Articoli marcati con tag ‘Walter Veltroni’

Alemanno si prepara a stangare i romani

lunedì, 21 giugno 2010

Ho la febbre e sono poco lucido; siate clementi.

Se la differenza tra destra e sinistra si riduce al fatto che la prima vorrebbe infilare un sondino in ogni pertugio del cittadino, e la seconda no, è chiaro che ci si debba aspettare qualunque cosa. Anche la più inverosimile: ad esempio che un sindaco di destra, per rimediare ai danni prodotti dal suo predecessore, si prepari a stuprare fiscalmente i propri concittadini come farebbe un comunista.

Accade a Roma, dove l’ex missino di sinistra Gianni Alemanno – uno che con la destra propriamente detta nulla ha mai avuto a che vedere – s’accinge a varare una maxi-stangata che, c’è da scommettervi, assieme alla pessima politica economica di Tremonti sarà la ragione prima della sconfitta del centrodestra alle Politiche del 2013.

Da premettere che chi oggi guida il Campidoglio ha ricevuto in eredità un debito di 9,5 miliardi di euro (si veda alla voce: Walter Veltroni). Ciò detto, veniamo ai dettagli della manovra.

Essa s’abbatterà con ferocia inusitata su molti ambiti: dal trasporto pubblico agli asili nido; dai rifiuti alle mense scolastiche; dai bar ai ristoranti. Ciascuno di questi settori, per farla breve, sarà colpito da un inasprimento del prelievo fiscale.

Le tariffe per gli asili nido, ad esempio, subiranno un incremento che varia da un minimo del 15,6% ad un massimo del 48%. In soldi significa fino a 150 euro in più a famiglia. Ancora più corposo, poi, l’aumento tariffario per le mense scolastiche: fino al 93,6% in più.

Cambiamo settore, e occupiamoci del canone per l’occupazione del suolo pubblico: esso farà registrare una maggiorazione compresa tra un minimo del 12% e un massimo del 125%.

Ma il colpo di grazia ai romani verrà soprattutto da altro: chiunque utilizzi un mezzo di trasporto pubblico, infatti, dovrà sborsare il 50% in più (il biglietto del bus passerà da 1 euro a 1,50 euro); a meno che non sottoscriva un abbonamento annuale, nel qual caso si limiterà a pagare il 4,7% in più.

La domanda, a questo punto, è una sola: possibile che Alemanno non avesse altra scelta? Possibile, cioè, che non potesse fare “qualcosa di destra”, tipo privatizzare, anziché aumentare le tasse?

Difficile da credere.

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“Veltroni ha pilotato un appalto a Firenze”

giovedì, 18 febbraio 2010

Si parla dell’inchiesta avviata dalla Procura di Firenze, quella che riguarda i “Grandi eventi” e che coinvolge Guido Bertolaso.

Partiamo da questo editoriale non firmato – e, dunque, attribuibile a Ferruccio De Bortoli -, apparso ieri sul Corriere della Sera:

(…) Da giovedì 11 febbraio il Corriere della Sera sta pubblicando queste intercettazioni, che una volta messe agli atti sono da considerarsi di pubblico dominio. E un giornale ha il dovere di render noto quello che gli investigatori hanno raccolto e che il giudice con i suoi atti ha avvalorato (…) .

E in un’indagine di questo tipo c’è il rischio che finiscano coinvolte persone la cui unica colpa è aver parlato al telefono con chi aveva il cellulare sotto controllo. Chiacchiere e fatti. Saranno le sentenze dei giudici, speriamo il più presto possibile, a stabilire quali chiacchiere nascondono fatti e quali fatti sono reati. Anche le chiacchiere, in ogni caso, servono per farsi l’idea di un pezzetto d’Italia che si vorrebbe migliore”.

Le parole di De Bortoli, ovviamente, sono più che condivisibili: un giornale ha sempre il diritto/dovere di informare i propri lettori, anche quando questo implichi la pubblicazione di intercettazioni messe agli atti di un’inchiesta giudiziaria.

Un giornale, però, non dovrebbe manipolare le intercettazioni che pubblica; non dovrebbe scegliere arbitrariamente quali parti di esse divulgare e quali no; non dovrebbe condizionare, attraverso sapienti “censure“ e con metodi fraudolenti, le convinzioni dell’opinione pubblica. E’ scorretto. E’ immorale. E’ da lestofanti.

Se poi, come dice De Bortoli, “anche le chiacchiere, in ogni caso, servono per farsi l’idea di un pezzetto d’Italia che si vorrebbe migliore”, allora non si capisce perché, in riferimento sempre all‘inchiesta di Firenze, il suo quotidiano non abbia pubblicato anche le “chiacchiere” intercettate che coinvolgono pesantemente Walter Veltroni.

Perché ciò non è avvenuto? Perché è un esponente dell’opposizione, e dunque non va “sporcato”? Perché si è in campagna elettorale e si deve attaccare il centrodestra onde indebolirlo a vantaggio del centrosinistra? Perché, in casi come questo, qualcuno è figlio e qualcun altro è figliastro?

De Bortoli, prima di parlare o scrivere un editoriale, forse dovrebbe farsi un esame di coscienza.

Detto questo, veniamo all’oggetto del post.

Dunque, nell’inchiesta avviata dalla Procura di Firenze, e che ha portato all’arresto di alcuni funzionari dello stato, sono finite migliaia di intercettazioni telefoniche. Molte di queste, come si è già detto, coinvolgono esponenti dell’opposizione, a cominciare da Walter Veltroni.

