Articoli marcati con tag ‘Silvio Berlusconi’

Berlusconi: «Via il bollo auto a metà legislatura». Siamo a metà legislatura e il bollo auto non è stato abolito

giovedì, 2 settembre 2010

Da sedici anni Berlusconi promette la Rivoluzione liberale. Da sedici anni, ogni volta che mette piede a Palazzo Chigi, Berlusconi s’occupa di tutto, soprattutto dei fatti suoi, e non della succitata Rivoluzione. Da sedici anni, poi, per giustificarsi, dice che non ha ancora potuto farla perché qualcuno o qualcosa gliel’ha impedito (cosa non vera, ovviamente): una volta è il ribaltone fatto dalla Lega (1994); un’altra volta è il crollo delle Torri Gemelle; un’altra volta ancora è colpa di Follini che è troppo loquace e ciò ostacola, come dargli torto!, l’azione di governo.

Questa volta, invece, e come noto, Berlusconi e i suoi giornali lavorano perché agli occhi dell’opinione pubblica appaia Fini, quale responsabile della mancata attuazione della medesima. Naturalmente è una sciocchezza: Fini non ha alcuna responsabilità del fatto che Berlusconi abbia sin qui disatteso nove promesse elettorali su dieci del programma economico del Pdl. Prova ne sia il fatto che il finiano Mario Baldassari è l’unico parlamentare del centrodestra che abbia presentato una contro-Finanziaria (leggere qui e qui) per ridurre le tasse (e la spesa pubblica).

Ciò detto, e siccome a noi piacciono i fatti, da oggi si inizierà a prendere in considerazione tutte le promesse elettorali contenute nel programma del Pdl, e che Silviuccio nostro, almeno sin qui, non ha mantenuto; con l’auspicio, inoltre, che la sedicente blogosfera di centrodestra abbia un sussulto di dignità, ed inizi a chiedere al Premier, come noi facciamo da inizio legislatura, di rispettare gli impegni presi con gli elettori.

Inizino le danze.

Ospite di Matrix, nell’aprile del 2008, Silvio prometteva: “Via il bollo auto a metà legislatura”; aggiungendo, poi, che il provvedimento sarebbe statograduale”; ma spingendosi anche ad affermare:

«Certo, se ci fossero i 4 miliardi del tesoretto, ma io non ci credo, lo potremmo fare subito».

Ecco, se Silvio si fosse preoccupato di ridurre al minimo le auto blu, che guarda caso costano all’Erario proprio 4 miliardi di euro, avrebbe trovato i soldi per abolire il bollo auto. Ma forse non gli interessava.

Prima promessa elettorale non mantenuta.

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Berlusconi bacia la mano del dittatore Gheddafi (video). Che vergogna

giovedì, 2 settembre 2010

Beh, bisogna dire che aveva 40 miliardi di buone ragioni personali, per umiliarsi in quel modo.




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Berlusconi: “Dov’è la zoccola?” (video)

mercoledì, 1 settembre 2010



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Non è successo niente. A parte il fatto che Silvio ha deciso di suicidarsi

venerdì, 30 luglio 2010

Poche considerazioni e veloci, ché il sottoscritto va di fretta (c’è da preparare il bagaglio).

L’evento traumatico che si è consumato ieri – la dura censura nei confronti di Gianfranco Fini e il deferimento di Bocchino, Briguglio e Granata ai probiviri del PdL – è destinato a cagionare a Berlusconi e al suo esecutivo danni più che benefici. E ciò, per alcune semplici ragioni.

Innanzitutto, la pattuglia finiana in Parlamento è più consistente di quanto si potesse immaginare solo qualche giorno fa. Dunque se Berlusconi pensava che, una volta liberatosi dei finiani, il suo esecutivo non avrebbe avuto problemi, dovrà ricredersi.

