Articoli marcati con tag ‘Predico bene e razzolo malissimo’

Di Pietro, l’impunito

mercoledì, 23 giugno 2010

Antonio Di Pietro è probabilmente l’unico politico dell’Occidente evoluto cui venga accordata una sorta di protezione totale, dai mainstream media: è indiscutibilmente un fascista; mostra senza alcun timore forme di aperta ostilità nei confronti della democrazia liberale; a chiacchiere difende la Carta salvo vilipendere, ogniqualvolta gli risulti conveniente, le Istituzioni da essa riconosciute (si pensi agli insulti che rivolge al Capo dello Stato, e che, oltretutto, integrano illeciti puniti dal nostro codice penale agli articoli 278 e 279); vorrebbe istituire una sorta di Stato di Polizia che, in spregio al dettato costituzionale del secondo comma dell‘articolo 27, considerasse colpevole, fino a prova del contrario, il cittadino accusato di un reato; si fa vessillifero della cosiddetta questione morale eppure ha un partito pieno zeppo di inquisiti, piduisti, presunti mafiosi e camorristi; si scaglia contro chiunque cerchi, nei modi previsti dalla legge, di sottrarsi alla giustizia, e però poi s’avvale della immunità parlamentare – cui potrebbe rinunciare – per non finire condannato nei processi intentati a suo carico.

(continua…)

La coerenza? Roba da fessi (2)

giovedì, 17 giugno 2010

Venne presentato il 14 settembre 2006, e approvato alla Camera dei Deputati – da maggioranza e opposizione (Italia dei Valori inclusa) – il 17 aprile 2007: parliamo del disegno di legge 1638, recante “Disposizioni in materia di intercettazioni telefoniche ed ambientali e di pubblicità degli atti di indagine”.

Per capirne le finalità, è sufficiente esaminarne il primo articolo:

“Art. 1.

(Modifiche all’articolo 114 del codice di procedura penale).

1. All’articolo 114 del codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a) il comma 2 è sostituito dal seguente:

«2. È vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, degli atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero o delle investigazioni difensive, anche se non più coperti dal segreto, fino alla conclusione delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare. Qualora venga disposta l’archiviazione del procedimento, è vietata la pubblicazione, anche parziale, per riassunto o nel contenuto, degli atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero o delle investigazioni difensive»;

(continua…)

5,3 milioni del contribuente a Vittorio Feltri

venerdì, 30 aprile 2010

Chi scrive vorrebbe la Rai venisse privatizzata e i quotidiani non ricevessero nemmeno un euro di finanziamento pubblico. Ciò premesso, veniamo ai fatti.

Valium Feltri non accenna a chetarsi: sebbene in questo momento sarebbe opportuno volassero le colombe e tutti contribuissero a creare un clima di distensione tra i due principali cofondatori del Popolo della Libertà, il direttore del quotidiano di Via Negri seguita a bastonare Gianfranco Fini e i suoi uomini; alimentando, in tal modo, tensioni e risentimenti.

Ieri l’altro e oggi, infatti, Il Giornale ha pubblicato un paio di notiziole per attaccare il Presidente della Camera: prima ha dato contezza di un contratto Rai che premierebbe la madre della convivente di Fini; poi ci ha informato di un altro contratto stipulato dai vertici di viale Mazzini a favore della moglie di Italo Bocchino.

Di sicuro è quantomeno “inelegante”, per usare un eufemismo, che la suocera del Presidente della Camera riceva benefici economici da Mamma Rai: il sospetto che la stessa abbia ottenuto la stipula del succitato negozio giuridico sol perché “imparentata” con Fini, infatti, è forte; e provoca disgusto.

E tuttavia, e senza voler giustificare in alcun modo la cosa, non è la prima volta che un politico ottiene vantaggi di questa natura per qualche familiare o affine (ahinoi): la Rai, da decenni, dà di che mangiare ad amanti, fratelli, amici e parenti dei politici. Per questo andrebbe privatizzata.

La questione è che Feltri, pur di manganellare Fini, oggi ha fatto un passo falso: ha attacco la moglie di Italo Bocchino, la quale di mestiere produce fiction e roba simile; e lo ha sempre fatto, anche prima di convolare a nozze col deputato pidiellino.

Dunque far credere che la donna (si chiama Giovanna Buontempo) abbia ottenuto un trattamento di favore perché sposata col parlamentare finiano, è cosa squallida perché non corrispondente al vero.