Questi è “accusato”, da alcune persone le cui conversazioni sono state registrate, di aver fatto pressioni sull’allora Sindaco di Firenze Domenici, onde convincerlo ad assegnare l’appalto per la realizzazione dell’Auditorium cittadino ad un proprio uomo.

Leggiamo, allora, queste intercettazioni che coinvolgono l’ex leader del Pd (e che il Corriere della Sera – chissà perché! – non ha pubblicato).

A parlare sono Vincenzo Di Nardo (vicepresidente dell’Ance Toscana e di Confindustria Firenze) e l’architetto Marco Casamonti:

Di Nardo: “Ma questa è una banda armata…io infatti guarda ho sempre votato a sinistra…Non li voto più…ho deciso non vò più a votare. Preferisco incazzarmi col Berlusconi piuttosto essere inculato da Veltroni”.

Casamonti: “Questo, questo era pacifico…purtroppo!”.

Di Nardo: “Il bello è che la gente ben pensante, tutti i miei amici borghesi di sinistra, vedono in Veltroni l’illuminato! L’illuminato una sega, capito, ecco…se questo è il buon dì, ecco è bene che io non li voti più…capito?…io ho finito di votare…a questo punto non mi rompo più coglioni”.

Casamonti (in un‘altra conversazione intercettata): “Io ti devo dire la verità…guarda…io sono di sinistra…lo sono sempre stato…però spero che questa volta pigliano una rintronata…perché non è possibile…”.

Di Nardo: “Io sono di tre generazioni di gente socialista..ho sempre votato a sinistra…ma io stavolta non li voto…a me non m’importa una sega…Preferisco incazzarmi con il governo Berlusconi che essere inculato dal governo Prodi..capito? Io voglio l’onestà…non posso pensare che la cricca di Veltroni…Ti immagini il nuovo Pd…che fanno queste cose così…l’occupazione dei romani…dai!…ma dove siamo!”.

E si arriva alla conversazione clou, quella in cui si parla dell’appalto che sarebbe stato assegnato con l’intervento di Veltroni:

Di Nardo: “Questo è un appalto banditesco… a Venezia è stato uguale, lo stesso film. Punto e basta… c’è un sottobosco romano che è fatto di gente che bazzica i ministeri (…). Qualcosa non torna! Perché quando uno si dà 55 a uno e 28 a noi, non torna nulla (…). Questa è scuola romana, ’sti romani vanno forte… Quello che decideva il bando è Balducci, che è l’ex provveditore alle opere pubbliche di Roma, l’uomo di Rutelli al ministero”.

Ancora Di Nardo: “Io so com’è andata, sono stati tutti pilotati”.

Casamonti: «Eh certo! È Veltroni, quell’architetto è di Veltroni, Desideri, l’impresa è di Veltroni e il sindaco Domenici ha preso gli ordini da Veltroni, è una vergogna, ma che ci vuoi fare?».

Di Nardo: «L’errore è stato pensare alla città di Firenze, non a Roma e ai corrotti».

Casamonti: «… E questi della commissione erano imbarazzati, non sapevano come fare. Veltroni ha chiamato Domenici, Domenici Biagi e Biagi (…) e poi hanno avuto il massimo dei voti su tutto! Ma dài!».

Di Nardo: «Senti Marco. Primo, sono dei banditi. Secondo, sono più bravi. Perché vedi, io ho scelto Arata Isozaki (fra i più celebrati architetti mondiali, ndr) e loro hanno scelto l’architetto di Veltroni, e questa è un’altra cosa. Che cazzo vuol dire Isozaki? Nulla in questo mondo qui… ».

Per ragioni di completezza vanno aggiunte due cose: la prima, è che Veltroni non risulta iscritto nel registro degli indagati; la seconda, è che l’ex Sindaco di Firenze, oggi europarlamentare del Pd, al riguardo ha dichiarato: “In merito a notizie riportate da alcuni giornali relative a presunte interferenze nella gara d’appalto per il nuovo Teatro della Musica di Firenze, è del tutto privo di fondamento che l’onorevole Walter Veltroni abbia esercitato pressioni in qualsiasi forma nei miei confronti per sostenere ditte partecipanti alla suddetta gara d’appalto”.

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C’era una volta un re

venerdì, 4 dicembre 2009

[H. T.: Guia Soncini]



Ci manca

venerdì, 16 ottobre 2009


Ritorna il caravanserraglio

sabato, 18 luglio 2009

Walter Veltroni, intervistato da Andrea Garibaldi:

La piattaforma di Franceschini disegna un partito con l’ambizione di cambiare radicalmente il Paese, diventando il perno dell’Alleanza riformista per l’Italia. Per me, dopo il fallimento dell’Unione, è questa la vocazione maggioritaria del Pd”.

Questo Pd dovrebbe sviluppare innanzitutto il rapporto con la formazione di Vendola, i socialisti di Nencini, i radicali

E Di Pietro? L’Udc? (chiede il giornalista).

La prima fascia di alleati è quella che ho detto. Poi, sulla base dei progetti riformisti, si possono stringere patti con le altre formazioni di opposizione”.

Il che significa volere il ritorno della cara vecchia Unione, con un’alleanza che vada dai comunisti di Vendola ai democristiani di Casini. Tutti assieme appassionatamente.

