L´Unione studia il modello danese per applicarlo in Italia: più si licenzia e più si riassume

Allora, stamane abbiamo letto un articolo sul Corriere della Sera, e abbiamo deciso di riproporvelo per intero. La ragione di ciò risiede nel fatto che in esso si analizza il tentativo da parte degli “studiosi” del centrosinistra nostrano, di individuare modelli economici di riferimento, da adottare nel nostro paese per governarne l´economia, in caso di vittoria dell‘Unione nel 2006.
Perché è interessante tutto ciò? Perché per anni, i politici del centrosinistra, vi hanno raccontato che le politiche berlusconiane sono politiche da macelleria sociale, politiche iperliberiste, che affamano i poveri e favoriscono i ricchi.
Tutte balle! Le politiche di questo genere aiutano i più poveri senza danneggiare i più ricchi!
Ma al di là  degli slogan, la cosa seria è questa: amici sinistri, dimenticatevi che si possa governare l´economia nostrana con politiche “socialiste”. Le uniche politiche possibili, in regime di moneta unica, sono politiche liberiste, soprattutto in materia di lavoro. Cioè politiche di destra, che in Italia, come ebbe a dire Giovanni Agnelli avendo a fianco D´Alema: “possono essere fatte solo dalla Sinistra, perché capace di tenere sotto controllo il Sindacato”.
Quindi, preparatevi al peggio, in caso di vittoria dell´Unione. E per intanto, leggetevi l´articolo di seguito, pubblicato sul Corriere della Sera, a firma Enrico Marro. Buona lettura.

“Immaginate di poter essere licenziati con un preavviso di appena 5 giorni, ma che questo non vi precipiti in un dramma esistenziale. Nel senso che da subito riceverete un´indennità  di disoccupazione fra il 70% e il 90% della retribuzione (sulla quale, se necessario, potrete contare per quattro anni) e che, entro tre mesi, l´ufficio pubblico del lavoro preparerà  un job plan su misura per voi, cioè un piano di reimpiego che, al massimo entro un anno dal licenziamento, dovrà  cominciare a produrre offerte di occupazione o di formazione volte a farvi ottenere non solo un nuovo lavoro ma un buon lavoro, possibilmente migliore del precedente.
Un sistema insomma dove, secondo i suoi sostenitori, la flessibilità  richiesta dalle aziende per migliorare la competitività  si coniuga con la sicurezza del lavoratore che lo Stato sociale aiuterà , ma non tanto per assisterlo in un momento di bisogno quanto per trasformare la perdita del posto in un´occasione per migliorare la sua condizione. Questa ricetta si chiama flexicurity e il Paese di riferimento è la Danimarca. Tra le priorità  che Francesco Giavazzi sul Corriere ha chiesto di indicare all´Unione, la flexicuirity è una di quelle allo studio, sotto impulso del leader Romano Prodi.
Per il centrosinistra è la soluzione ai problemi del mercato del lavoro italiano, dove i lavoratori lamentano una crescente precarizzazione e le imprese vorrebbero meno vincoli sui licenziamenti (visto che le modifiche all´articolo 18 sono rimaste sulla carta).
L´obiettivo è una situazione alla danese, dove lavora l´80% delle persone, senza una grande differenza tra uomini e donne, un occupato su quattro cambia attività  ogni anno e “di norma per passare a qualifiche e a guadagni più interessanti”, dice Paolo Borioni, esperto di sistemi scandinavi dell´Istituto Gramsci, che sta per dare alle stampe un saggio sul welfare danese e svedese insieme a Tiziano Treu (Margherita) e Cesare Damiano (Ds), frutto del viaggio-studio che il ricercatore e i responsabili Lavoro dei due partiti hanno compiuto alla scoperta dell´ultima frontiera dello Stato sociale. Che non è più sinonimo di assistenzialismo, assicura Borioni, ma è stato riveduto e corretto per renderlo utile alla competitività .
I teorici della ricetta danese puntano ovviamente sulle similitudini tra l´Italia e un Paese così lontano: “Anche il tessuto produttivo della Danimarca è fatto di piccole e medie imprese particolarmente esposte alla concorrenza”, sottolinea Borioni. Ma oggi la sua performance è superiore alla media europea: forte crescita, alta occupazione, buona presenza nelle produzioni innovative. Tanto che in un convegno a Roma l´americano Joseph Stiglitz, premo Nobel per l´economia, ha indicato proprio la Danimarca come esempio da contrapporre agli Stati Uniti, “paese ricco di gente povera”. E il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, ha convenuto.
E´ curioso, però, che mentre Copenaghen diventa il faro della sinistra internazionale, nella capitale danese il welfare sia oggetto di un vivace dibattito politico. Come testimonia la lettera, pubblicata ieri dal Financial Times, dell´ex premier Poul Nyrup Rasmussen, socialdemocratico e artefice delle riforme degli anni ‘90, critico verso l´attuale primo ministro, il liberale Anders Fogh Rasmussen, che vorrebbe tagliare le tasse per dare una spinta all´economia e che invece, secondo il Rasmussen di sinistra, finirebbe solo per mandare in rovina l´invidiato welfare danese.
Certo è che, come riconoscono gli stessi studiosi, ci sono quattro differenze strutturali tra Italia e Danimarca che rendono il percorso verso la flexicurity perlomeno complesso.
1) Le dimensioni demografiche (57 milioni di italiani contro 5,3 milioni di danesi). 2) La situazione della finanza pubblica: è facile tenere alte le tasse e finanziare prestazioni sociali e investimenti in ricerca se non si deve pensare al risanamento. 3) L´alto livello medio d´istruzione che facilita il reimpiego dei lavoratori in Danimarca. 4) Le politiche per la casa e per le lavoratrici madri.
Senza contare un altro fattore, storico-culturale, altrettanto decisivo. “Quello che ci più ci ha colpito nel viaggio in Danimarca – racconta Borioni – è il clima di cooperazione che pervade tutto il sistema. Gli uffici del lavoro sono cogestiti da autorità  pubbliche, sindacati e imprese. Alla base di tutto c´è quella che gli studiosi scandinavi chiamano l´economia negoziata”.
Le parti sociali cogestiscono gli interventi per i disoccupati e questo fa sì che l´80% dei lavoratori sia iscritto al sindacato. Insomma il contrario del modello conflittuale che ancora prevale in Italia. Ecco perché, conclude Borioni, “da noi ci vorrà  molta gradualità  per introdurre la ricetta danese, ma l´importante è cominciare, perché l´alternativa è la competizione sui costi. E allora addio welfare”.

Tutto il virgolettato è stato preso da un articolo pubblicato il 29/11/05 sul Corriere della Sera, a firma Enrico Marro.

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