In secondo luogo, cacciare Fini e i suoi uomini – oltreché illiberale, stalinista e ridicolo – è decisamente inutile: al Presidente della Camera, infatti, non può di certo essere imputato il fatto che il governo stia facendo una politica economica da centrosinistra moderato, e cioè pessima. Non può essergli rimproverato il fatto che Tremonti non voglia abbassare le tasse, e che abbia varato una manovra economica assai consistente anche per reperire i danari necessari a mettere all’opera il Federalismo fiscale (il cui costo stimato varia da alcuni miliardi, forse 8, ad un massimo di 100); né può essergli addossata la responsabilità del fatto che con la Finanziaria si sia introdotta la norma comunista che stabilisce che il contribuente sia colpevole fino a prova del contrario, in caso di contenzioso tributario; o che non siano state abolite le Province, al contrario di quanto promesso in campagna elettorale; né che non si siano fatte la riforma delle pensioni e le privatizzazioni. Niente di tutto ciò può essergli imputato.

A Fini può essere rimproverato solo di essersi adoperato perché la legge del Pdl sul testamento biologico – bocciata finanche dalla stragrande maggioranza degli elettori del centrodestra – fosse affossata. Così come può essergli addebitato il fatto di essersi speso acciocché il Ddl-intercettazioni non arrivasse a tradursi in un bavaglio per la stampa, e in una limitazione seria alla lotta alla Mafia. Queste, e solo queste, sono le colpe di Fini. E agli occhi di molti elettori del centrodestra è probabile non appaiano come tali.

Certo, spesse volte il Presidente della Camera ha rotto un po’ le palle con la questione della “cittadinanza breve” agli extracomunitari. Ma è difficile ritenere che parlare – ripeto: parlare – di una qualsivoglia questione possa rappresentare un crimine o un atto poco rispettoso dell‘Esecutivo. Né può essere utile il richiamo al fatto che nel programma del PdL l’argomento non fosse contemplato: se è per questo, in esso non era nemmeno previsto che noi si introducesse la norma comunista che ha invertito l’onere della prova per i contribuenti (e che farà perdere un sacco di voti tra gli imprenditori) o la “tracciabilità dei pagamenti“; così come non era nemmeno previsto che noi, si narra liberali e liberisti, si arrivasse ad aumentare le tasse, e per di più – manco fossimo una coalizione cattocomunista – ai “ricchi” (si veda alla voce: Robin Hood Tax).

Inoltre, Berlusconi, con l’espulsione dei finiani, si è infilato in un classico cul de sac.

Innanzitutto, ora i finiani avranno molta più influenza – per non parlare del potere di veto – sul governo. Come usa dire: faranno il bello e il cattivo tempo. Quindi alzeranno la voce perché l’Esecutivo, al contrario di quanto sin qui fatto, rispetti il programma elettorale. Segnatamente su due punti: l’introduzione del quoziente famigliare e l’abbassamento delle tasse (cose su cui il finiano Mario Baldassarri, invano, ha battagliato per due anni; e per mesi Generazione Italia ha martellato). E tutto ciò, agli occhi degli elettori, si tradurrà in questo: Fini e i suoi uomini hanno a cuore la riduzione delle tasse e la Rivoluzione liberale; Berlusconi e i suoi, no. Bell’autogol, Silvio, non c’è che dire!

Ancora.

In autunno sono previsti due eventi che potrebbero minare la stabilità dell’Esecutivo e aprire le porte ad un governo tecnico: il pronunciamento della Consulta – atteso tra settembre ed ottobre – sulla costituzionalità del legittimo impedimento (che, giova ricordare, protegge Berlusconi dai processi a suo carico); e la possibilità che si renda necessaria una nuova manovra correttiva (da vararsi tra ottobre e novembre, e dell’entità di 25 miliardi).

Ecco, affrontare questi due eventi, con una maggioranza risicata, è un problema serio. Anche perché sarà difficile che la Lega accetti il varo di ulteriori tagli e consistenti.

Elezioni anticipate, per uscire dall‘impasse?

Neanche per sogno! E per alcune ragioni.

Innanzitutto, Napolitano – che ha il potere di sciogliere le Camere – non le vuole: se il governo in carica dovesse cadere, dunque, egli si darebbe da fare per farne nascere un altro. E i numeri in Parlamento ci sarebbero (e già ci sono).

In secondo luogo, la crisi economica non permette neanche di prendere in considerazione l’eventualità del ricorso anticipato alle urne: i mercati finanziari e le società di rating, infatti, farebbero pagare molto cara la cosa, al nostro paese.

In terzo luogo, va ricordato che da questa legislatura, per maturare il diritto alle pensione, i parlamentari – i peones – hanno bisogno di restare in carica per cinque anni (e non più per due anni, sei mesi e un giorno). Devo aggiungere altro?