Ne saranno contenti quegli italiani che rimpiangono il governo Prodi, e i doni ch’esso ha fatto al Paese: più tasse (tre punti di pressione fiscale in più, in due anni), più disoccupati, crescita zero, minori consumi (altre informazioni, qui).

In bocca al lupo.

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Gente che passa di qui

venerdì, 15 maggio 2009

chiave di ricerca veltroni

E lo chiedete a me?



Ma gli elettori del Pd cosa vogliono?

domenica, 22 febbraio 2009

Specchio foto

27 giugno 2007, Walter Veltroni tratteggia l´identità  del suo Pd

“La possibilità  della scelta: questo è il principio da affermare e da far vivere. Questa è la chiave da consegnare all’Italia.

Agli italiani, che devono poter scegliere in modo lineare, pieno e consapevole chi dovrà  governarli per cinque anni. A chi governa, che deve avere gli strumenti necessari per guidare il Paese, per attuare il programma con il quale è stato eletto, per decidere.

Questa è la forza della democrazia, di una “democrazia che decide”. Delega e responsabilità . Equilibrio tra potere di decisione e potere di controllo. Con lo scettro affidato a coloro ai quali spetta in democrazia: i cittadini, il popolo che vota e che dopo cinque anni approverà  o boccerà  l’operato di chi li ha governati.

Ma la crisi del nostro sistema democratico, più volte richiamata dal Presidente Napolitano con l’amore per le istituzioni e il Paese che tutti gli riconoscono, non è solo legata alla legge elettorale.

E’ il sistema istituzionale, che in molti aspetti, deve cambiare. E’ ormai matura, sulla spinta della sollecitazione dell’opinione pubblica e della consapevolezza degli stessi gruppi parlamentari, una profonda riforma della politica.

(…) Perché una legge deve passare, per essere approvata, una o due volte in due rami del Parlamento? Perché il governo non può vedere approvate o respinte le sue proposte di legge in un tempo certo? Perché il Presidente del Consiglio non ha il diritto di proporre lui al Presidente della Repubblica la nomina e la revoca dei ministri? Perché non ridurre, a tutti i livelli, la numerosità  di tutti gli organismi elettivi? Perché, una volta sviluppato tutto il necessario confronto nelle Commissioni, non approvare la legge finanziaria senza lo stillicidio degli emendamenti in Aula?

Non possono passare anni per una decisione. Non possono essere decine di organismi a dare pareri, mettere veti, condizionare scelte. Non ci possono essere decine di istituzioni da cui un cittadino, un imprenditore o un amministratore deve passare prima di vedere realizzato un progetto.

L’Italia è diventata il Paese in cui tutti, a tutti i livelli, hanno il diritto di mettere veti e nessuno ha il diritto di decidere.

Più è lunga e sfilacciata la filiera delle decisioni, più si fa strada il fenomeno, che temo riemergere, della corruzione. Uno Stato semplice, non barocco, è uno Stato moderno. Quello che la storia e la pratica ci consegnano è invece una eredità  confusa e vecchia. Se di fronte ad ogni problema urgente gli amministratori e i cittadini sono costretti a chiedere poteri straordinari, è perché evidentemente quelli ordinari non funzionano.

E torniamo al tema: senza poteri democratici funzionanti, è tutto il sistema che si allenta, si smaglia, apre la strada a poteri illegittimi. Un Paese può perdere la sua democrazia per “eccesso” di decisione, ma può anche perderla per “difetto” di decisione. Gli italiani vogliono che il governo che guida il Paese possa assumere su di sé decisioni e responsabilità , e che e ne risponda. E vogliono sceglierlo. Come in altre democrazie, che funzionano.

(…) Basta. Dobbiamo farla finita con lo scontro feroce e con i veleni, con le polemiche che diventano insulto. Il Paese di tutto questo è stanco, non ne può più. E da tempo non perde occasione per dirlo. Per dire che non vuole una politica avvolta dall’odio, dove l’altro è un nemico, dove i problemi reali finiscono in un angolo o vengono affrontati con soluzioni temporanee.

Voltiamo pagina. Gettiamoci alle spalle un modo di intendere i rapporti tra maggioranza e opposizione che non porta a nulla. A nulla, se non a far male all’Italia.

Voltiamo pagina. La politica può essere diversa. Non c’è niente, tranne la nostra volontà , che impedisca la costruzione di un modo di intendere i rapporti basato sulla civiltà , sul riconoscersi reciprocamente.

Mi è stato più volte dato atto di non aver mai partecipato a questa degenerazione del confronto. In ogni caso continuerò così, anche unilateralmente. Continuerò a pensare che non c’è un titolo di giornale che valga più del rispetto di un avversario. Non una battuta volgare che possa essere accettata come normale da un paese non volgare.

Voltiamo pagina. Facciamo in modo, per la prima volta da quindici anni, che non si formino più schieramenti “contro” qualcuno, ma schieramenti “per” affrontare le grandi sfide dell’Italia moderna.

Che la nostra diventi la società  del rispetto, dell’apertura, del dialogo. Si può essere in disaccordo senza essere nemici. Si può far vivere una politica in cui si ammetta serenamente la possibilità  che l’altra parte possa anche aver ragione. Una politica in cui ci si scontri duramente su programmi e valori, ma capace di convivenza e rispetto istituzionale. Nessuno occupi, mai più, il Parlamento repubblicano sventolando giornali e striscioni (…).

