Articoli marcati con tag ‘Pier Luigi Bersani’

Questo è il Pd che serve al Paese

giovedì, 17 giugno 2010

Era da due anni che aspettavamo il Pd desse segni di vita, e dimostrasse di essere una forza politica cui sta a cuore l’interesse della Nazione. Era da due anni che aspettavamo – e con ansia – che al Nazareno partorissero proposte di governo condivisibili, e non la solita – e frusta – richiesta di aumento delle tasse.

Alla fine è successo: ieri Bersani e Franceschini hanno messo a segno un colpo con i controfiocchi, presentando all’universo mondo una nuova “lenzuolata di liberalizzazioni”. C’è da esserne contenti, ed anche molto. Per alcune semplici ragioni.

Innanzitutto, perché nel merito le proposte formulate dai due esponenti sono serie ed utili al Paese: Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di libertà economica, di concorrenza, di riduzione dei prezzi di merci e servizi, e di lotta alle rendite di posizione. Per rilanciare l’economia e l’occupazione; per ridare “potere d’acquisto a costo zero” ai meno abbienti; e per tornare ad essere competitivi sui mercati esteri.

In secondo luogo, perché la “mossa” serve a rendere più “appetibile” il partito agli occhi dell’elettorato moderato: quello che decide l’esito finale delle elezioni, e che, nella precedente legislatura, proprio da lor signori del Pd è stato brutalmente sodomizzato con una collezione estate/primavera/autunno/inverno di nuove tasse.

In terzo luogo, presentare all’opinione pubblica una nuova serie di liberalizzazioni serve ad evidenziare le contraddizioni dell’attuale governo sedicente di centrodestra: esso, infatti, si dice liberale; e tuttavia, fino ad ora, a parte qualche generica asserzione, di liberale – in economia e non solo – ha fatto poco o punto.

Mostrarsi, quindi, “più liberisti” del centrodestra, almeno in tema di deregolamentazioni, può tornare utile in termini elettorali (sia pur solo nei sondaggi), e creare imbarazzi e problemi non secondari alla maggioranza. La quale, se non vuol sfigurare agli occhi dei propri elettori di destra ed apparire ancor più per quello che è, null’altro che un’accozzaglia di catto-social-comunisti in salsa vandeana, deve darsi da fare per attuare qualcosa che possa davvero piacere a chi gli tributa il proprio consenso nelle urne.

In quarto luogo, la presentazione di queste liberalizzazioni – almeno questo sembra – segna un solido punto d’intesa tra le diverse anime del partito. E un’opposizione compatta è un’opposizione forte e costruttiva: un’opposizione che non ha bisogno di berciare o insultare per mostrarsi all’altezza del compito che i cittadini le hanno affidato.

In ultimo, questa uscita dei vertici del Pd potrebbe preludere a qualcosa di buono: ad un cambio di rotta. Magari al largo del Nazareno hanno capito che per fare opposizione a questo governo, che di destra non è, sia preferibile spostarsi al centro, e non a sinistra.

Magari fosse così: il Popolo della Libertà e il governo, dinanzi ad un Pd che facesse “opposizione centrista“, rischierebbero di perdere consensi; e per scongiurare questa eventualità sarebbero obbligati a fare politiche di destra (cioè reaganiane e thatcheriane).

Sai che sforzo.

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Nel Pd tira aria di scissione

mercoledì, 16 giugno 2010

Quando Bersani dice che veniamo da 150 anni di storia, quando promuove la parola “compagni”, ci fa guardare indietro. Invece il Pd è scommessa nuova” (Pierluigi Castagnetti).

Da settimane i cattolici del Pd sembrano aggrapparsi a qualunque pretesto, anche il più banale, pur di contestare Bersani e la sua linea politica. Sono in fibrillazione.

Lamentano il fatto che il partito vada spostandosi sempre più a sinistra; e temono che questo possa alienargli le simpatie dell’elettorato moderato e centrista.