Sì, giusto una cosetta: è difficile prevedere quando, ma la rottura tra Fini e Berlusconi certamente si ricomporrà. È nell’interesse del Pdl e del centrodestra; sempreché si voglia continuare a vincere le elezioni.

State sereni, dunque, ché non è successo niente (a parte il suicidio di Berlusconi).

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Silvio ascolta Gianfranco e cancella il bavaglio

martedì, 20 luglio 2010

Il governo ha presentato un emendamento destinato a cambiare radicalmente il contenuto del cosiddetto Ddl-intercettazioni, e a renderlo accettabile a chiunque l’abbia sin qui contestato.

Nello specifico, l’emendamento mira ad istituire l’”udienza filtro“. Nel corso della quale il gip, ascoltate l’accusa e la difesa, opererebbe una sorta di scrematura delle intercettazioni: selezionando da una parte quelle rilevanti ai fini dell’inchiesta, e la cui pubblicazione sarebbe consentita (anche prima della conclusione delle indagini); e dall’altra, invece, quelle che coinvolgono persone estranee ai fatti, e che verrebbero secretate non avendo alcuna rilevanza ai fini dell’investigazione.

Un passo in avanti significativo, e che viene salutato con entusiasmo dalla Presidente della Commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno:

Credo che questo testo sia un balzo in avanti. Credo che sia innegabile che questo emendamento vada incontro alle istanze che sono state rappresentate dal mondo dell’informazione. Personalmente ho sempre detto che bisognava andare in questa direzione, sicuramente questa opzione mi sembra estremamente positiva. Più che di un passo in avanti mi sembra un balzo in avanti nel testo”.

Adesso resta da emendare la norma del ddl che prevede l’obbligo di rettifica (entro 48 ore) a carico dei blogger.

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Signori si nasce e cretini si muore

sabato, 17 luglio 2010

Berlusconi è all’angolo, su questo non ci piove. Ma la più parte dei suoi problemi non deriva dall’attuale – e avversa – congiuntura che vede indagati molteplici esponenti del suo esecutivo e del Pdl; né dalle scaramucce col Presidente della Camera.

I problemi di Silviuccio nostro dipendono da altro: dalla pessima politica economica che il suo ministro dell’Economia si ostina a fare. Una politica economica che nulla ha a che vedere con i principi del liberalismo. Una politica economica in tutto e per tutto eguale a quella del centrosinistra di prodiana memoria, e che per questo motivo è dannosa.

È dannosa sicuramente per il Paese perché non risolve alla radice i suoi problemi: un eccesso di spesa pubblica dovuto a 60 di politiche economiche cattocomuniste, keynesiane ed antiliberiste. Politiche che hanno prodotto il terzo debito pubblico al mondo (e che ci obbligano a pagare 78-80 miliardi d‘interessi all‘anno sullo stesso); che hanno indebitato 3 o 4 generazioni di figli; che hanno sempre lasciato i poveri in condizione d’indigenza, fornendo loro al massimo una cattolicissima elemosina; politiche che hanno ucciso – e continuano ad uccidere – il merito, ma hanno sempre fatto campare da Dio parassiti e mezze seghe; politiche che hanno affrontato la questione della flessibilità del mercato del lavoro facendola pagare solo ai figli; politiche che consentono ai baby papà di andare in pensione a 58 anni, e che tolgono ai figli il diritto di accedere un giorno alla quiescenza.

È dannosa, poi, la politica di Tremonti, per lo stesso Berlusconi. Lo abbiamo ripetuto diecine di volte, da quando ha preso avvio quello che abbiamo chiamato Golpe (il caso Noemi Letizia; l’affaire Patrizia D’Addario; le 5.000 foto di Zappadu; la sequenza d’inchieste giudiziarie mediaticamente amplificata oltre ogni ragionevole aspettativa): ci sono spezzoni dei cosiddetti Poteri forti, segnatamente gli imprenditori, che non possono permettersi di avere al potere un governo che non affronti le riforme di sistema e le priorità economiche del Paese.