Il Partito democratico che immagino e che spero si rivolge a tutti gli italiani.

L’Italia deve recuperare in pieno, e il Partito democratico anche a questo deve servire, il senso di un’appartenenza comune, il senso profondo di essere una nazione.

Una nazione unita. Un solo popolo. Una sola comunità .

Non ci sono due Italie, c’è un’Italia sola.

Non c’è un “noi” e non ci sono “gli altri”, quando si parla degli italiani.

E non ci può essere “noi” e “gli altri” nemmeno quando si tratta del rapporto tra fede e laicità . La cosa peggiore che il Paese potrebbe avere in sorte è la contrapposizione esasperata tra integralismo religioso e laicismo esasperato. E’ un paradosso insostenibile: il bipolarismo politico e istituzionale deve ancora diventare compiuto mentre a dominare la scena ci sarebbe un dannoso e paralizzante “bipolarismo etico”.

No, non può essere. La risposta è nella sintesi. Nel punto di equilibrio, che è dovere della politica e delle istituzioni cercare, tra il valore pubblico delle scelte religiose delle persone e la laicità  dello Stato. A nessun cittadino che abbia fede, quale essa sia, si chiederà  di lasciare fuori dalla porta della politica il proprio percorso spirituale e i propri valori. Anche i non credenti devono rispettare e tener di conto le opinioni di chi, mosso dalla fede, può portare alimento alla vita pubblica. Al tempo stesso, ognuno è tenuto a rispettare quel che la nostra Costituzione afferma e salvaguarda: la laicità  dello Stato Repubblicano.

Ed è la democrazia stessa a imporre, a chi è legittimamente mosso da considerazioni religiose, di tradurre le sue preoccupazioni in valori universali e in proposte concrete ispirate alla ragionevolezza, e non specifici della sua religione. In una democrazia pluralista non c’è altra scelta.

La politica, come è stato giustamente detto, dipende dalla nostra capacità  di persuaderci vicendevolmente della validità  di obiettivi comuni sulla base di una realtà  comune. E’ qualcosa che vale in particolare per temi come questi, come la tutela della famiglia, come la difesa dei diritti civili di ognuno. A guidarci c’è una Costituzione che indica principi comuni a tutti noi. A guidarci deve essere quel senso della misura, e dell’amore per la coesione della propria comunità , che deve spingere a cercare sempre un punto di incontro virtuoso che non mortifichi i convincimenti degli uni o degli altri.

Unire gli italiani, unire ciò che oggi viene contrapposto: Nord e Sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi.

Per questo nasce il Partito democratico. (…) il partito di chi crede che la crescita economica e l’equa ripartizione della ricchezza non siano obiettivi in conflitto, e che senza l’una non vi potrà  essere l’altra.

Il Partito democratico, il partito dell’innovazione, del cambiamento realistico e radicale, della sfida ai conservatorismi, di destra e di sinistra, che paralizzano il nostro Paese.

(…) ciò di cui l’Italia ha bisogno è un partito del nuovo millennio. Una forza del cambiamento, libera da ideologismi, libera dall’obbligo di apparire, di volta in volta, moderata o estremista per legittimare o cancellare la propria storia. Un partito che non nasce dal nulla, e insieme un partito del tutto nuovo.

L’Italia deve crescere, deve crescere e investire sulla sua competitività, sul talento e sulla creatività  dei suoi ceti produttivi, sull’unicità  della sua bellezza e della sua cultura (…).

Crescere e competere è possibile (…) Penso ad esempio alle medie imprese. Il Paese vive di questo. Sono il cuore dell’Italia che produce, a cominciare dal Nord, anche perché ciascuna di esse porta con sé nella competizione globale un gran numero di micro-imprese. Stanno creando sviluppo, sono una delle carte più alte che abbiamo in mano per raggiungere possibili futuri successi. Vanno sostenute, vanno aiutate a diventare grandi (…).

E’ più di una scelta. Deve essere nella natura del Partito democratico, fare questo. Dobbiamo saperlo: senza crescita, gli obiettivi di una grande forza dell’equità  e delle opportunità  sono destinati a soccombere.

La battaglia da sostenere, diceva Olof Palme, “non è contro la ricchezza, è contro la povertà ”. Ricordiamole sempre, tutte e due le cose.

Superiamo allora gli odi, i rancori e le divisioni che impediscono di guardare con lucidità  alla situazione economica. La ripresa economica non è né di destra né di sinistra: è un bene per tutto il Paese, e tutti abbiamo il dovere di fare ciò che è necessario per prolungarla, rafforzarla, estenderla ai settori e ai territori che ancora non l’hanno agganciata (…).

(…) C’è poi un capitolo, del patto fra le generazioni, che dobbiamo avere il coraggio di non dimenticare. A carico di noi tutti, ormai da vent’anni, pesa un ingente debito pubblico, conseguenza dei conflitti sociali degli anni ‘70 e dell’irresponsabilità  degli anni ‘80. Anche questo, rischiamo di trasferire alle generazioni più giovani e ai nostri figli.

Con l’ingresso nell’euro abbiamo fatto il primo grande passo per permettere al Paese di andare oltre, di proiettarsi verso il futuro. Ma dobbiamo oggi progettare il passo ulteriore. Come spiegheremmo, in caso contrario, una simile inadempienza ai nostri figli?

Una politica finanziaria rigorosa, quindi, non è figlia dell’ideologia, ma della necessità . La necessità  di generare risorse per abbattere gradualmente il debito pubblico (…).