Da questo punto di vista, essi hanno perfettamente ragione: un Pd che si limitasse ad essere una riedizione dei Ds avrebbe scarsa fortuna e modesto seguito; e non sarebbe affatto in grado di rappresentare – agli occhi degli elettori – una valida e utile alternativa di governo al PdL; che, malgrado le sue molteplici carenze, seguiterebbe a vincere – chissà per quanto – le elezioni politiche senza sforzo alcuno. E a farne le spese, inutile dirlo, alla fine sarebbe solo il cittadino: privato della possibilità di scegliere tra due ipotesi di governo egualmente credibili.

Al Paese, invece, serve altro: serve una competizione tra due partiti parimenti “appetibili”.

Ma perché ciò avvenga, è necessario che il Pd si dia un’identità ben precisa: capace di coniugare mercato e solidarietà, e di fornire risposte laiche, ma senza eccessi anticlericali, alle questioni eticamente sensibili. E qui iniziano i problemi.

(continua…)

Vogliono vincere facile? Consentiamoglielo

mercoledì, 10 marzo 2010

Se fossi Renata Polverini rinuncerei a correre nel Lazio e, tra me e me, direi: lor signori del Pd vogliono “vincere facile”, cioè a tavolino? E io li accontento. Rinuncio a correre.

Lo faccio perché considero scorretto e sleale il comportamento dei miei avversari. E poi, Bersani mi ha preso per il culo per tanti giorni e io davvero non ne posso più della sua doppiezza: prima ha dichiarato che non avrebbe voluto vincere a tavolino; poi, però, non ha chiarito cosa avrebbe voluto il governo facesse per rimediare al caos liste; poi è stato messo al corrente del decreto interpretativo e nulla ha avuto da ridire sul provvedimento, salvo scagliarsi subito dopo – e pubblicamente – contro lo stesso; infine, ha rifiutato finanche l’ipotesi avanzata dai Radicali – suoi alleati – di far slittare le votazioni ad aprile.

Che dovrei fare: accettare di gareggiare con questo genere di persone? Con chi, se si fosse trovato nelle mie stesse condizioni, e lo sa! (“Noi ci saremmo comportati in modo opposto“), sarebbe stato aiutato dalla mia parte politica (com’è avvenuto alle Europee); e invece, siccome il guaio è capitato a me, se ne fotte allegramente di venirmi incontro onde ristabilire cavallerescamente una condizione di “parità di gioco”?

No, io rinuncio: non gareggio con questi ladri di democrazia.

Alzo bandiera bianca.

Dite quello che vi pare, ma a me dei giudici che impediscono a Roberto Formigoni di candidarsi in Lombardia e al Pdl di candidarsi a Roma, fanno venire in mente un golpe. Fosse successo ai nostri, staremmo già tutti in piazza. Voglio che il centrosinistra vinca le elezioni, senza scorciatoie e soprattutto senza appoggiarsi alla magistratura” (Mario Adinolfi, membro della Direzione nazionale del Pd).

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L’ipocrisia di Bersani

venerdì, 26 febbraio 2010

L’ipocrisia e il doppiopesismo che regnano a sinistra sono davvero stucchevoli e imbarazzanti.

Prendiamo Bersani. Questi ha dichiarato: “La gente perbene confida nelle assoluzioni, non nelle prescrizioni. Voglio credere che il nostro presidente del Consiglio possa confidare nell’assoluzione e la cerchi nella sede giusta”.

In buona sostanza, il leader del Pd ha detto che Berlusconi è un mezzo farabutto perché i processi che lo vedono coinvolto si chiudono sì, senza una condanna, ma solo perché scatta la prescrizione.

Da quale pulpito viene la predica!

Bersani, infatti, dimentica che il suo capo, Massimo D’Alema, non è finito in gattabuia per aver percepito un finanziamento illecito per il Pci, solo grazie alla prescrizione del reato.

Allo stesso modo, Bersani dimentica che alcuni esponenti apicali del suo partito, dopo aver intascato una “mazzetta” da 1 miliardo di lire (la famosa tangente Enimont), non sono finiti in carcere solo perché il reato è caduto in prescrizione (e altro ci sarebbe da raccontare).

