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Referendum elettorale: il 21 e 22 giugno SI vota e SI vota Sì

martedì, 16 giugno 2009

referendum elettorale

“La politica Italiana ha due macroscopici problemi. E la legge elettorale contro cui abbiamo promosso il referendum ne è la principale causa. Il primo problema è che noi non scegliamo più persone, ma solo simboli di partito. I parlamentari sono tutti nominati. Il merito è mortificato. E se il merito è mortificato nella politica, che dovrebbe essere il motore dello Stato, lo sarà ancora di più nel resto della società: nelle professioni, nel lavoro, nell’università, nei partiti.
L’altro grande difetto della politica è che oggi siamo governati da coalizioni di partiti. Nelle quali i partiti minori minacciano, ricattano, cercano visibilità e tengono per il collo gli alleati (…).

CHE COSA PUO’ SUCCEDEDERE CON IL TUO VOTO
I primi due quesiti stabiliscono che il partito che ottiene più voti degli altri possa governare da solo, senza subire ricatti. E che si trovi di fronte un’opposizione grande, unita, coerente.
E’ quello che succede nelle grandi democrazie. Si chiama bipartitismo. Ma ve lo immaginate Obama che va in televisione a dire che non potrà fare una grande riforma perché un alleato di governo minaccia di farlo cadere? Oggi la politica perde gran parte del tempo nelle beghe interne alla coalizione, piuttosto che occuparsi dei problemi del paese e l’opposizione si frantuma nel tentativo reciproco dei partiti di rubarsi a vicenda qualche voto.
Il terzo quesito riguarda le candidature multiple. Quel meccanismo per cui i big si candidano in tutte le circoscrizioni e scelgono loro, dopo le elezioni, quali dei trombati nominare al proprio posto. Nello scorso parlamento i trombati ripescati sono stati più di un terzo dell’intero parlamento.
Credo che una politica migliore sia possibile. E credo che lo sia stato ogni qual volta i cittadini hanno fatto sentire la propria voce.

L’UNICA ARMA E’ IL REFERENDUM
Vogliamo una politica più semplice. Meno partiti e più decisioni utili alla gente.
Vogliamo una politica in cui i parlamentari non siano nominati dalle segreterie dei partiti ma scelti dagli elettori.
Vogliamo che i cittadini il giorno delle elezioni possano scegliere il partito che si assume la responsabilità di governarli senza dover fare continuamente compromessi con i ricatti dei propri alleati” (Giovanni Guzzetta, Presidente del Comitato promotore dei referendum elettorali).

Leggere anche: Referendum elettorale, i dettagli.

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Referendum elettorale: i dettagli

mercoledì, 10 giugno 2009

I quesiti in pillole:

QUESITI 1 E 2 (CAMERA & SENATO)

Se vincono i Sì, scompariranno le coalizioni di partiti e si eviterà che questi si uniscano il giorno delle elezioni e si dividano subito dopo imponendo veti, mediazioni e verifiche continue a maggioranza e governo. Si realizzerà anche in Italia il bipartitismo, così come negli Usa, in Inghilterra, in Francia e in Spagna. Senza coalizioni, la soglia di accesso a Camera (4%) e Senato (8%) diventerà uguale per tutti e il premio di maggioranza non potrà più andare alla coalizione ma solo alla lista che avrà ottenuto più voti”.

QUESITO 3 (CANDIDATURE MULTIPLE)

Se vincono i Sì, sarà vietato candidarsi in più di un collegio e scomparirà la pratica abusata di presentare ovunque candidati “acchiappa-voti” (normalmente i leader di partito). In questo modo sarà colpita la nomina dei parlamentari da parte delle segreterie di partito, che decidono chi deve andare al Parlamento sia prima delle elzioni, sia (mediante questa pratica abusata) all’indomani del voto.