Non solo.

Più passano i giorni, e più il giornalismo di Feltri assomiglia a quello pessimo ed immorale dei gazzettieri di largo Fochetti: non solo perché risulta essere viepiù pregno di menzogne, ma anche perché sembra indulgere in quella pratica assai invalsa a sinistra che consiste nel predicare bene e nel razzolare malissimo. Mi spiego.

Feltri ha tutto il diritto di fare le pulci a chi gli piaccia e pare (e ci mancherebbe!), e di raccontare – se ritiene – che la suocera di Fini abbia ricevuto palanche dalla Rai grazie all’illustre congiunto. Certo è, però, che appare tra le persone meno titolate a raccontare come i danari del contribuente vengano scialacquati a sua insaputa, perché in passato ha beneficiato di contributi pubblici all’editoria assai munifici, e ad essi ha attinto – per di più – facendo ricorso a taluni escamotage non proprio onorevoli (se n’è già parlato in data 27 aprile 2006, su questo blog).

Wikipedia, riprendendo un’inchiesta di Report, ci aiuta a riassumere i fatti:

“Nel 2003 il quotidiano Libero (all’epoca diretto d Feltri, nda) ha ricevuto dallo Stato 5.371.000 euro come finanziamento agli organi di partito. Libero era registrato all’epoca come organo del Movimento Monarchico Italiano, poi trasformato in cooperativa per ottenere i contributi per l’editoria elargiti alle testate edite da cooperative di giornalisti, a fine dicembre 2006 diventava srl. In seguito è stata creata una fondazione ONLUS per controllare la s.r.l. e, di conseguenza, il quotidiano in modo da continuare a percepire i contributi in quanto edito da fondazione”.

Insomma, con i “trucchetti” appena descritti, il caro Valium Feltri ha fatto affluire nelle casse del quotidiano che fino a poco tempo fa dirigeva, vagonate di milioni di euro pubblici; e senza che il contribuente ne fosse a conoscenza, naturalmente.

Tutto ciò, a noi ricorda l’Ezio Mauro che di giorno alza il ditino censorio contro gli evasori fiscali, e al calar delle tenebre s’affretta ad emularne le gesta.

Che tristezza, signora mia (che tristezza).

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Criminalità organizzata e Italia dei Valori

venerdì, 26 marzo 2010

A dare la notizia sono fonti vicine a Di Pietro, dunque attendibili. L’Espresso:

“Tempesta sull’Italia dei Valori a Genova per una cena elettorale molto inopportuna, soprattutto per un partito che ha fatto della legalità la propria bandiera.

La candidata dipietrista al consiglio regionale Cinzia Damonte, 36 anni, funzionario dell’Agenzia delle Entrate, ex ds e attualmente assessore all’urbanistica del Comune di Arenzano (in provincia di Genova) è stata fotografata insieme a un noto pregiudicato calabrese, indicato in alcuni rapporti della Guardia di Finanza come “soggetto ben inserito negli ambienti della criminalità organizzata operante a Genova”. Il caso è scoppiato dopo che il blog Casa della legalita ha pubblicato le immagini della Damonte al ristorante-pizzeria “da Gerry” a Voltri, nel ponente genovese: “Il gran cerimoniere della serata”, scrive il sito,”era un boss della ‘ndrangheta, Orlando Garcea, già condannato per droga e coinvolto nell’inchiesta sul controllo del gioco d’azzardo dei videpoker del clan dei Macrì, di cui è considerato un esponente di vertice”.

Il boss, secondo il sito, “accompagnava la candidata da tutti i convenuti, passando da una tavolata all’altra. Il Garcea distribuiva il facsimile della scheda elettorale con l’indicazione di voto per l’Idv e la Damonte, mentre la candidata stessa ringraziava, stringeva mani e consegnava a tutti i suoi santini elettorali”.

Dalle immagini pubblicate sul sito si vede la giovane candidata sorridente, in piedi accanto a un tavolo, con a fianco il boss della malavita calabrese con una camicia a righe. Il clima pare molto disteso e informale“.