Ecco, fossimo in Bersani, accenderemmo un cero a chi ha inventato la prescrizione: in fin dei conti, se l’intera classe dirigente del suo partito non è finita in galera, è solo grazie ad essa (diciamo francamente).

Zero tituli.

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Puglia, rischio scissione in casa Pd

domenica, 10 gennaio 2010

Nichi Vendola e Pier Luigi Bersani foto

C’è maretta nel Pd pugliese.

Molti dirigenti del partito schierati a favore di Nichi Vendola mugugnano: vorrebbero poter scegliere il candidato alla Presidenza della Regione mediante primarie. Bersani, però, vi si oppone: dal cilindro ha già tirato fuori il nome di Francesco Boccia, per far contento Casini, e non intende fare marcia indietro.

Per tale ragione, gli scontenti – un composito arcipelago che include i franceschiniani, una parte dei bersaniani e dei mariniani, e i supporter di Michele Emiliano – minacciano la scissione: o il partito accetta che il candidato venga scelto dal “popolo dei gazebo”, o essi daranno vita alla lista scissionista “Democratici per Vendola” e sosterranno la candidatura del Governatore uscente.

Fabiano Amati, attuale assessore regionale pidino alle Opere Pubbliche:

Sarà chi assumerà la decisione di candidare Boccia senza le primarie a scindersi dal Pd”.

Alberto Losacco, luogotenente pugliese di Franceschini:

E’ paradossale che non vogliano le primarie proprio quelli che hanno vinto sull’idea del partito solido. Che paura hanno? Se il partito è solido, vincerà Boccia”.

Anche perché:

Se non si fanno le primarie, previste dal nostro statuto, si creerà uno strappo democratico ed è chiaro che qualcuno potrà sentirsi legittimato a fare una lista per Vendola”.

Lo stesso Dario Franceschini, via Twitter, ha dichiarato:

Le primarie sono una regola fondativa e irrinunciabile del Pd: anche per i candidati a Presidente di Regione“.

Nel frattempo, e per correre ai ripari, Nichi Vendola sta cercando di ottenere – alla chetichella – una “legge ad partitum” che cancelli l’attuale soglia di sbarramento prevista dalla legge elettorale pugliese, altrimenti il suo movimento, “Sinistra, Ecologia e Libertà”, non riuscirà ad eleggere nemmeno un consigliere regionale.

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Il silenzio-suicidio di Bersani

lunedì, 30 novembre 2009

Pier Luigi Bersani foto

Ha sicuramente ragione Enrico Letta, persona intelligente e ragionevole, quando afferma:

Non basta l’uscita di scena di Berlusconi per riportare il Pd al governo. Bisogna invece sciogliere i nodi del centrosinistra, superare le nostre contraddizioni, seminare e poi vincere culturalmente, ancor prima che elettoralmente, prendendo atto che la nostra sconfitta è stata soprattutto culturale”.

È proprio così: il Partito democratico ha bisogno, più di ogni altra cosa, di una renovatio culturale. Ha bisogno, cioè, di definire la propria identità programmatica attorno a posizioni – idee, valori, comportamenti – che rompano con il proprio passato.

Il problema, però, è che il Pd non sembra affatto muoversi in questa direzione. Non ci sono segnali, in tal senso.

Anzi, in alcuni casi pare prevalgano ancora le “cattive” abitudini di un tempo.

Pensiamo al cosiddetto processo breve e alla liberalizzazione dell’acqua: in entrambi i casi, i dirigenti del Pd non hanno fatto altro che berciare e demonizzare i due provvedimenti; utilizzando, more solito, la menzogna come strumento di lotta politica.

Ci si domanda: ha senso presentare due proposte di legge per introdurre il processo breve, e poi attaccare il centrodestra perché vuole fare la stessa cosa?

Ha senso contestare la liberalizzazione dell’acqua, utilizzando il più subdolo e becero degli argomenti, quello secondo cui grazie ad essa si privatizzerebbe “il prezioso liquido” (cosa più che falsa); a maggior ragione visto che, nella precedente legislatura, si è presentato un disegno di legge per conseguire lo stesso obiettivo?

