalemiano, con la vittoria di Bersani al congresso – non opporrà alcuna obiezione alla nascita di un esecutivo di larghe intese, che metta in agenda i due-tre punti succitati: superamento della crisi economica (e conseguente varo di alcune riforme strutturali), riforme costituzionali e modifiche dei regolamenti delle Camere. Non solo: D’Alema si è personalmente impegnato – ed ha impegnato il “suo” Pd – a non opporre obiezioni nemmeno dinanzi all’ipotesi di un governo Fini. E qui veniamo alla strategia delle esternazioni del “compagno” Presidente della Camera.

Destra laica e liberale?

Le prese di posizione di Gianfranco Fini in materia di “fine vita” e di diritto di voto agli immigrati (alle elezioni amministrative) hanno indotto tutti a considerare due ipotesi, per giustificarle. La prima, è che il Presidente della Camera avrebbe intenzione di creare – finalmente – una vera destra liberale nel nostro paese. Una destra capace di portare a compimento quella rivoluzione liberale e liberista che Silvio s’è limitato a promettere, e mai ha realmente tradotto in fatti, dal ‘94 ad oggi. Sarebbe un bene, se così fosse. Ma Fini non ha affatto intenzione di “trasformare” il Pdl in una destra liberale. Innanzitutto, perché Gianfranco guarda – e ha sempre guardato – con diffidenza al sistema liberal-capitalistico. Ha un pregiudizio ideologico assai forte, e il cervello ancora imbevuto di propaganda “socialista e nazionale”. La stessa con cui è venuto su, politicamente parlando; e con la quale ha guidato prima il Msi, e poi Alleanza Nazionale. Si è già avuto modo di dirlo: Fini – anche perché consigliato male, da chi di politica capisce assai poco (Alessandro Campi) – guarda alla destra francese di Sarkozy. Una destra, almeno secondo i nostri canoni, liberale in quanto laica, senz’altro. Ma per nulla liberista: in quanto ancora fortemente intrisa di dirigismo, statalismo sociale (o socialista) e paternalismo (basta leggere, per comprenderlo, cosa ha scritto la sua speaker, Flavia Perina. E cosa sostiene una sua “protetta”, Renata Polverini).
Ma se non vuole creare una destra autenticamente liberale, a cosa mirano le sue esternazioni?

Quelli che la sanno lunga o, meglio, che pensano di saperla lunga, hanno formulato l’ipotesi che le sortite del Presidente della Camera mirerebbero a fargli ottenere il consenso del centrosinistra, quando si voterà per l’elezione del nuovo Capo dello Stato (tra molti anni). Fini, dunque, esternerebbe oggi, per incassare domani – tra diversi anni – il voto favorevole dei “compagni” alla sua ascesa al Quirinale. Ma è razionale questa congettura? Assolutamente no.
E perché mai si smarca dal centrodestra, allora?

Logoramento e ascesa a Palazzo Chigi, mascherati dalla volontà di dar vita ad un serio dibattito politico-culturale.

Fini non è un pivello, non è un cretinetti. Di politica capisce come pochi altri: da trent’anni e più, non si occupa d’altro. Sa che deve muoversi su più piani, per raggiungere i propri obiettivi. E sa che deve farlo, non solo perché gli è necessario a non essere smascherato subito (quale Giuda); ma perché un politico serio e scafato, non gioca mai solo su un tavolo. Deve sempre puntare su diverse ipotesi, su diversi obiettivi: non ne raggiunge uno? Deve sempre esserci una exit strategy, un piano B.

Così il Nostro, con le sue esternazioni sul fine vita, con la sua attenzione ai diritti dei migranti, si ritaglia il ruolo, male che vada, di capo della corrente laica del Pdl. E, evidenziando consonanze di vedute col centrosinistra, potrebbe effettivamente giocarsi la carta suddetta per salire all’irto Colle. Ma questo è il piano B. E’ l’ancora di salvezza per non sprofondare nell’anonimato più buio, quando e se questa legislatura dovesse concludersi “normalmente”, senza la detronizzazione di Silvio.