MicroMega:

 “Ieri sera (23 marzo, ndr) a partire dalle 20, al ristorante-pizzeria “da Gerry” a Voltri, nel ponente genovese, si è tenuta una cena con circa una sessantina di partecipanti. Era una cena di calabresi ed era una cena elettorale. La candidata che si presentava era Cinzia DAMONTE, dell’Italia dei Valori – Lista Di Pietro, nella coalizione di Claudio Burlando. Il gran cerimoniere era invece un boss della ‘ndrangheta, Orlando GARCEA, già condannato per droga e coinvolto nell’inchiesta sul controllo del gioco d’azzardo dei videpoker del clan dei MACRI’, di cui è considerato un esponente di vertice.
La Casa della Legalità è riuscita ad entrare nella pizzeria e immortalare la serata, così che si è potuto accertare che il boss Orlando GARCEA accompagnava la candidata Cinzia DAMONTE da tutti i convenuti, passando da una tavolata all’altra. Il GARCEA distribuiva il facsimile della scheda elettorale con l’indicazione di voto per l’IDV e la DAMONTE, mentre la DAMONTE stessa ringraziava, stringeva mani e consegnava a tutti una mazzetta dei suoi santini elettorali da distribuire.

L’Orlando GARCEA, oltre ai molteplici procedimenti in cui è stato coinvolto, è un accertato esponente della criminalità organizzata calabrese a Genova. Era già finito nel rapporto della Guardia di Finanza alla Procura di Genova per il filone d’inchiesta sul voto di scambio in cui venne accertato che i rapporti tra gli esponenti della ‘ndrangheta e la politica vedevano come punto di contatto Salvatore Ottavio COSMA, che nel frattempo è divenuto “responsabile regionale dipartimenti tematici dell’Italia dei Valori” in Liguria. In estrema sintesi nel rapporto si diceva: “Le indagini tecniche hanno consentito di accertare che COSMA Salvatore fosse effettivamente in contatto con esponenti della malavita ed in particolare con MAMONE Gino, STEFANELLI Vincenzo, MALATESTI Piero e GARCEA Onofrio”.

Come se non bastasse, poi, Panorama – quest’oggi - ha pubblicato una foto che ritrae Di Pietro in compagnia del boss mafioso bulgaro Ilia Pavlov (è la persona indicata col numero 1).

La liaison tra i due, tuttavia, era già stata resa nota – qualche tempo fa – dall’ex dipietrista Sergio De Gregorio e da Il Giornale.

Non resta che attendere che Santoro e Travaglio si occupino di tali questioni (non ridete).

P.S. Da leggere anche questo e questo.

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Inchiesta di Trani, indagati due giornalisti de la Repubblica

lunedì, 22 marzo 2010

Li chiameremo Cip e Ciop.

Cip e Ciop lavorano per la Repubblica: il quotidiano fondato dall’ex fascista ed antisemita Eugenio Scalfari. Il signore che, un giorno sì e l’altro pure, accusa Berlusconi d’essere il novello Duce, ma che nel ‘42, al Duce vero, era solito leccare il culo come pochi:

Un impero del genere è tenuto insieme da un fattore principale e necessario: la volontà di potenza quale elemento di costruzione sociale, la razza quale elemento etnico, sintesi di motivi etici e biologici che determina la superiorità storica dello Stato nucleo e giustifica la sua dichiarata volontà di potenza”.

Gli imperi moderni quali siamo noi, li concepiamo e sono basati sul cardine “Razza“, escludendo pertanto l’estensione della cittadinanza da parte dello stato nucleo alle altre genti”.

Cip e Ciop, lavorando per la Repubblica, sono alle dipendenze di Ezio Mauro: il moralista a corrente alternata; colui che di giorno predica bene, e di sera evade gioiosamente il fisco.

Cip e Ciop sono indagati, come racconta Affaritaliani.it (e la notizia, incredibile dictu, è stata data anche dal CorSera):

Per furto pluriaggravato, ricettazione e pubblicazione di notizie coperte dal segreto istruttorio”.

In buona sostanza, i due cronisti del quotidiano di Largo Fochetti si sarebbero introdotti nei locali della Procura di Trani, e avrebbero rubato i fascicoli contenenti le intercettazioni riguardanti il Cavaliere.

Nemmeno Maicol Travaglio sarebbe arrivato a tanto (forse).

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“La nostra ricusazione è un atto di vera e propria cassazione della giustizia, con decisioni che sono da sicari, da killer e non da giudici. Le liste presentavano irregolarità sanabili”

martedì, 9 marzo 2010

La nostra ricusazione è un atto di vera e propria cassazione della giustizia, con decisioni che sono da sicari, da killer e non da giudici. Le liste presentavano irregolarità sanabili. Ora i giudici amministrativi hanno l’ultima occasione per rendere giustizia agli elettori veneti e consentire loro di esercitare il diritto di votare oppure no anche la Lista Pannella”, Marco Pannella, anno Domini 1994 (dopo l‘esclusione dal Veneto della sua lista).