Le bugie sul Referendum:

- Il referendum è pericoloso: aiuta Berlusconi.
Qualunque sia la posizione politica che si ha, questa è comunque una grandissima balla. Dicono che se passa il referendum Berlusconi e il suo PdL, con il 40% dei voti, prende il 55% dei seggi in parlamento. Attenzione, può avvenire già oggi con l’attuale legge-porcellum. Per fare questo Berlusconi non ha alcun bisogno del referendum che su questo punto non cambia niente (i cambiamenti sono altri). Tutto questo è un effetto della legge elettorale oggi in vigore, la quale già prevede che alla lista più votata venga - (possa venire, nota di camelot) - attribuita anche la maggioranza assoluta dei seggi in palio.

- E’ antidemocratico che un partito del 40% abbia il 55% dei seggi.
No, questo non è vero. Nei paesi anglosassoni, la culla della democrazia, ciò accade spesso. Thatcher e Blair hanno sempre governato con queste percentuali, e nel 2005 Tony Blair, con il 35,3% dei voti, ha preso il 55 % dei seggi ed ha eletto 360 deputati contro i 260 di tutte le opposizioni. Il maggioritario è questo: chi vince governa, chi perde controlla.

- Ma addirittura con il 20% dei voti si può prendere la maggioranza assoluta dei seggi.
Ancora una volta occorre ricordare che questo può accadere anche oggi, proprio con la legge che combattiamo, e non sarebbe un effetto del referendum. Se una coalizione prende il 20%, la seconda il 19%, la terza il 18% e le altre ancora meno, la prima ha la maggioranza assoluta in Parlamento. In realtà però si tratta di un’ipotesi teorica, sostanzialmente impossibile a realizzarsi. Già oggi i due principali partiti hanno più del 20%! E poi il desiderio di vincere spinge a fare aggregazioni vaste, per battere l’avversario. Nel 2006 questo ha portato ad aggregazioni enormi, 16 partiti da una parte e 17 dall’altra. Se passa il referendum chi vuole aggregarsi per vincere dovrà fare una lista unica, con grande vantaggio per la stabilità e la chiarezza.

- Il referendum rafforza soltanto chi ha la maggioranza.
Non è vero. Aiuta anche l’opposizione, anzi forse ancora di più. Quando ci sono le elezioni la maggioranza va al governo ed è unita dall’esigenza di non perdere il governo, mentre l’opposizione tende a sfasciarsi, a litigare, e ciascun partito va per conto suo. Lo vediamo già oggi con la rissa continua tra PD e Italia dei valori. Litigano perché vogliono rubarsi reciprocamente i voti per essere più forti quando si tratterà di contrattare la formazione della coalizione elettorale. Se ci fosse il bipartitismo il partito di opposizione rimarrebbe unito e dovrebbe pensare soltanto a fare delle proposte serie che gli consentano di vincere le elezioni la volta successiva.

- Il referendum porterebbe ad un bipartitismo forzato.
E’ vero, il referendum spingerebbe al bipartitismo
. Questo è il suo valore politico, questo è l’obiettivo che ci prefiggiamo. Ed è un obiettivo importantissimo e positivo. Tutte le grandi democrazie si fondano su due grandi partiti. Negli USA i democratici e i repubblicani, in Gran Bretagna i laburisti e i conservatori, in Spagna e in Germania i popolari i socialisti, in Francia o socialisti e il partito di Sarkozy. Questo non significa che non vi siano altri partiti più piccoli, ma che ciascuno dei due poli ruota attorno a un grande partito. Ma questa è la garanzia di stabilità e di efficienza di quelle democrazie: e questo è ciò che il referendum ci darebbe anche in Italia. E poi non ci sarebbe nessuna forzatura. Gli italiani che hanno votato per i due principali partiti sono più del 70 %. Più di quanto abbiano ottenuto insieme i due principali partiti in Inghilterra nel 2005 (67,6%).

