Democratici e Liberali non ci si improvvisa

Nella mia ex casa, si dibatte di cose interessanti. Che però sono anche cose che dovrebbero essere “assodate”, se ci si definisce “democratici” e “liberali”.

Tuttavia, se c´è bisogno di parlarne (e fate bene a farlo), vuol dire che la “logica” dell´”imbarchiamo chiunque sia contrario alla sinistra”, fa un po´ di acqua da troppe parti (e altrimenti io che sarei uscito a fare?). E forse, e dico forse, si dovrebbe “scremare” un po´. Stilare un “Manifesto” nel quale si chiede agli aderenti, quanto meno di essere “democratici” e “liberali”. E chi non lo è: fuori!

Ma veniamo a segnalare gli argomenti di cui si dibatte.
In primo luogo vi segnalo il post di
Daw che chiede ai Cittadini: “L´omosessualità  è una malattia, sì o no?”.
E ovviamente Daw, essendo un galantuomo e un liberale autentico, pone questa domanda retorica, al solo scopo di “stanare” quelli che hanno “attitudini” non propriamente democratiche.

Un altro post che voglio segnalarvi è di Calamity Jane, e ve lo riporto per intero perché mi piace molto.

Assassine e culattoni a chi? (esercizi spirituali di calma nirvanica)

Vorrei dire due parole; vorrei dirle prescindendo dalle manifestazioni piazzaiole, dalle dichiarazioni esagitate e offensive, e anche da qualche post letto su blog che frequento, ma che stavolta mi sono sembrati di dubbio gusto.
Vorrei, ma non sono certa di riuscirci: per scrivere qualcosa di davvero equilibrato dovrei forse prescindere da me stessa, dalla mia identità  intera, e sospendere quindi l’esercizio che sempre mi riesce piuttosto naturale di scavalcare la mia persona per fare affidamento sulla mia ragione. Sto parlando di famiglia e di concepimento: ignorare di essere una donna eterosessuale, in questo caso, è piuttosto difficile, più che in ogni altro.
E insomma, ci provo tutto d’un fiato:
– Sono a favore della conservazione e dell’applicazione della legge 194. Credo che la possibilità  di abortire senza essere condannate debba essere preservata e garantita dalla legge di uno Stato civile. Non mi soffermerò a commentare le polemiche recenti, di cui parla invece un
ottimo post.
Credo che chiamare assassine le donne che abortiscano sia molto grave, tremendamente superficiale e assai poco ragionevole, specialmente se detto da chi non vive una gravidanza indesiderata – per qualsivoglia motivo, si badi – nel suo seno. Le parole di Eugenia Roccella in merito sono spesso state illuminanti.
Sposo integralmente le parole di
Gianmario (e prima di lui dell’Elefantino) quando dice che vorrebbe l’aborto legale, libero, e raro – anzi rarissimo; ma, di nuovo, credo altrettanto fermamente che auspicare una società  libera da aborti sia cosa diversa dal deciderlo per legge. Dietro una decisione del genere, mi sembra, ci sta un’idea di mondo ideale – in cui ognuno si comporta in corrispondenza al nostro concetto migliore di uomo; ideale, sì, ma francamente non sono certa possa ancora dirsi liberale.
– Sono a favore dell’istituzione di un contratto di diritto pubblico per formalizzare di fronte allo Stato e alla società  la situazione di coppie di fatto, di qualsiasi orientamento sessuale. Chiamiamolo come vi pare. Che il pretesto della convivenza tra anziani o tra studenti universitari sia, appunto, solo un pretesto per legittimare i diritti civili delle coppie omosessuali non mi interessa; ben venga questo tipo di patto, se può servire a migliorare le condizioni di vita anche per altri cittadini, senza togliere niente al resto della società . Non sto parlando di “matrimoni gay”, dei quali, al contrario, non comprendo la necessità , che mi sembra – stavolta sì – dettata piuttosto da un desiderio di equiparazione mai raggiungibile.
Non credo che bastino contratti di diritto privato, le cui complicazioni ledono di fatto i diritti che in teoria basterebbero a garantire. E: no, non mi sento preda di alcuna particolare “deriva” nell’appoggiare un’idea del genere: non mi dà  alcun fastidio che a sostenerla siano anche parti politiche dell'”altra sponda”, perché non ho bisogno di tronfi proclami o delicati sofismi per distinguermi comunque da loro. E allo stesso tempo, trovo che dare dei culattoni e dei froci resti il pessimo retaggio di una sottocultura da caserma, nel peggiore dei sensi.
Concludo su questo. Le parole sono tutto ciò che abbiamo, come diceva Ivy Compton Burnett: imparare a usarle è un po’ imparare a vivere.
Fine degli esercizi spirituali: speriamo che un po’ di neuroni si rimettano in moto, e che questo mi eviti in futuro di leggere certe cazzate.

Calamity Jane

° 

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