Ovviamente no: non ha senso alcuno, comportarsi in questo modo. Anche perché, così facendo, non si mostra alcuna volontà di superare le proprie “contraddizioni”, come ha detto Letta.

La questione, però, è che la strategia di Bersani sembra essere profondamente diversa da quella che suggerisce il suo vice.

Sembra, infatti, che il leader del Pd non voglia affatto “sciogliere i nodi e le contraddizioni” del suo partito. Anzi: sembra quasi voglia approfittare di una certa ambiguità, per tenere assieme capra e cavoli.

Mi spiego.

Da quando è divenuto segretario, Bersani si è imposto, questo sembra, una regola: parlare il meno possibile, esternare lo stretto indispensabile.

Chiunque, a cominciare da chi lo ha votato, non ha ancora capito quale siano le sue posizioni, e quale identità egli voglia dare al partito.

Nessuno sa, ad esempio, cosa pensi dell’innalzamento dell’età pensionabile. Una questione che, prima o poi, tornerà al centro del dibattito politico, perché la crisi economica internazionale – e la disoccupazione che essa ha prodotto – rischia di mettere seriamente in pericolo la tenuta dei nostri conti pensionistici, e di anticipare il fenomeno noto come “gobba” previdenziale.

La rupture culturale evocata da Letta, imporrebbe al Pd di pronunciare un mea culpa, in materia; visto che nella scorsa legislatura esso ha contribuito all’approvazione della controriforma delle pensioni. Avverrà mai? Bersani si cospargerà il capo di cenere, e riconoscerà che il suo partito ha commesso un grave errore?

Ne dubitiamo, e per un motivo: con i suoi silenzi, Bersani sta mostrando di non avere alcuna intenzione di attribuire al Pd un’identità precisa, chiara, distinguibile e marcata.

Bersani, questa è la sua strategia, pensa che per tenere assieme gli ex Ds e gli ex Margherita – capra e cavoli, per l’appunto – occorra fare una cosa soltanto: essere ambigui, non esprimere posizioni nette, evitare di scegliere. Allo stesso modo, egli crede che questo escamotage possa far lievitare i consensi del Pd.

Ma è una pia illusione: se è vero che nell’immediato, l’ambiguità può premiare il suo partito – perché in quest‘ultimo, ciascun elettore può illudersi di trovare qualcosa di condivisibile, visto che non ha un’identità marcata e netta -, nel lungo periodo questa scelta può rivelarsi perdente.

Per fare un esempio: nella parte più produttiva del Paese, il Lombardo-Veneto, il Pd è ridotto ai minimi termini. Viene guardato con assoluta diffidenza perché, giocoforza, esso appare agli occhi degli elettori – memori della funesta esperienza rappresentata dal governo Prodi -, come il partito delle tasse, il partito di Vincenzo Visco e Padoa Schioppa, il partito degli studi di settore che hanno stuprato fiscalmente centinaia di migliaia di piccoli imprenditori.

Ecco, senza il Lombardo-Veneto, non si vincono le elezioni politiche. Ma se non si chiarisce agli imprenditori di quest’area cosa si intenda fare in materia fiscale, non se ne ottengono i voti.

Per questo, appare miope la scelta di Bersani. Per questo, “scegliere di non scegliere”, e non esprimere posizioni chiare, è un suicidio politico. Perché è un inganno.

E, come diceva un saggio: “Si possono ingannare poche persone per molto tempo o molte persone per poco tempo. Ma non si possono ingannare molte persone per molto tempo”.