- Ci sarebbe meno pluralismo.
Non è vero. I partiti che superano il 4 % sarebbero comunque rappresentati. E poi la frammentazione estrema non porta pluralismo: porta a inefficienza, paralisi, e anzi immobilismo. Il vero pluralismo ha bisogno dell’ alternanza, del ricambio. Solo questo mette al riparo dalla cosa più soffocante che ci sia, il consociativismo. Noi non vogliamo colpire il sano pluralismo. Vogliamo colpire il potere di ricatto dei partiti dentro le coalizioni. Vogliamo eliminare l’idea della coalizione. Che è una contraddizione in termini: si sta insieme, ma ci si combatte anche per rosicchiarsi reciprocamente voti. Un assurdo. E il tempo si spreca nei negoziati tra i partiti, anziché pensare al bene del paese.
Noi ci ispiriamo ai modelli anglosassoni. Ti pare che in quei paesi non ci sia pluralismo?.

L’intervista che ho fatto (nel 2007) a Mario Segni, uno dei due promotori del Referendum:

Onorevole Segni, lei è tra i promotori del Referendum che ha per oggetto l’abrogazione di alcune parti dell’attuale legge elettorale. Quali sono, in concreto, gli obbiettivi del Referendum?

Il referendum colpisce al cuore uno dei fenomeni peggiori del degrado italiano: la frammentazione dei partiti, che sta portando ingovernabilità, rissosità, esplosione dei costi della politica. Se vince il referendum si entra in Parlamento solo se si supera il 4% dei voti nazionali (e per il Senato l’8% regionale), e per vincere le elezioni bisogna fare una lista unica, con un solo simbolo, programma, nome, e non un’accozzaglia di liste come sono le coalizioni di oggi. Insomma è lo strumento ideale per chi non vuole più l’Italia dei 74 partiti“.

In che modo il Referendum influenzerà l’assetto partitico dei due schieramenti? Riuscirà a favorire la riduzione dei partiti, favorendo processi aggregativi tra gli stessi?

Tutto il sistema dei partiti, e quindi il sistema politico, ne sarà modificato radicalmente. L’effetto sarà uguale a quello del referendum del ‘93“.

Di recente, l’uscita del libro di Rizzo e Stella, ha riportato in auge il tema dell’esosità dei costi della politica. Esiste, a suo avviso, un nesso tra numero (elevato) dei partiti e costi (eccessivi) della politica?

Il libro di Stella descrive la drammatica situazione del costo della politica, con tutto il carico di corruzione e inefficienza che ne è legato. Nella frammentazione e nel potere di ricatto dei piccoli e piccolissimi partiti questo costo ha una delle sue cause, anche se non l’unica. Quindi i due problemi sono strettamente legati“.

Il Referendum che lei ha promosso, quindi, può essere definito come un Referendum contro la “Casta”?

Beh in un certo senso è proprio così. Tanto è vero che Severgnini, in un bell’articolo sul Corriere di quindici giorni fa, ha scritto: se non firmate il referendum tenetevi la casta e non parlatene più“.

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Economisti alle vongole

venerdì, 24 aprile 2009

Dunque, Antonio Martino, che è l’unico economista serio esistente in Italia, svariati mesi orsono, ai suoi colleghi intenti a far predizioni sugli sviluppi della crisi economica internazionale, rivolgeva – dalle pagine di Libero – questo monito: “Non fate previsioni. Soprattutto sul futuro”.

Lo avessero ascoltato, gli economisti di casa nostra si sarebbero risparmiati gaffe imbarazzanti. E invece, dopo aver spernacchiato l’avvocato Tremonti perché andava profetizzando – con diversi mesi di anticipo, rispetto al suo appalesarsi – l’avvento di una crisi di portata tale da poter essere paragonata a quella del ‘29, i Nostri incominciarono a fare previsioni sull’andamento di quella stessa crisi che, fino al giorno prima, non avevano nemmeno intravisto.

Qui si è già avuto modo di parlarne. Si è avuto modo di evidenziare come gli economisti-Wanna Marchi abbiano in principio parlato di un rischio stagflazione; salvo poi correggersi, ripudiare l’ipotesi della stagflazione e far riferimento ad un pericolo di deflazione; salvo poi correggersi ancora, negare di aver mai vaticinato il rischio di una deflazione, e arrivare a parlare di disinflazione. Tra sei mesi, invece, discetteranno amabilmente di reflazione. Parola di Camelot.