Ora, invece, preferisce vincere a tavolino e con l’aiuto di qualche tribunale rivoluzionario.

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Quando la Bonino ottenne per due volte una proroga per la raccolta delle firme

giovedì, 4 marzo 2010

Appena ha saputo dell’esclusione della lista del Pdl nella Provincia di Roma, Emma Bonino – Nostra Signora delle Tasse, la “sbianchettatrice” di curricula politici, l’amica degli stragisti Fioravanti e Mambroha chiosato:

Oggi è stata data una prova di sciatteria e impunità, ognuno pensa che le regole non servano, ma ci sono. Poi potenti e prepotenti pensano di non seguirle. Ma la legge è perentoria”.

Già, la legge è “perentoria“, anche se alcuni “potenti e prepotenti” pensano di non doverla rispettare. E tra questi, per meriti acquisiti sul campo, vanno sicuramente ricompresi anche gli stessi Radicali: i quali, per ben due volte, sono riusciti ad ottenere una leggina ad personam che prorogasse i termini per la raccolta delle firme.

Nel primo caso, era il gennaio 1994, lor signori indirizzarono all’allora Presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi, un’accorata supplica: “Pregevolissima Eccellenza, veniamo noi con questa mia a dirvi (cit.) che la Democrazia potrebbe patire gravi conseguenze, financo maggiori di un genocidio di massa, qualora noi Radicali fossimo costretti a rispettare il termine stabilito dalla legge per raccogliere le firme onde presentare i nostri Referendum. La catastrofe sarebbe inevitabile, Eccellentissima Magnificenza, perché non siam riusciti a raggiungere il numero di firme necessario allo scopo. Indi per cui, e salutandola indistintamente (cit.) e con la testa sotto i suoi piedi (cit.), La si pregherebbe di fare strame di legalità, e di prorogare i termini onde permetterci di raccogliere nuove sottoscrizioni popolari”.

Naturalmente, siccome al governo era il centrosinistra – che con le leggi ad personam ha sempre avuto una certa consuetudine -, i Radicali furono accontentati, e fu varato – come racconta Il Tempo – un decreto ad hoc:

Lo sparuto, ma indomito gruppetto di radicali, che ieri ha sostato davanti a Palazzo Chigi per tutta la durata del Consiglio dei ministri, sfidando una gelida tramontana per gridare “referendum, referendum” ogni volta che un’auto blu varcava il grande cancello in ferro battuto, alla fine ha avuto soddisfazione. Il governo, infatti, ha approvato un decreto legge che riapre la raccolta delle firme per i 13 quesiti “liberisti” promossi dai Club Pannella e dalla Lega e in parte sottoscritti anche da Silvio Berlusconi e Mario Segni, oltre che da esponenti di Alleanza Democratica”.

Il secondo “aiutino”, invece, arrivò l’anno dopo.

Il 23 aprile 1995, infatti, si sarebbe votato per il rinnovo di alcune amministrazioni locali. Ma a marzo, lor signori Radicali capirono che non avrebbero fatto in tempo a raccogliere tutte le firme necessarie. Sicché bussarono alla porta dell’allora primo ministro, Lamberto Dini, e lo supplicarono affinché concedesse loro una proroga.

Naturalmente, anche in quel caso furono accontentati.

A buon intenditor poche parole.

P.S. D’Altra parte, la Bonino ha chiesto una legge ad personam anche di recente.

[H. T.: Camillo]

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L’ipocrisia di Bersani

venerdì, 26 febbraio 2010

L’ipocrisia e il doppiopesismo che regnano a sinistra sono davvero stucchevoli e imbarazzanti.

Prendiamo Bersani. Questi ha dichiarato: “La gente perbene confida nelle assoluzioni, non nelle prescrizioni. Voglio credere che il nostro presidente del Consiglio possa confidare nell’assoluzione e la cerchi nella sede giusta”.

In buona sostanza, il leader del Pd ha detto che Berlusconi è un mezzo farabutto perché i processi che lo vedono coinvolto si chiudono sì, senza una condanna, ma solo perché scatta la prescrizione.

Da quale pulpito viene la predica!