La pressione fiscale. So che l’artigiano, il commerciante, il piccolo imprenditore quando è leale col fisco – e lo sono i più – paga molto, troppo. So che trova insopportabili i costi che deve affrontare per rispondere ai mille adempimenti burocratici che sono la premessa del pagamento delle tasse. So che, ad esasperarlo, è la distanza tra ciò che paga e ciò che riceve in cambio, in termini di infrastrutture, di efficienza della Pubblica Amministrazione, di buon funzionamento del servizio giustizia e sicurezza. E so infine che questo imprenditore si trova spesso di fronte ad un’Amministrazione Finanziaria che chiede a lui puntualità  e precisione per ogni adempimento, ma è tutto meno che puntuale e precisa quando deve ridare al contribuente quei crediti che – specie nel caso dell’Iva – si fanno invece attendere per anni.

Non è con gli odi di classe che si sconfigge l’evasione. E’, al contrario, attraverso il convincimento e l’adesione ad un comune progetto per la società . E’ attraverso la semplificazione del sistema tributario e dei suoi adempimenti. E’ con la trasformazione dell’amministrazione fiscale in soggetto che offre un servizio ai cittadini e alle imprese utilizzando condizioni il più possibile amichevoli e poco invadenti.

(…) L’evasione è il cancro che corrode il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato: se il livello della pressione fiscale italiana è ormai paragonabile a quello dei grandi paesi dell’Europa continentale, il più elevato livello di evasione ci dice che – sui contribuenti onesti e leali – siamo giunti a un carico elevatissimo, da record europeo. Il rischio è che si precipiti in un circolo vizioso: le innovazioni legislative funzionali alla lotta all’evasione mettono nuovi compiti burocratici e nuovi costi a carico dei contribuenti che già  pagano; altre innovazioni legislative innalzano le aliquote o allargano le basi imponibili, mentre quelli che evadono tutto o quasi restano al riparo dalle une e dalle altre.

Mi chiedo se non si debba lavorare a un profondo ripensamento di tutto questo, per entrare in una spirale virtuosa: man mano che lo Stato abbassa le aliquote e semplifica gli adempimenti, i contribuenti accrescono il livello di fedeltà  delle loro dichiarazioni, e la loro recuperata fiducia nello Stato crea quel clima di condanna sociale dell’evasione che oggi manca.

(…) Pagare meno, pagare tutti: in questi lunghi anni che ci stanno alle spalle, questo indirizzo è stato interpretato nel senso che solo quando tutti avranno preso a pagare tutto, secondo le aliquote elevate oggi in vigore, solo allora si potrà  far pagare meno, cioè ridurre le aliquote, ottenendo un gettito pari. Mi pare di poter dire che i risultati delle diverse stagioni politiche non depongono a favore di questa strategia (…).

4) La sicurezza. Cominciamo con l’essere chiari: nessuno scrolli le spalle o definisca razzista un padre che si preoccupa di una figlia in un quartiere che non riconosce più. La sicurezza è un diritto fondamentale che non ha colore politico, che non è né di destra né di sinistra. Chi governa ha il dovere di fare di tutto per garantirla.

Avendo ben presente il presupposto: integrazione e legalità , multiculturalità  e sicurezza, vivono insieme. Insieme stanno. Insieme cadono. Chi viene da lontano per scappare dalla fame e dalla guerra non può che essere almeno accolto da un Occidente egoista e avido. Ma per chi ruba ai cittadini quel bene prezioso che è la serenità  c’è solo una risposta, ed è la severità  e la fermezza con cui pretendere che rispetti la legge e che paghi il giusto prezzo quando questo non accade, quale che sia la sua nazionalità . Chi viene qui per fare male agli altri o per sfruttare donne o bambini deve essere assicurato alla giustizia, senza se e senza ma.

(…) Le politiche sociali, i processi di inclusione, sono importanti, lo sappiamo bene. Ma insieme, e siamo noi a poter coniugare le due esigenze, dobbiamo pensare ad un modo nuovo di assicurare e aumentare la presenza dello Stato sul territorio. C’è un problema di efficacia e c’è un problema di rassicurazione, perché ci sono i reati che tolgono la sicurezza reale e c’è la percezione dell’insicurezza. Anche questa merita risposte.

Più gente per strada, di questo c’è bisogno. Pensiamo solo a quale salto nei livelli di tutela della sicurezza delle persone e delle imprese si otterrebbe se tutto il personale che veste una divisa delle forze dell’ordine venisse liberato, tramite un processo di mobilità , dalle attività  amministrative per essere impiegato a presidio del territorio, laddove i cittadini onesti – e anche i delinquenti – possano “sentirne” la presenza fisica (…)”.

Giusto un breve commento.

Veltroni non è stato costretto a dimettersi solo a causa delle congiure interne al Pd. Veltroni è stato costretto a dimettersi perché chi lo ha votato – gli elettori di sinistra, in primisha dimostrato di non essere all´altezza del progetto da lui proposto.

Walter, pur stando all’opposizione, le cose summenzionate ha provato a farle. Fin quando non si è reso conto che, comportandosi in maniera seria e responsabile – nonché conforme a quanto promesso in campagna elettorale -, il suo partito perdeva voti – nei sondaggi – a beneficio di Di Pietro.