Ma la questione è ancora più complessa. In fondo, avessero solo preso cazzi per cazzuole, sarebbe tutto sommato ancora poca roba.

Il problema è che gli economisti cartomanti di casa nostra, della crisi in corso, non hanno capito – come direbbero a Lugano – una beneamata mazza! A provarlo, non le affermazioni del pirlacchione che scrive questo post. Ma le loro.

Partiamo da Alberto Alesina, considerato unanimemente uno dei più grandi economisti viventi. Perentoria, sin dall’incipit, la sua analisi datata 27 settembre 2007:

Finora non è accaduto nulla di catastrofico, né a mio parere accadrà. E’ straordinariamente difficile prevedere quali saranno le conseguenze sulla crescita dell’instabilità dei mercati iniziata in agosto. Nessuno sa bene che cosa succederà nei prossimi mesi. Quasi sicuramente nulla di disastroso”.

Si è visto!

Andiamo avanti, poi, con un altro economista ritenuto tra i più bravi: Francesco Giavazzi. Il Nostro, il 4 agosto 2007, asseriva:

La crisi del mercato ipotecario americano è seria, da qualche settimana ha colpito anche le Borse, ma difficilmente si trasformerà in una crisi finanziaria generalizzata. Nel mondo l’economia continua a crescere rapidamente: in Oriente, in Europa e nonostante tutto anche negli Usa (+3,4% nel secondo semestre dell’anno). La crescita consente agli investitori di assorbire le perdita ed evita che il contagio si diffonda”.

Infatti nessun “contagio” s’è diffuso!

E’ la volta, poi, del professor Giacomo Vaciago (ordinario di politica economica alla Cattolica di Milano). Ecco la sua analisi, datata 29 febbraio 2008:

Io non sono pessimista come Roubini, né per gli Usa né per l’Europa e tantomeno per l’Italia. Grazie al dollaro debole, come sempre fanno, gli Stati Uniti stanno esportando un po’ dei loro problemi. Per questo, la loro recessione non sarà così grave (…)”.

L’Italia, a sua volta, eredita questi scompensi e dovrà tirare un po’ la cinghia. Si sentono tanti allarmi, tanti bla-bla. Ma se i nostri fondamentali sono buoni – e sono buoni – che importa se per un anno, questo, ci sarà crescita zero?”.

Eh, già: crescita zero e per un solo anno!

Ma anche al di fuori di casa nostra, le Wanna Marchi dell’economia se la cavano egregiamente. Come nel caso dell’ex capo economista di Morgan Stanley, Stephen Roach. Il quale, in data 31 gennaio 2007, affermava:

Stiamo parlando di un soft landing, di un atterraggio morbido e di un intervento chirurgico nel mercato immobiliare americano che lascerà il resto dell’economia praticamente illesa”.

Illesa, come no!

Altri preziosissimi ed illuminanti vaticini sono contenuti nel libro – in vendita dal 27 aprile – “Bluff – Perché gli economisti non hanno previsto la crisi e continuano a non capirci niente”, edito da Orme, e scritto dal giornalista di Panorama, Marco Cobianchi.

Ma mica finisce qui.

Perché di sesquipedali cazzate, gli economisti di casa nostra riempiono ogni loro analisi (o ciò che contrabbandano come tale).

Ad esempio.

A noi tutti è noto che le Wanna Marchi del sito vicino al Partito democratico, La Voce.info, abbiano raccontato come il mancato accorpamento del Referendum alle elezioni europee, costerà a noi tutti la bellezza di 400 milioni di euro.

Il problema, però, è che il numero in questione – 400 milioni di euro – è completamente inventato! Come dire: formulato a cavolo di cane. In puro stile economista cartomante.

Non mi dilungo in spiegazioni (perché ho da fare: devo limarmi le unghie), leggetevi l’articolo del maestro Franco Bechis, e quello di Emilio Gioventù.