Non possono permetterselo perché, stante l’attuale congiuntura economica, se il governo non raddrizza l’economia e modernizza la Nazione rivoltandola come un pedalino, si tornerà ai livelli pre-crisi tra 7-8 anni. E questo non è tollerabile: non può tollerarlo chi abbia perso il lavoro e in questo momento stia in mezzo ad una strada; non può tollerarlo chi stia finendo gli studi e si prepari ad entrare nel mercato del lavoro avendo come unico sbocco certo la disoccupazione; non può tollerarlo il mondo imprenditoriale che porta su di sé, per intero, il peso di un’immane crisi economica.

Per queste ragioni, chiunque ne abbia il potere da mesi lavora per defenestrare l’attuale esecutivo, onde sostituirlo con un altro che metta in agenda la ripresa economica e le riforme di cui il Paese abbisogna. Ma questo tentativo di “Golpe bianco” è dovuto all’inazione del governo. Se il governo ha un ministro dell’Economia che, unico al mondo, non fa nemmeno una cazzo di privatizzazione onde abbattere lo stock di debito pubblico (abbiamo 49,7 miliardi di euro di beni iscritti a bilancio, che a prezzi di mercato ne dovrebbero valere oltre 200), è chiaro che questo crei sgomento, incredulità, ed induca i “potenti” a chiedersi come fare per togliersi dalle palle un esecutivo tanto inutile e fancazzista.

Se il governo ha un ministro dell’Economia che, per mere ragioni egoistiche, e cioè per garantirsi la benevolenza della Lega onde ottenerne un domani l’appoggio per succedere a Berlusconi in qualità di Premier, pensa di attuare come unica riforma di sistema il Federalismo fiscale – la cui messa all’opera potrebbe costare più di 100 miliardi di euro (altri dicono 8); che potrebbe far crescere la spesa pubblica nel settore Sanità di 650 milioni all’anno; che di sicuro si tradurrà, per come è stato scritto, in una gragnola di nuove tasse per il Meridione d’Italia -, è normale che i “potenti” si pongano interrogativi su come disfarsi il prima possibile di chi non metta in agenda una riduzione della pressione fiscale; che è il vero cancro oppressivo del sistema-Paese.

Se il governo ha un ministro dell’Economia che non solo non fa una beneamata fava per rilanciare l’economia, ma è così folle da dire chebisogna abbandonare l’ossessione della crescita”, è normale che qualsiasi persona sensata, avendone il potere, cerchi di adoperarsi perché il governo in carica cada, e al più presto.

E qui sta il punto: se Berlusconi facesse una politica economica seria, liberale, modernizzatrice e riformatrice, potrebbe continuare a dormire sonni sereni, perché avrebbe l‘appoggio incondizionato dei “poteri forti“; e quelli che nel Palazzo bramano disarcionarlo, la prenderebbero in saccoccia.

Ma il problema è che Berlusconi, una politica economica seria e liberale, non la fa: a causa di Tremonti e della Lega.

Ed è questa la ragione per cui continuerà ad essere attaccato in tutti i modi. Perché i “potenti” sanno come stanno i fatti:

“L’Italia, alla fine del secondo trimestre 2010, ha visto innalzarsi la stima delle sue probabilità di default al 15,5%, dal 9,7% di tre mesi prima. Ed è sesta nella graduatoria mondiale dei Paesi più a rischio. Come si possa raccontare alla gente, in queste condizioni, che i tagli sono cose da pazzi, è proprio cosa da pazzi. Ripeto: non sto parlando qui della logica lineare dei tagli della manovra, che ho molto criticato anch’io. Parlo dei tagli in quanto tali, quando in realtà ne occorrerebbero – rectius: ne occorreranno, con certezza – tre, quattro e cinque volte di più. Perché l’atmosfera di incertezza sui bond sovrani europei resta molto forte, come ammoniscono oggi il bollettino di luglio della BCE e Mario Draghi all’Abi“ (Oscar Giannino).

Naturalmente, se a Libero e a Il Giornale lavorassero persone serie ed intelligenti, e non degli eunuchi privi di sale in zucca, a Berlusconi consiglierebbero quanto qui gli si è suggerito: di cambiare politica economica.

Ma la coglionaggine abbonda, e Berlusconi ne perirà (per la gioia di chi vuole toglierselo dalle palle).