Ecco perché un esame di coscienza dovrebbe farselo innanzitutto l’elettorato di sinistra. Forse vive ancora nell´800. Forse ha votato per il Pd senza averne mai nemmeno letto il programma (di sicuro senza aver mai ascoltato o letto il discorso riportato in questo post).

Insomma: se il Pd oggi è allo sbando, è anche colpa dei suoi elettori.

Sono loro ad aver tradito il partito; non viceversa.

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La fine del Pd e dell’Italia bipartitica (?)

mercoledì, 18 febbraio 2009

Walter Veltroni foto

Tutto crolla, tutto si sgretola, e motivi per essere allegri, non ve ne sono. Almeno io, non ne vedo. Ed anzi.Con le dimissioni di Veltroni si chiude una stagione politica, una fase assai rilevante per il nostro paese. Forse addirittura un´Era: quella in cui il bipartitismo, sembrava a portata di mano. Non più utopia, non più chimera: ma solida e vivida realtà .

Il gesto dell´ormai ex leader del Pd, invece, riporta indietro le lancette della politica. Apre scenari che definire inquietanti, è dire poco.

La caduta di Walter, infatti, trascina seco le sorti del Pd: un “amalgama mal riuscito“, non v´è dubbio; ma pur sempre il più interessante e coraggioso esperimento politico, che la sinistra italiana abbia posto in essere da sempre. Una “creatura” che meriterebbe ancora cure, attenzioni ed impegno. Ma che dopo Walter, c´è da scommettervi, sarà  abbandonata a se stessa, e lasciata morire.

Il Pd, infatti, è Veltroni, e senza Veltroni non può sopravvivere; è un´idea, una sfida, un progetto disegnati ad immagine e somiglianza di Walter (nel bene come nel male). Se viene meno lui, che meglio di chiunque altro – almeno ora -° può garantire l´equilibrio tra le diverse anime e le diverse sensibilità  presenti nel partito, la casa comune, pian pianino, andrà  in frantumi. E la politica tutta, gradualmente, ripiomberà  nelle paludi del ‘900 e della Seconda Repubblica (quando, invece, sembrava affacciarsi la Terza).

Non più il tentativo di conciliare istanze sociali – solidarietà  – e mercato; non più il tentativo di costruire “il partito di tutti i lavoratori” – operai, impiegati, professionisti ed imprenditori -, senza distinzione di censo, e soprattutto superando la logica venefica della lotta di classe; non più blairismo, ancoraggio alla realtà , e superamento di steccati ideologici e pregiudizi. In poche parole: non più una sinistra moderna, capace di affrontare le sfide dei tempi, aggiornando lessico e proposte, per portare a termine la propria missione. Ma un tragico salto all´indietro, verso un socialismo che potrà  avere anche il sapore del massimalismo (per effetto della sinergia con i partiti comunisti). Questo, il futuro del Pd dopo Walter. Questo, il progetto caldeggiato da Bersani e D´Alema. Questa, la ragione per cui ampi settori dell´ex Margherita sono pronti ad abbandonare la nave, per intraprendere nuovi percorsi politici. Questo, soprattutto, il motivo per cui il Pd verrà  fatto morire in culla.

E di ciò bisognerebbe essere contenti? Bisognerebbe rallegrarsi della fine tragica di un´esperienza politica, sapendo che la stessa potrebbe avere effetti negativi anche sul centrodestra, perché potrebbe indurre gli esponenti dello schieramento liberal-conservatore, a considerare inutile – e addirittura troppo onerosa – la nascita di un soggetto unitario, il cosiddetto Popolo della Libertà , in mancanza di un analogo progetto a sinistra?

Francamente faccio fatica a trovare motivi di giubilo, in tutto ciò.

Non solo.

Il Paese ha un bisogno immenso di riforme costituzionali, che rendano più celeri le scelte del governo (di qualunque governo), più rapido il processo legislativo. Tutto questo, può essere garantito da alcune modifiche della Carta. Modifiche che, però, richiedono una maggioranza qualificata, una maggioranza dei 2/3 dei rappresentanti in Parlamento. E soprattutto: un´idea comune e condivisa di Paese.

Il Pd veltroniano e il Pdl, questa idea comune e condivisa di Paese, bene o male, l´avevano: l´introduzione del premierato forte; una legge maggioritaria a turno unico o à  la francese; una riforma dei regolamenti parlamentari capace di garantire, in egual misura, corsie preferenziali ai progetti di legge governativi, e maggiori poteri all´opposizione, con l´istituzionalizzazione della figura del “Capo dell´opposizione”, e con il riconoscimento formale del “Governo ombra”.

Dopo Veltroni, l´idea comune e condivisa di Paese (e delle riforme istituzionali necessarie a modernizzarlo), verrà  a mancare.

D’Alema (e, quindi, Bersani) vuole un´Italia pluripartitica. Per questo caldeggia l´introduzione di un sistema elettorale proporzionale, con soglia di sbarramento al 5%; inoltre, è fortemente contrario alla elezione – o designazione – popolare del Capo del Governo (il Sindaco d´Italia); vuole il Cancellierato alla tedesca, perché vuole che la coalizione di governo venga decisa dal Parlamento – cioè dai partiti – dopo le elezioni, e non dai cittadini. Insomma: ha un´idea opposta – a quella del Pdl – su come riformare l´Italia.

Dunque dopo Veltroni, il dialogo sulle riforme sarà  accantonato sine die: per divergenza assoluta di vedute.