A mio avviso, bastano queste tabelle:

Tabella costi Referendum Italia Oggi

Aridatece Wanna Marchi, quella vera!

P.S.: i più accorti tra gli economisti cartomanti, seguono il metodo Friedrich Nietzsche. Che consiste semplicemente nel dire – e predire – tutto e il suo esatto contrario. Dimodoché, qualsiasi cosa si verifichi, essi potranno vantarsi di averla prevista. Un po’ come fa Gennaro D’Auria.

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Perché il Pd dovrebbe dire grazie alla Lega

venerdì, 17 aprile 2009

(…) La seconda lezione da trarre è che, anche se introdotto con la forza del referendum, il bipartitismo in Italia equivarrebbe al blocco dell’alternanza. E’ infatti impossibile immaginare, almeno per il futuro prevedibile, un partitone di sinistra in grado di prendere il 51% dei voti, mentre è facile ipotizzare che questo possa accadere a un partitone di destra

La sinistra storicamente minoritaria nel nostro Paese, perderebbe anche la speranza di poter trovare prima o poi qualche alleato al centro, tra i moderati, come ha fatto negli unici due casi in cui ha vinto le elezioni, il 1996 e il 2006 (…)

Piuttosto che strepitare contro i diktat della Lega e lo sperpero di denaro pubblico, Franceschini dovrebbe ringraziare Bossi che, infrangendo il sogno segreto di Berlusconi, l’ha salvato dall’accoppamento (pardon, dall’accorpamento)” (Antonio Polito).

P.S.: ricordo a tutti che si può donare 1 euro alla popolazione abruzzese, inviando un sms al numero 48580 (messo a disposizione dalla Protezione Civile).

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Somos todos referendarios

giovedì, 16 aprile 2009

Dunque, come noto il centrodestra ha deciso di fissare la data del Referendum (abrogativo di alcune parti dell’attuale legge elettorale) in corrispondenza dei ballottaggi delle elezioni amministrative che si terranno il 21 giugno. Tutto ciò, perché la Lega osteggia fortemente i quesiti proposti da Segni e da Guzzetta, e se la consultazione referendaria fosse stata fissata in concomitanza del voto per le Europee (il 6 e 7 giugno), essa avrebbe provocato una crisi di governo.

Perché la Lega è ostile al Referendum?

Perché se dovesse essere raggiunto il quorum, e se gli italiani dovessero in misura prevalente votare Sì ai quesiti, il premio di maggioranza – che oggi viene attribuito alla coalizione che prende più suffragi -, verrebbe dato alla lista più votata.

In poche parole: in Italia avremmo un bipartitismo perfetto. Nel centrodestra, infatti, il premio di maggioranza verrebbe conquistato dal Pdl (in caso di vittoria alle elezioni politiche). Nel centrosinistra, invece, dal Pd. Questo, spingerebbe i partiti più piccoli delle due coalizioni a confluire nei due soggetti politici più grandi.

In parole ancora più semplici: scomparirebbero tutti i partiti all’infuori del Popolo della Libertà e del Partito democratico.

Ecco spiegata l’ostilità della Lega, che ha insistito perché la data del Referendum venisse fissata al 21 giugno, in quanto era ed è convinta che così facendo, la consultazione referendaria non raggiungerà il quorum necessario perché risulti valida (deve partecipare il 50% degli aventi diritto al voto).

Le ragioni che hanno spinto i dirigenti leghisti a boicottare il Referendum, sono le stesse per cui persone come il sottoscritto sono a favore dei quesiti promossi da Segni e da Guzzetta (non a caso nella home page di questo blog, da oltre un anno c’è questo banner).

Ma ci sono anche altri motivi per sostenere il Referendum.

Li descrive Francesco Verderami:

“Venerdì in Consiglio dei ministri il premier non si presenterà con il decreto per l’election day il 7 giugno. Il Carroccio tira un sospiro di sollievo, e autorevoli dirigenti leghisti raccontano che anche il Pd è pronto a brindare in segreto allo scampato pericolo”.