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Tremonti giubilato dopo l’approvazione della Finanziaria

lunedì, 12 luglio 2010

Berlusconi, ne abbiamo parlato un paio di giorni fa, sarebbe intenzionato ad arruolare Casini, onde rendere più forte e stabile il proprio esecutivo. Ecco alcune indiscrezioni sull‘operazione:

Le poltrone promesse dal Premier al leader Udc sarebbero due: gli esteri e una vice presidenza del Consiglio (…).

Nel disegno del Cav, Casini finirebbe in prima persona a ricoprire il dicastero degli Esteri mentre per Frattini si spalancherebbero le porte di Via dell’Umiltà dove andrebbe a ricoprire il ruolo strategico di Coordinatore Nazionale unico del Partito.
Quindi azzeramento del triumvirato La Russa-Bondi-Verdini, con quest’ultimo recentemente troppo esposto in poco piacevoli vicende giudiziarie, e rilancio dell’unità del movimento dopo l’eccessivo correntismo di questi mesi (…)
.

Berlusconi tornerà in settimana da Casini con questa proposta, a cui aggiungerà un corollario certamente gradito all’Udc. Il ministero delle Attività Produttive, lasciato libero dal dimissionato Scajola, sarà offerto ad un uomo di Casini e con ogni probabilità toccherebbe a Savino Pezzotta“.

Va aggiunto, però, che le avances berlusconiane all‘Udc potrebbero non essere finalizzate a sostituire le truppe finiane con quelle scudocrociate (come qui detto in precedenza).

A quanto riferisce Il Riformista, infatti, Bossi teme che l’apertura agli ex democristiani miri ad altro: a ridimensionare Giulio Tremonti e la Lega Nord (e questo spiegherebbe l‘aut aut dei leghisti: “O noi o Casini“).

In particolare, il Premier – sempre secondo il Senatùr – vorrebbe defenestrare il titolare di Via XX Settembre dopo l’approvazione della manovra finanziaria (volesse il cielo!). Mentre con il Presidente della Camera sarebbe intenzionato a siglare una tregua duratura.

Staremo a vedere.

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Finiremo col fare concorrenza a Rifondazione comunista

sabato, 10 luglio 2010

Silvietto nostro, a quanto riferisce la stampa, starebbe considerando l’ipotesi di sostituire la pattuglia finiana con quella dell’Udc. Fuori dal governo e dalla maggioranza la prima, e dentro la seconda: come se i problemi del suo esecutivo derivassero dal Presidente della Camera e dai capricci del medesimo sul Ddl-intercettazioni; e non dal fatto che la politica economica ch’esso porta avanti disattenda, dal primo all’ultimo, gli impegni presi in campagna elettorale con gli elettori; essendo in tutto e per tutto eguale a quella del centrosinistra di prodiana memoria.

Ad ogni modo, siccome l’ipotesi di un’alleanza tra il centrodestra e Casini appare possibile, è bene capire su quali basi essa possa saldarsi. Lo ha spiegato Rocco Buttiglione in un’intervista a Il Riformista:

Il quadro neoliberista in cui si muove Tremonti non basta, quantomeno non basta più. Serve una forte iniezione di politiche sociali, un ritorno al keynesismo. In una fase in cui le imprese non investono o le banche non prestano loro i denari necessari per farlo è lo Stato che deve intervenire, prendendo l’iniziativa (…)”.

L’Italia corre rischi gravi, a proseguire sulla strada intrapresa da Tremonti. Inoltre, non possiamo più tollerare il peggioramento delle condizioni dei lavoratori. Prendiamo l’accordo Fiat-sindacati su Pomigliano ratificato oggi: andava fatto, in nome dell’occupazione, ma la riduzione dei diritti dei lavoratori è indubbia, in quel caso (…)”.

Il punto è che le politiche neoliberiste non bastano più. La politica deve ritrovare orizzonti e compiti diversi dagli attuali. Chi lo capisce per primo guiderà la nuova fase”.

Beh, se non altro la cosa farà contento Sandro Bondi.

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Prudenza (e rassegnazione)

lunedì, 5 luglio 2010

Aldo Brancher, alla fine, s’è dimesso: ne siamo tutti contenti, quantunque Berlusconi e il suo esecutivo escano da questa vicenda con le ossa rotte; il gradimento in picchiata; e una figura barbina in più.

