I poveri sono diminuiti e il reddito reale dei lavoratori è aumentato. I falsi miti sulla povertà  in Italia

Riportiamo un articolo del Professore Roberto Perotti (del gruppo degli economisti liberali di Francesco Giavazzi), apparso in prima pagina sul Sole24Ore del 30 marzo, e contenuto nella rassegna stampa di Radicali.it:

«In Italia lo spettro della povertà  si allarga. I ceti medi sono costretti, per la prima volta dopo decenni, a difendersi dal pericolo di un’incalzante proletarizzazione» (Eurispes, Rapporto Italia 2004). La povertà  è un problema reale e drammatico, ma con simili assurdità  non si contribuisce a capirne le cause e a risolverla. Per iniziare bisogna sgombrare il campo da quattro miti che circolano insistentemente in questi tempi.

1. Il ceto medio si è impoverito. Qualsiasi definizione si voglia utilizzare di ceto medio, i dati ci dicono che il suo reddito reale (cioè, al netto dell’inflazione) è aumentato negli ultimi anni.

Alcuni centri di ricerca e certe inchieste giornalistiche hanno accreditato l’idea che il costo della vita sia aumentato del 30% in due anni, ben oltre le stime ufficiali, e che il benessere sia sceso nella stessa misura.

Se fosse vero, la caduta del tenore di vita in Italia sarebbe stata doppia di quella causata dalla devastante crisi argentina del 2001 e superiore a quella della grande depressione americana! E´ dunque totalmente fuorviante parlare di un ceto medio «sempre più schiacciato verso modelli sociali da Terzo Mondo», come fanno Massimo Gaggi ed Edoardo Narduzzi nel libro La fine del ceto medio. Per avere un’idea delle grandezze, il reddito medio italiano è pari a 4 volte quello dell’America latina e a 46 volte quello indiano. Nessuno vuole disconoscere le difficoltà  della «generazione mille euro», ma essa gode comunque di un reddito superiore a quello medio ungherese.

2. La povertà  è salita negli ultimi anni. La povertà  relativa, cioè la percentuale di famiglie che hanno un reddito inferiore a quello medio nazionale, è aumentata nella recessione del 1992-93 e da allora è rimasta stabile, con un piccolissimo aumento nel 2004, normale in tempi di rallentamento ciclico. Per misurare un eventuale impoverimento è più rilevante la povertà  assoluta, cioè la percentuale di famiglie che non possono permettersi un dato paniere di beni, costante nel tempo. Questa è in costante calo dal 1993. E´ certamente vero che tutti i redditi sono aumentati meno che negli anni 80, perché l’economia ristagna da lungo tempo. Come sempre, particolari categorie di persone in alcune città  possono aver subito una riduzione del proprio tenore di vita.

Ma in media i redditi del ceto medio e dei meno abbienti non sono diminuiti.

Perciò quando il programma dell’Unione scrive che «in questi anni si è realizzato un drammatico impoverimento nel potere d’acquisto dei redditi medio-bassi» fa un’affermazione molto discutibile. In particolare. l’aggettivo »drarnmatico» è infondato.

3. Le retribuzioni reali dei lavoratori sono diminuite.

Negli ultimi dieci anni la retribuzione media dei lavoratori dipendenti è cresciuta in termini reali; l’aumento è stato ben superiore a quello della produttività  del lavoro, il che spiega perché le imprese italiane abbiano perso competitività . Ciò è vero anche nel periodo 2000-2005.

Tra i lavoratori dipendenti, è leggermente diminuito il salario mensile reale degli operai delle grandi imprese, perché sono molto diminuite le ore lavorate.

4. L’Italia è diventata il Paese delle rendite. Questo mito si basa sul presunto declino della quota da lavoro dipendente sul reddito nazionale, dal quale si conclude che automaticamente ne hanno beneficiato le rendite. Questa posizione contiene due errori.
Come ha ricordato Luca Paolazzi su queste pagine, in realtà  la quota del reddito da lavoro dipendente è salita negli ultimi dieci anni, dopo essere scesa nei primi anni 90. Sempre su queste pagine Luigi Zingales ci ha ricordato che non tutti i redditi diversi dal lavoro sono «rendite»; e non tutti sono “cattivi”, cioè remunerano posizioni monopolistiche: tra essi ci sono per esempio i rendimenti dei risparmi, che non hanno nulla di reprensibile.

Naturalmente, il fatto che la povertà  sia diminuita e la quota del reddito da lavoro sia cresciuta sono ben magre consolazioni per chi povero lo è veramente. Nel programma della Casa delle libertà  la politica sociale consiste prevalentemente nell’ aumentare le pensioni sociali, uno strumento costosissimo e notoriamente rozzo per combattere la povertà .

Il programma dell’Unione prevede tra l’altro di istituire il reddito minimo di inserimento, un’idea apprezzabile se ben attuata. Ma i precedenti non lasciano presagire nulla di buono. Quando nel 2000 l’ultimo Governo di centro-sinistra iniziò una sperimentazione all’italiana del reddito minimo di inserimento, si ignorò largamente l’esperienza internazionale accumulata in tante esperienze valide nei Paesi anglosassoni e scandinavi.

Non furono prese misure per raccogliere dati utilizzabili scientificamente, cosicché non disponiamo di valutazioni quantitative rigorose dell’ esperimento. E nulla fu fatto per avviare una componente chiave, i programmi di attivazione al lavoro. Il risultato fu il fallimento.

Non illudiamoci dunque: chiunque vinca, anche nella prossima legislatura non assisteremo alla nascita di un welfare state moderno in Italia, che affronti con competenza il problema dei veri poveri.

Per questo sono necessarie risorse che possono venire solo da una riduzione della spesa per le pensioni e per il personale pubblico, entrambe tra le più alte d’Europa. E nessun governo di destra o di sinistra lo farà  mai.

Sono necessarie anche competenze specifiche: non si improvvisano dall’oggi al domani programmi di welfare-to-work efficaci, soprattutto se vengono concepiti e attuati da persone che non comprendono o non accettano l’economia di mercato.

Nota a Margine

Venisse ancora qualcuno a raccontare che sotto il Governo Berlusconi il numero dei poveri è aumentato, e i redditi reali sono diminuiti.

Lo attende una mia pernacchia.

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