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Cari De Magistris e Donadi, che ci dite dell’alleanza con quelli della Tangente Enimont?

venerdì, 20 novembre 2009

Pensando di fare cose gradita a Luigi De Magistris e Massimo Donadi (come no!), riproponiamo – indirizzandola, però, a Pier Luigi Bersani – la lettera scritta anni or sono da Totonno Di Pietro a Walter Veltroni

“Caro Pier Luigi, accolgo l’invito che ci aveva rivolto Paolo Flores d’Arcais, per aggiungere un post scriptum di “aggiornamento” al nostro dialogo. Come ti avevo accennato, negli ultimi giorni sono venuto a conoscenza di particolari inquietanti e, a questo punto, inequivocabili che confermano ciò che andavo sostenendo da tempo: che, cioè soggetti vicini ai vertici del tuo partito hanno partecipato attivamente a spargere veleni contro di me, con la conseguenza volontaria o no – di delegittimare, e quindi bloccare l’inchiesta di Mani Pulite proprio mentre stava raggiungendo il Potere a livelli vertiginosi”.

“Mi riferisco ai retroscena della pubblicazione del famigerato dossier comparso sul Sabato, il settimanale di Comunione e Liberazione, nell’estate del 1993. In quel periodo, ricordo, Primo Greganti era appena uscito dal carcere e il pool di Milano si stava occupando della maxitangente Enimont, di cui un bel pezzo (il famoso miliardo di Gardini) finì a una misteriosa entità di Botteghe Oscure. Proprio allora uscì il dossier (…). Chi abbia materialmente raccolto e incollato insieme quegli elementi non l’ho ancora scoperto. Ma a questo punto ha poca importanza. Quello che finalmente ora so, dalle testimonianze dirette di due protagonisti di primo piano di quella vicenda, è come quel pacchetto già confezionato e infiocchettato arrivò alla redazione del Sabato“.

E chi ne pretese la pubblicazione e perché. Me l’hanno rivelato, proprio in questi ultimi giorni, due personaggi del calibro di don Giacomo Tantardini e Marco Bucarelli, leader incontrastati – allora e oggi – di Comunione e Liberazione a Roma”. 

“Uno scoop che sia Tantardini che Bucarelli escludono sia stato realizzato dalla redazione del settimanale, o comunque con l’intevento del giornale (…). Durante un nuovo incontro, Marchini fa chiaramente intendere a don Giacomo che è D’Alema che pretende la pubblicazione del dossier. D’Alema gli avrebbe dato un imput ben preciso, se non si pubblica il dossier viene meno l’interesse politico all’operazione”. 

“(…) Il racconto di Bucarelli e Tantardini, caro Pier Luigi finisce qui. La morale te la risparmio. Ma mi piacerebbe tanto sapere cosa successe dalle tue parti in quel periodo e soprattuto che fine ha fatto quel miliardo portato da Raoul Gardini a Botteghe Oscure. Come sai, noi magistrati non potemmo più andare avanti a causa della sentenza di prescrizione nel frattempo intervenuta, e perché nessuno a Botteghe Oscure ricorda a quale piano salì e a quale porta bussò, quel giorno Gardini“.

“Con immutato affetto (almeno nei tuoi confronti)

Antonio Di Pietro“.

E’ quantomeno singolare che chi s’atteggia a vessillifero della cosiddetta “questione morale”, è il caso di Donadi e De Magistris, faccia poi alleanze con chi ha percepito tangenti o finanziamenti illeciti (per di più confessandolo); e abbia sostenuto un Premier, Romano Prodi, che nel 1997 si è cucito addosso la prima legge ad personam della Seconda Repubblica.

Non vi pare? 

Penso proprio che De Magistris e Donadi debbano fornire delle spiegazioni. Magari anche in relazione ai tre condoni, di cui uno valevole come amnistia, votati nella precedente legislatura dall’Idv.

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Ma quale privatizzazione dell’acqua! Il Pd racconta balle e torna comunista, visto che rinnega il ddl Lanzillotta firmato anche da Bersani e Di Pietro

mercoledì, 18 novembre 2009

Rubinetto dell'acqua foto

Direi di partire da qui, dal Ddl di riordino dei servizi pubblici locali, presentato dal centrosinistra nella scorsa legislatura, e che mirava alla “privatizzazione dell’acqua” (formulazione decisamente impropria):

Ddl privatizzazione dell'acqua firmato da Bersani e Di Pietro

Come avrete notato, tra i firmatari di quella proposta di legge vi erano anche Pier Luigi Bersani e Antonio Di Pietro. Precisamente chi, oggi, grida allo scandalo perché il centrodestra vuole liberalizzare i servizi pubblici locali e “privatizzare l‘acqua“.