L’improvvisazione seguita ad essere la direttrice di marcia di Silvio: in assenza di un progetto di governo chiaro ed univoco, e di un’opposizione politico-parlamentare costruttiva e che lo incalzi ed induca ad operare al meglio, egli si balocca con esercizi autolesionistici; mostrando, tra l’altro, un certo qual talento e sfatando la leggenda che vorrebbe solo i capi della sinistra italica indulgere in pratiche masochistiche. Non è così: ci si fa male da soli anche a destra.

A tal punto, che in queste ore si rincorrono finanche voci che accreditano l’ipotesi di un redde rationem all’interno del Pdl, finalizzato a rompere – e per sempre – con i finiani. Cosa, questa, che non avrebbe utilità alcuna per il Premier (né per la coalizione che dirige); ed anzi, servirebbe solo a pensionare anzitempo il suo esecutivo, aprendo le porte ad un governo di “salvezza nazionale” al cui interno – necessariamente – vi sarebbero anche la sinistra e l’Udc. Peggio di così, per Silvietto nostro, non potrebbe finire. Eppure, nel suo partito c’è chi aizza gli animi, e invece di vestire i panni del pompiere e stemperare il clima di conflittualità con la pattuglia finiana, si adopera perché con questa si arrivi ad una rottura definitiva; che, inevitabilmente, dischiuderebbe lo scenario nefasto appena descritto.

Talché, la domanda non può che essere questa: chi sta davvero dalla parte di Silvio, in questo momento; e chi, anche tra i suoi fedelissimi, invece, lavora per giubilarlo (fornendogli, magari, anche cattivi consigli e dannosi)?

La risposta non può che partire da qui: in questo istante, nel Popolo della Libertà, esistono 22 correnti (dicasi 22). Esse sono la prova del fatto che nel partito abbiano preso avvio – e da tempo – le manovre per il dopo-Berlusconi; e che, probabilmente, questa fase non sia più considerata lontana da venire. Se qualcuno è convinto di questo, è probabile lavori anche per cercarsi un nuovo capo, le cui ambizioni servire fin da ora: magari con atti che lo aiutino a prendere – e più rapidamente – il posto del Premier. In politica, d’altra parte, la fedeltà e la lealtà non esistono; e di puttani e traditori se ne incontrano a bizzeffe. Per questo motivo è ragionevole ipotizzare che in questo momento finanche alcuni “pretoriani berlusconiani” stiano tramando per defenestrare Silvio.

D‘altro canto, e a supporto di quanto detto, giova anche ricordare che nei momenti in cui i rapporti tra Berlusconi e Fini sono stati più tesi, ben pochi ministri (ex Forza Italia) hanno attaccato l’ex leader di An per prendere le difese del Premier. Ed anzi, a voler essere più precisi, la maggioranza di essi ha semplicemente taciuto; evitando di schierarsi con uno dei due. A buon intenditor, poche parole.

La Lega, poi, in questa fase si mostra molto ambigua. Basti pensare all’atteggiamento che ha avuto nella vicenda di Brancher.

Prima che ne fosse ufficializzata la nomina a ministro, come ha raccontato Calderoli, Bossi & C. erano entusiasti della sua promozione al punto da averla festeggiata con un brindisi. Quando la stessa è divenuta ufficiale, e si è scoperto celava un intento discutibile, però, da via Bellerio sono subito partite le prese di distanza; che hanno messo il Premier in grave imbarazzo ed in cattiva luce presso l‘opinione pubblica.

A voler essere maliziosi, il comportamento del Carroccio si spiega più – e meglio – con la volontà di tendere un tranello a Berlusconi, che non con la scelta opportunistica di dissociarsi da un‘operazione divenuta poco limpida. Nel senso che magari Bossi e i suoi avevano dato il proprio benestare alla nomina di Brancher, sol perché sapevano che la richiesta che questi avrebbe avanzato di avvalersi del “legittimo impedimento” si sarebbe trasformata in un boomerang contro Berlusconi. D’altro canto, è difficile immaginare che Bossi non fosse a conoscenza della vera ragione della promozione del berlusconiano. Non è credibile.

Ancora.