Bersani, infatti, dimentica che il suo capo, Massimo D’Alema, non è finito in gattabuia per aver percepito un finanziamento illecito per il Pci, solo grazie alla prescrizione del reato.

Allo stesso modo, Bersani dimentica che alcuni esponenti apicali del suo partito, dopo aver intascato una “mazzetta” da 1 miliardo di lire (la famosa tangente Enimont), non sono finiti in carcere solo perché il reato è caduto in prescrizione (e altro ci sarebbe da raccontare).

Ecco, fossimo in Bersani, accenderemmo un cero a chi ha inventato la prescrizione: in fin dei conti, se l’intera classe dirigente del suo partito non è finita in galera, è solo grazie ad essa (diciamo francamente).

Zero tituli.

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Tonino, come al solito, frega gli elettori: Vincenzo De Luca è già stato condannato in primo grado a 4 mesi di reclusione

martedì, 23 febbraio 2010

E’ che Di Pietro è fatto così; è un ciarlatano:

Il patto è chiaro. Se De Luca è condannato si dimette”.

Dal punto di vista legale è innocente fino a fine processo”.

Dal punto di vista politico, e questo non è giustizialismo a vanvera, gli chiederei di dimettersi subito dopo una eventuale condanna”. Questo dichiarava Totonno il 9 febbraio, per giustificare il proprio appoggio al pluri-inquisito candidato Pd alla Presidenza della Regione Campania, Vincenzo De Luca.

Il fatto è che De Luca, però, ha già riportato una condanna – in primo grado – a 4 mesi di reclusione.

Ce lo racconta Maicol Travaglio:

(…) Per strappare l’appoggio di Di Pietro, De Luca s’è impegnato con lui a dimettersi “in caso di condanna”. Ovviamente intendeva condanna di primo grado: in caso di sentenza definitiva le dimissioni sarebbero superflue, visto che per legge i sindaci, i presidenti di Provincia e di Regione condannati per reati contro la Pubblica amministrazione devono lasciare obbligatoriamente la poltrona(…) ”.

Ma c’è una notizia che De Luca si guarda bene dal diffondere: una condanna in primo grado l’ha già subita. la prima condanna di un pubblico amministratore per gli scandali della monnezza in Campania è stata emessa proprio nei confronti suoi e dell’ex sindaco Mario De Biase il 25 giugno 2004 dal giudice Emiliana Ascoli: 4 mesi di reclusione e 12 mila euro di ammenda a De Luca e 6 mesi e 16 mila euro a De Biase per aver violato le norme igienico-sanitarie del decreto Ronchi autorizzando lo sversamento di rifiuti (una montagna di 20 mila tonnellate) in un sito di stoccaggio provvisorio e abusivo a Ostaglio, una piazzola a ridosso della Salerno-Reggio Calabria (…)”.

Il 26 gennaio 2010, nel processo di appello per la discarica abusiva, il pg Ennio Bonadies ha comunicato che il reato contestato ai due imputati è prescritto. De Biase ha detto di voler rinunciare alla prescrizione per essere assolto nel merito. De Luca pare di no (…)”.

Di Pietro è proprio un paraculo.

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Luigi De Magistris viaggia solo col jet privato. Tanto paga Pantalone

venerdì, 12 febbraio 2010

Nell’Italia dei Valori son tutti bravi a predicare bene. Peccato, però, che poi razzolino malissimo. Lo fa Tonino Di Pietro, spesso e volentieri; e Gigineddu flop, al secolo Loigino De Magistris, non si mostra da meno.

Si scopre, infatti, che il Nostro, per recarsi a Bruxelles o a Strasburgo per ragioni di “lavoro“ (è parlamentare europeo), utilizzi un aereo privato, anziché un normale volo di linea.

Si dirà: che male c’è?

C’è che noleggiare un jet privato, nella migliore delle ipotesi, richiede un esborso di 15.000 euro; e se Loigino viaggia assieme ad altri 7 colleghi dell’Idv, come pare avvenga, spende 1.875 euro per ogni “trasferta“.

Se invece il Nostro usasse un volo di linea Alitalia, dalle sue tasche – che poi sono le nostre – ne uscirebbero 1.200 (andata e ritorno). E se, poi, volesse davvero mostrarsi diverso dai signori della Casta, potrebbe viaggiare con Ryan Air arrivando – così – a scucire soltanto 108 euro a viaggio.

Volere è potere.

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