Naturalmente, per questa ragione, Bersani e Di Pietro dimostrano di essere soltanto due cialtroni. Due politicanti privi di onestà intellettuale e morale.

Detto questo, vediamo di affrontare la questione più importante: davvero il centrodestra è intenzionato a privatizzare l’acqua?

Ovviamente no! Trattasi di un’assoluta, sesquipedale cazzata.

Il cosiddetto ddl salva-infrazioni, molto più modestamente, ha queste finalità:

Il progetto governativo firmato da Fitto e Calderoli non prevede alcuna privatizzazione dell’acqua – il che vorrebbe dire, ovviamente, dei sistemi di gestione e distribuzione – e non è in alcun senso rivoluzionario”.

Quello di cui si discute in Italia è solo se la gestione di acquedotti e reti debba essere lasciata in mano ai monopolisti attuali oppure se essa debba essere affidata tramite gara. Si tratta insomma di vedere se quello che c’è oggi va bene (come sembrano dirci i difensori dello status quo), oppure se non vi siano imprese disposte a farsi avanti per proporre una gestione dell’acqua potabile e delle fognature con standard qualitativi più alti e prezzi inferiori”.

Ancora:

Lo spirito è quello di introdurre modalità di gestione efficiente di un servizio complesso, che va dalla captazione della risorsa idrica, il suo trasporto e potabilizzazione, e poi lo smaltimento dei reflui”.

Quello di cui si discute sono le modalità di affidamento della gestione del servizio. Un servizio che costa, è delicato per le implicazioni sanitarie e di sicurezza, e richiede investimenti importanti per mantenere e sviluppare le reti. Oggi, più di un terzo dell’acqua che viene captata dagli acquedotti va perduta, con punte anche di gran lunga superiori alla metà”.

Per fare tutte queste cose, servono responsabilità ed efficienza. Il sistema delle gare, che viene esteso dal progetto del governo, serve a perseguire questo obiettivo. Rendendo contendibile il mercato, si obbligano le imprese a offrire un servizio migliore. Se invece si assegna il monopolio eterno a una società pubblica, difficilmente si assisterà agli investimenti necessari: più facilmente, assunzioni facili“.

Ciò precisato, va ancora sottolineato qualcosa.

Quando il governo Prodi presentò il ddl sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali, le forze comuniste della sua maggioranza vi si opposero utilizzando proprio il falso argomento della “privatizzazione dell’acqua”:

“Per la ministra Lanzillotta è solo “un equivoco”. Ma è difficile crederle (…). Scompare la moratoria sulla privatizzazione dell’acqua, chiesta a gran voce dai parlamentari del Prc. Il provvedimento, infatti, si limita a escludere da suo campo d’azione le reti e i servizi idrici. Ma l’attuale legislazione permette agli Ato (Ambiti Territoriali Ottimali, a cui spetta il governo delle reti idriche), di privatizzare l’erogazione del prezioso liquido”.

E ancora:

“Il governo ferma i processi di privatizzazione dell’acqua in corso nel paese. La moratoria è stata decisa ieri al termine di un vertice che si è tenuto a palazzo Chigi e al quale hanno partecipato il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, della Solidarietà sociale Paolo Ferrero e degli Affari regionali Linda Lanzillotta, insieme al sottosegretario alla presidenza del consiglio Enrico Letta. Nel corso della riunione è stato anche deciso di dar vita a un comitato dei ministri che avrà il compito di seguire il disegno di legge sulla privatizzazione dei servizi pubblici messo a punto dal ministro Lanzillotta. La richiesta di uno stop alle privatizzazioni era stata avanzata nei giorni scorsi da numerosi esponenti della maggioranza, e sollecitata anche dal ministro dell’Ambiente. «Occorre che il parlamento approvi rapidamente una moratoria per evitare che si acceleri furbescamente con le privatizzazioni», aveva detto Pecoraro Scanio, ricordando che il programma dell’Unione indica chiaramente come l’acqua sia un bene comune e non vada quindi privatizzato. «Anche la gestione deve essere pubblica – aveva proseguito il titolare dell’Ambiente – mentre alcune attività accessorie possono essere date ai privati»”.