Ma il piano A è un altro: innanzitutto, le esternazioni che da più di un anno il Presidente della Camera offre al Paese – sempre piene di astio e acrimonia nei confronti delle politiche dell’esecutivo; sempre finalizzate a rimproverare qualcosa; sempre tese a smarcarsi – sono volte a logorare Berlusconi e il suo esecutivo, e a screditarne – almeno in parte – l’operato. A dare l’impressione, all’elettorato, che le cose, nel centrodestra, non siano proprio “rose e fiori”; onde minarne e intaccarne la “stabilità”, che per l’elettore moderato è uno dei principali fattori di pregio della coalizione berlusconiana. Non a caso, le suddette dichiarazioni astiose di Fini, in occasione delle Europee e delle Amministrative, lungi dal sopirsi, hanno assunto una vis polemica – grazie all’incursione non casuale di pretoriani finiani, vecchi e nuovi – inusitata e controproducente per il centrodestra. Quasi che l’obiettivo fosse quello di indurre gli elettori a non votare Pdl, onde indebolire Silvio.
E non a caso Fini, poi, quando è scoppiata la campagna squadristica de la Repubblica contro Berlusconi, non ha pronunciato nemmeno una parola di condanna nei confronti della stessa, pur essendo indiscutibilmente null‘altro che un‘aggressione fascista ai danni di un premier democraticamente eletto; mentre quando Il Giornale (ma anche il Corriere della Sera) ha pubblicato il decreto di condanna penale del direttore di Avvenire Boffo, non ha potuto fare a meno di esprimere il proprio rammarico per la barbarie in atto: queste, e molte altre, le prove che Fini punta a logorare Berlusconi per disarcionarlo.

Lavorare ai fianchi il Premier, accerchiarlo, farlo sentire braccato, ed indurlo alle dimissioni: a questo punta il Presidente della Camera, senza se e senza ma.

Ottenuto questo risultato, ecco allora che le sue esternazioni “eretiche” potrebbero tornargli nuovamente utili: né l’Udc né tantomeno il Partito democratico avrebbero obiezioni da sollevare ad una sua ascesa a Palazzo Chigi. In fondo Fini ha dimostrato, con la sua direzione dei lavori di Montecitorio, di voler sempre tutelare le prerogative del Parlamento, contro il “cesarismo governista” del Premier (cosa assai gradita all‘Udc); ha dato prova, inoltre, di essere profondamente attaccato alla Costituzione repubblicana, laica e non confessionale (un punto a suo favore, agli occhi del Pd). Perché mai le due forze politiche in oggetto, dovrebbero opporsi alla costituzione di un esecutivo da lui presieduto? Non c’è ragione di farlo. Anche perché questi partiti avrebbero tutto l’interesse – al pari di Fini – a mandare in soffitta la stagione del berlusconismo, per voltare pagina e dare vita ad un nuovo avvio.

Tremonti è d’accordo.

Anche il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è della partita. A conti fatti, dalla detronizzazione di Silvio ha solo da guadagnarci: potrebbe spartirsi con Gianfranco tutti gli incarichi presenti sul piatto. Uno, potrebbe nell’immediato sedersi a Palazzo Chigi per poi puntare, nella prossima legislatura, al Quirinale (Fini). L’altro, invece, potrebbe succedere alla guida del Pdl e alla premiership del centrodestra nelle prossime elezioni politiche (Tremonti).

Il tutto, ovviamente, con la benedizione di molti soggetti economici e politici. Tra quest’ultimi, in particolare, Massimo D’Alema: questi ritiene che “morto” Berlusconi, il centrosinistra possa tornare ad avere qualche chance di vittoria. Dunque accelerare la “dipartita” di Silvio, è per lui, come per gli altri, utile e ragionevole.

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