Anche di questo, bisognerebbe gioire? Bisognerebbe rallegrarsi del fatto che questo cacchio di Paese rimarrà  eguale a se stesso, con tutte le sue inefficienze e lentezze, per l´eternità ?

A me non viene proprio da sorridere, se penso a questo scenario. Non sono nato così tanto coglione.

Certo, a questo punto, qualcuno si starà  chiedendo: “Ma caro Camelot, pensi che Veltroni non abbia fatto errori, che la sua segreteria sia stata sempre contrassegnata dalla volontà  di dialogo, e soprattutto: pensi che Veltroni abbia fatto una opposizione utile, alla sinistra e al Paese”?

Assolutamente no. Veltroni ha fatto un marea di errori, e di ogni tipo.

Ha dimostrato di non avere carattere e determinazione. Si è mostrato debole e ondivago, incline ad assecondare – troppo spesso – le mai sopite pulsioni antiberlusconiane ed antidemocratiche del proprio elettorato, con ciò smentendo le promesse che aveva fatto in campagna elettorale: “Mai più antiberlusconismo“. In 8 mesi di legislatura non ha praticamente mai fatto un´opposizione “anglosassone” e costruttiva: il governo accoglieva gli emendamenti avanzati dal Pd, e il Pd che faceva? Votava contro i propri emendamenti, pur di votare contro le proposte di legge del governo.

Inoltre, in questo scorcio di legislatura dai banchi del Partito democratico non è mai arrivata una proposta al governo, che fosse una, seria e credibile; o uno stimolo. Solo insulti, e solo continue affermazioni di “inadeguatezza“, rispetto ai problemi del Paese; accompagnati, purtroppo assai spesso, da menzogne. E questo, nonostante gli italiani mai abbiano smesso di esprimere chiari segnali di gradimento (e non solo nei sondaggi), nei confronti dell´esecutivo in carica.

Ma questa condotta, però, non può essere imputata solo alla fragilità  caratteriale di Veltroni. Sarebbe intellettualmente disonesto.

Vivere, come a lui è capitato, circondato da veri e propri nemici – all´interno del partito (D´Alema), e nella coalizione (Di Pietro) -, avrebbe portato allo sbando chiunque si fosse trovato al suo posto.

Come puoi fare un´opposizione costruttiva e credibile, quando il tuo alleato (Di Pietro) accusa Berlusconi di essere Hitler, e con ciò facendo fa apparire te una mammoletta succube del Caimano?

Come puoi fare un´opposizione seria, costruttiva e credibile, quando il tuo alleato urla e sbraita, incita all´odio, e questo facendo ottiene il plauso finanche dei tuoi elettori?

Come puoi fare un´opposizione seria, credibile e utile al Paese, quando i tuoi colleghi di partito (D´Alema, La Torre, Parisi e chi più ne ha più ne metta), da sera a mane non fanno altro che delegittimarti, parlando male di te, e provando in qualsiasi maniera a sodomizzarti e a defenestrarti?

Nemmeno Superman sarebbe sopravvissuto a tutto ciò.

Certo, Di Pietro lo ha scelto Veltroni, come alleato. E questo è stato il suo più grande errore. Che ha pagato per intero.

Ma D´Alema, Parisi, La Torre, Bindy, Marini, Rutelli e compagnia cantando, chi cacchio li ha scelti?

Con le dimissioni di Veltroni, in conclusione, si chiude un capitolo della storia politica italiana.

Il centrosinistra tornerà  ad imbarcare cani e porci, dai comunisti ai Verdi, riproponendo agli italiani il solito inaffidabile caravanserraglio.

E al centrodestra, per continuare a vincere, basterà  assai poco: gli sarà  sufficiente mostrarsi moderatamente riformatore, moderatamente disponibile a ridurre la pressione fiscale, moderatamente incline alla modernizzazione del Paese.

E di ciò bisognerebbe gioire?

Se volete, votate Ok.

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Caro Walter, che mi dici della Tangente Enimont?

mercoledì, 1 ottobre 2008

Walter Veltroni strepitosa foto

“Caro Walter, accolgo l’invito che ci aveva rivolto Paolo Flores d’Arcais, per aggiungere un post scriptum di “aggiornamento” al nostro dialogo. Come ti avevo accennato, negli ultimi giorni sono venuto a conoscenza di particolari inquietanti e, a questo punto, inequivocabili che confermano ciò che andavo sostenendo da tempo: che, cioè soggetti vicini ai vertici del tuo partito hanno partecipato attivamente a spargere veleni contro di me, con la conseguenza volontaria o no – di delegittimare, e quindi bloccare l’inchiesta di Mani Pulite proprio mentre stava raggiungendo il Potere a livelli vertiginosi”.

“Mi riferisco ai retroscena della pubblicazione del famigerato dossier comparso sul Sabato, il settimanale di Comunione e Liberazione, nell’estate del 1993. In quel periodo, ricordo, Primo Greganti era appena uscito dal carcere e il pool di Milano si stava occupando della maxitangente Enimont, di cui un bel pezzo (il famoso miliardo di Gardini) finì a una misteriosa entità  di Botteghe Oscure. Proprio allora uscì il dossier (…). Chi abbia materialmente raccolto e incollato insieme quegli elementi non l’ho ancora scoperto. Ma a questo punto ha poca importanza. Quello che finalmente ora so, dalle testimonianze dirette di due protagonisti di primo piano di quella vicenda, è come quel pacchetto già  confezionato e infiocchettato arrivò alla redazione del Sabato“.