Devo aggiungere altro?

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Da Bersani vorremmo chiarezza

lunedì, 9 novembre 2009

Dunque, l’assise congressuale del Pd, come noto, si è conclusa due giorni addietro con la proclamazione di Pier Luigi Bersani quale segretario del partito (a lui, i nostri auguri).

Tuttavia, forse per nostri limiti, noi non abbiamo capito sulla base di quale progetto Bersani abbia vinto. Ovvero: non abbiamo capito quale idea di società egli abbia in mente; quali ricette suggerisca per il Paese; quale fisionomia voglia dare al partito.

Dal congresso, è il nostro parere, è stata, infatti, completamente espunta la Politica, quella con la P maiuscola. E’ mancata cioè la volontà, da parte dei candidati alla segreteria, di descrivere in modo chiaro – e non equivocabile – quale identità programmatica essi immaginassero per il Pd. Non si è capito, quindi, quali fossero le differenze di fondo tra Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani e Ignazio Marino.

La nostra sensazione, ed anche il nostro timore, è che da parte dei candidati alla segreteria si sia volutamente evitato di parlare di politica vera, “ricette” e profilo identitario, per evitare rotture all’interno del partito. Si è scelto di non scegliere, dunque, per tirare a campare. Perché altrimenti il “giocattolo” rischiava di rompersi. Ed è un male!

Un partito, infatti, vive d’identità e progetti chiari. E sulla base di essi, viene votato dai cittadini, e vince o perde le elezioni.

Chi si candida alla segreteria di un partito, ha il dovere di illustrare agli iscritti quale idea di partito egli abbia in mente, e con quali contenuti voglia arricchirne la fisionomia onde renderlo competitivo e credibile agli occhi dell’elettorato tutto.

Nel caso del congresso del Pd, invece, la situazione è stata paradossale: si è votato un candidato senza che fosse chiaro il suo progetto, e gli si è affidato il compito di definire l’identità del partito (in futuro). Così si è votato a scatola chiusa. Si è scelto soltanto un volto, un nome, una suggestione. Si è conferito un mandato in bianco.

Con la conseguenza, che nessuno conosce le posizioni di Pier Luigi Bersani, e quindi del suo Pd, su una qualunque delle questioni politiche principali.

Ad esempio.

Cosa pensa il neo segretario della legge Biagi? Non si sa.

Ritiene equo che dei “bambini” vadano in pensione a 59 anni, e che questo privilegio – introdotto dal governo Prodi, di cui Bersani era ministro – venga pagato dai loro figli; i quali, per questo motivo, in pensione non potranno andare mai? Non si sa.

Ritiene utile ridurre l’imposizione fiscale? E se sì, in che modo: finanziando il taglio delle tasse ai “poveri”, con un incremento del prelievo fiscale sui “ricchi”? Non si sa.

Cosa pensa dell’incremento di 3 punti percentuali della pressione fiscale, dovuto al precedente governo Prodi? Ritiene sia giusto stigmatizzarlo e prendere le distanze da esso, visto che ha determinato un crollo dei consumi, un calo del Pil, e un aumento della disoccupazione? Non si sa.

Come valuta la liberalizzazione dei servizi pubblici locali? Ritiene sia una strada da percorrere? Non si sa.

In tema di riduzione dei costi della politica: cosa pensa a proposito delle Province? Ritiene debbano essere abolite? Non si sa.

In materia di riforme costituzionali: per quale sistema di governo fa il tifo, Bersani? Per il Cancellierato alla tedesca, o per il premierato forte? Vuole che i governi si formino in Parlamento, scelti dai partiti, o nelle urne, designati dai cittadini? Non si sa.

Pier Luigi Bersani: un volto, un’inflessione dialettale, un toscanello, qualche sorriso.

Null’altro.

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Alta politica

mercoledì, 21 ottobre 2009