“Un conto è mostrarsi in pubblico come crociati referendari, altra cosa è analizzare i dati di una simulazione riservata: se davvero i quesiti diventassero legge, infatti, con il nuovo sistema di voto al Pdl basterebbe allearsi con una qualsiasi forza di opposizione – (leggasi: Udc, nota di camelot) – per avere il 75% di seggi in Parlamento, e poter così cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza, senza dover poi passare nemmeno per un referendum confermativo”.

Devo aggiungere altro?

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Referendum elettorale. Intervista a Mario Segni

mercoledì, 11 luglio 2007

Mario Segni foto

Mario Segni – in virtù del suo impegno politico/referendario – può essere considerato uno dei padri dell’attuale sistema bipolare. 

Onorevole Segni, lei è tra i promotori del Referendum che ha per oggetto l´abrogazione di alcune parti dell´attuale legge elettorale. Quali sono, in concreto, gli obbiettivi del Referendum?

Il referendum colpisce al cuore uno dei fenomeni peggiori del degrado italiano: la frammentazione dei partiti, che sta portando ingovernabilità , rissosità , esplosione dei costi della politica. Se vince il referendum si entra in Parlamento solo se si supera il 4% dei voti nazionali (e per il Senato l’8% regionale), e per vincere le elezioni bisogna fare una lista unica, con un solo simbolo, programma, nome, e non un’accozzaglia di liste come sono le coalizioni di oggi. Insomma è lo strumento ideale per chi non vuole più l’Italia dei 74 partiti“.

In che modo il Referendum influenzerà  l´assetto partitico dei due schieramenti? Riuscirà  a favorire la riduzione dei partiti, favorendo processi aggregativi tra gli stessi?

Tutto il sistema dei partiti, e quindi il sistema politico, ne sarà  modificato radicalmente. L’effetto sarà  uguale a quello del referendum del ‘93“.

Di recente, l´uscita del libro di Rizzo e Stella, ha riportato in auge il tema dell´esosità  dei costi della politica. Esiste, a suo avviso, un nesso tra numero (elevato) dei partiti e costi (eccessivi) della politica?

Il libro di Stella descrive la drammatica situazione del costo della politica, con tutto il carico di corruzione e inefficienza che ne è legato. Nella frammentazione e nel potere di ricatto dei piccoli e piccolissimi partiti questo costo ha una delle sue cause, anche se non l’unica. Quindi i due problemi sono strettamente legati“.

Il Referendum che lei ha promosso, quindi, può essere definito come un Referendum contro la “Casta”?

Beh in un certo senso è proprio così. Tanto è vero che Severgnini, in un bell’articolo sul Corriere di quindici giorni fa, ha scritto: se non firmate il referendum tenetevi la casta e non parlatene più“.

Nel centrosinistra – a quanto pare – lavorano alacremente alla costruzione del Partito democratico. Come giudica il processo in atto?

Il partito democratico va nella direzione giusta, cioè quella della aggregazione. Mi auguro che nasca bene, con chiarezza, con le primarie, cioè con una spinta dal basso“.

Immagino che lei auspichi un percorso analogo anche nel centrodestra – un percorso che porti alla costituzione del Partito delle Libertà  – visto che, ultimamente, ha dichiarato che la nascita di un soggetto unitario nel centrodestra, potrebbe spingerla a fare politica nella Casa delle Libertà . E´ così?

Se passa il referendum e nasce il partito democratico nascerà  certamente il partito unico dei moderati, cioè del centrodestra italiano. Finalmente l’Italia diventerà  europea“.

Onorevole Segni, pochi giorni fa lei ha lanciato un allarme relativo alla raccolta di firme per il Referendum. C´è il pericolo che non si riesca a raggiungere il numero di firme necessario? E in che modo e fino a quando – i cittadini interessati – possono sottoscrivere i quesiti da lei proposti?

Non oltre il 18 luglio, perchè poi le firme vanno raccolte e portate a Roma. Quindi ci sono pochissimi giorni“.