E chi ne pretese la pubblicazione e perché. Me l’hanno rivelato, proprio in questi ultimi giorni, due personaggi del calibro di don Giacomo Tantardini e Marco Bucarelli, leader incontrastati – allora e oggi – di Comunione e Liberazione a Roma”

“Uno scoop che sia Tantardini che Bucarelli escludono sia stato realizzato dalla redazione del settimanale, o comunque con l’intevento del giornale (…). Durante un nuovo incontro, Marchini fa chiaramente intendere a don Giacomo che è D’Alema che pretende la pubblicazione del dossier. D’Alema gli avrebbe dato un imput ben preciso, se non si pubblica il dossier viene meno l’interesse politico all’operazione”.

“(…) Il racconto di Bucarelli e Tantardini, caro Walter finisce qui. La morale te la risparmio. Ma mi piacerebbe tanto sapere cosa successe dalle tue parti in quel periodo e soprattuto che fine ha fatto quel miliardo portato da Raoul Gardini a Botteghe Oscure. Come sai, noi magistrati non potemmo più andare avanti a causa della sentenza di prescrizione nel frattempo intervenuta, e perché nessuno a Botteghe Oscure ricorda a quale piano salì e a quale porta bussò, quel giorno Gardini“.

Con immutato affetto (almeno nei tuoi confronti)

Antonio Di Pietro.

Se volete, votate Ok.

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Il problema non è Veltroni, ma l’elettorato di sinistra

lunedì, 29 settembre 2008

Specchio foto

La politica è un mercato, come qualunque altro. Un mercato in cui ci sono soggetti che formulano un´offerta, perché convinti ch´essa possa soddisfare una domanda. 

Come in qualunque altro mercato, inoltre, anche in politica non si offre ciò che si congettura nessuno mai domanderà .

Se, infatti, un politico formulasse un´offerta che a nessuno piace, che non trova un riscontro nella domanda: il politico in questione fallirebbe, non raccoglierebbe consensi.

Il fatto, quindi, che Veltroni formuli analisi grossolane e pacchiane, sostenendo che con Berlusconi al governo, il nostro Paese stia scivolando gradualmente verso una forma di regime antidemocratico e illiberale, deve indurre ad una riflessione complessa.

Se, infatti, ci si limitasse a dire: “Veltroni sta raschiando il fondo del barile. E´ un disperato, non sa più cosa inventarsi per rimanere in vita politicamente”, non comprenderemmo appieno il perché della sua “mossa”. Né riusciremmo a comprendere come mai Di Pietro, ripetendo lo stesso genere di cose – “c´è un regime soft, in Italia” – da 5 mesi a questa parte, veda costantemente crescere i “consensi virtuali” a lui indirizzati.

L´uno e l´altro, evidentemente, sanno che proporre un certo tipo di argomenti, è proficuo in termini di consensi. L´uno e l´altro, evidentemente, sanno che un´offerta del genere va formulata, perché c´è una domanda assai vasta (una moltitudine di persone), che questo genere di “merce” chiede di consumare.

Allora, forse, il quesito che noi tutti dovremmo porci, è il seguente: come mai esistono a sinistra, così tante persone che vogliono Berlusconi venga rappresentato come un dittatore? Come mai esistono a sinistra, così tanti soggetti cui interessa solo una campagna d´odio contro il capo del governo? Come mai a sinistra, esiste un elettorato assai vasto, che domanda alla propria parte politica, solo di alimentare pregiudizi e una costante “guerra civile” contro quelli dell’altra parte? Come mai a sinistra, l´elettorato è fatto in buona parte di persone, cui l´interesse della Nazione non sta a cuore, e che hanno come unico auspicio, quello di lottare contro “Il Nemico”?

Fino a quando non avremo risposto a questa domanda, o a questa pluralità  di domande, non riusciremo – probabilmente – ad inquadrare appieno ciò che in queste ore, a sinistra, si sta verificando.

Lo vogliamo dire o no, che l´elettorato di sinistra formula precise richieste, per cui chiede alla propria parte politica, di farsi promotrice – come sempre – di una “guerra civile” contro “Il Nemico”?

Lo vogliamo dire o no, che l´elettorato di sinistra ha bisogno per vivere – o per sopravvivere – di un Nemico contro cui combattere?

Lo vogliamo dire o no, che l´elettorato di sinistra, nonostante le infinite – e probabilmente fasulle – “svolte” politiche, rimane intimamente comunista?

Lo vogliamo dire o no, che anche i cittadini comuni, sono responsabili di quello che avviene in una nazione, e non solo i politici?

Ecco, fin quando non avremo rovesciato la piramide delle causalità , forse non saremo in grado di capire appieno certe dinamiche, e di raccontarci tutta la verità .

Veltroni e Di Pietro formulano analisi da “popolino”, perché c´è un “popolino” assai vasto a sinistra, che desidera ardentemente quel tipo di analisi.

Certo, queste cose i politici di destra o i giornalisti di ogni parte politica, mai potranno dirle: non solo perché farlo, sarebbe politicamente scorretto. Ma anche perché quel popolino consuma, domanda, compra e vota. E quindi è sacro.

Ma fin quando ci limiteremo ad accusare i leader politici e non anche i loro elettori, continueremo a guardare il dito anziché la luna.

Contenti voi!

Se volete, votate Ok.

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