Alcuni emendamenti presentati e poi ritirati dal tremontiano Antonio Azzolini – segnatamente quello destinato a subordinare l’accesso al rapporto di quiescenza al versamento di 40 anni di contributi, e quello finalizzato a tagliare la tredicesima agli agenti delle Forze dell’Ordine – puzzavano di tranello lontano un miglio. A che scopo presentare misure così tanto impopolari, e che per questo mai sarebbero state approvate, se non per danneggiare l’immagine del Premier onde indebolirlo ulteriormente?

Allo stesso modo, le lamentazioni di Roberto Formigoni contro i tagli della Finanziaria hanno tenuto banco su tutti i quotidiani per quindici – e passa – giorni. Ad un certo punto sembrava che il Celeste fosse divenuto il nuovo leader del centrosinistra, per quanto aspramente contestava la manovra economica. Siam sicuri che i suoi rilievi avessero come scopo solo quello di tutelare le ragioni della Lombardia? Anche in questo caso: difficile da credere.

Per questo dico, attenzione e prudenza: se Berlusconi pensa che per tirarsi fuori dall’angolo sia sufficiente rompere con Fini, s’illude.

Molti altri lavorano contro di lui: dentro e fuori il Pdl.

Sta semplicemente finendo un‘epoca: la sua.

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Marcello Pera: “Berlusconi non è Reagan né la Thatcher”

domenica, 27 giugno 2010

Qualche giorno fa ci siamo chiesti: che fine ha fatto la Rivoluzione liberale, promessa, a più riprese, da Berlusconi? E soprattutto: visto che fanno la medesima politica economica, che differenza c’è tra il centrodestra e il centrosinistra?

Qualche risposta l’ha fornita l’ex Presidente del Senato, Marcello Pera:

Il punto di caduta del berlusconismo semmai è la rivoluzione persa per strada. La crisi economica rappresenterebbe un’ultima occasione. Ma si guardi in giro: gli imprenditori dicono che la crisi ormai è superata, quindi tutto può continuare come prima; quanto al governo, oltre che vincolato dalla Lega, è frenato della cultura socialista di suoi ministri influenti. Tremonti vuole tagli non in omaggio ad una filosofia liberale, che chiama con disprezzo “mercatismo”, ma per un dovere da ragioniere: far tornare i nostri conti in Europa, con la quale a voce si protesta per i sacrifici che impone salvo sottovoce sollecitarla perché ce li imponga”.

L’Italia non ha mai conosciuto la rivoluzione liberale e non la vuole (su quest’ultimo punto è doveroso dissentire, nota di Camelot). Tutti vogliono più Stato, più protezioni, più sussidi, più incentivi, e perciò più tasse. La classe politica imprenditoriale e culturale italiana mostra il contrario di ciò che diceva Bobbio: l’Italia è un Paese naturalmente di sinistra, non di destra, anche quando vuol essere governata dalla destra. Fra libertà e uguaglianza o fra autonomia individuale e giustizia sociale, sceglie sempre la seconda. Compreso il mondo cattolico: viva La Pira, abbasso don Sturzo. È dai tempi della Rerum novarum che in Italia, sulle questioni sociali, Gesù Cristo sta con Rousseau e Marx e non con Jefferson”.

Berlusconi non è la Thatcher né Reagan, né ha mai pensato di imitarli. È pacifico, ecumenico e accomodante per indole, vuole piacere a tutti e scontentare nessuno (…). Poi ci sono le attenuanti: che rivoluzione liberale si può fare in un Paese che non ne ha sentito il bisogno neppure quando è stato sull’orlo della Grecia?”.

Berlusconi ha governato sempre in coalizione. I suoi alleati o non sono rivoluzionari, come i reduci della galassia ex-Dc, o non sono liberali, come Fini o come la Lega. Maroni dice che la Lega è un partito leninista. E’ solo una mezza e triste verità. L’altra, ben più triste, è che la Lega è un partito statalista. La sua filosofia sociale è quelle delle quote latte: mungere e spremere. Oppure quella della spesa sociale: proteggere il popolo, come dicono loro, assistendolo con la spesa pubblica. Così, il federalismo leghista sostituisce Roma ladrona con tante capitali regionali succhione. E’ l’Italia di sempre, che andrà avanti come sempre, inutile piangerci su”.

Purtroppo ha ragione.

P.S. Da leggere anche “Tasse di destra?“.

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