Death Tax

Dunque, come in Italia anche in America è ritornato in auge il dibattito sulla tassa di successione (che gli americani in modo efficace hanno ribattezzato death tax).Se da una parte, riccastri come Bill Gates sostengono la necessità  che una tassa del genere rimanga in vita a carico dei ricchi, facendo riferimento ad una non precisata “questione etica” (ma perché Gates non fa testamento, stabilendo che alla sua morte una certa percentuale del suo patrimonio debba andare allo stato?), dall´altra, il 90 % delle persone anziane ritiene che tale tassa debba essere soppressa.

A supportare quest´ultima tesi sono scesi in campo anche personaggi del calibro di Milton Friedman, l´ex consigliere della Casa Bianca Gregory Mankiw, Arthur Laffer che è l´inventore dell´omonima “curva di produttività “, e Allen Sinai che è consulente del Congresso americano.

Attualmente la death tax si applica a successioni che riguardino patrimoni superiori a 2 milioni di dollari.

L´aliquota applicata è del 46%.

Il che già  rappresenta un traguardo accettabile per gli abolizionisti americani: fino al 1998 la soglia di esenzione riguardava i patrimoni fino a 625 mila dollari, mentre l´aliquota che si applicava ai patrimoni superiori a tale somma, era pari al 55%.

Ora, Bush (obbligato a ciò dal partito repubblicano) ha varato un provvedimento che dal 2009 alzerà  la soglia di esenzione a 3 milioni di dollari. Mentre dal 2010 la death tax dovrebbe essere soppressa.

Anche se solo temporaneamente. Infatti la legge prevede poi, che dal 2011 si ritorni al regime in vigore nel 2002: talchè al di sopra di un milione di dollari si dovrà  pagare il 50% allo stato.

Ciò ha creato non pochi attacchi al governo, da parte della Freedom works (la “libertà  funziona”): una valente lobby, che ha verificato con accurate ricerche, quanto in moltissimi stati la death tax sia assolutamente assente.

Si parla del Canada e della Svizzera, della Cina e della Russia ad esempio.

Ma Freedom work ha appurato anche, che la death tax negli maggioranza degli stati che la prevedano, si attesta ad un valore pari al 13%.

Mentre solo in Giappone e nella Corea del Nord arriva ad un livello superiore a quello, cui la si vorrebbe riportare in America a partire dal 2011.

Sbaglia chi ritiene che le prese di posizione della Freedom works, siano indirizzate a tutelare le persone ricche.

Alla base degli attacchi della lobby statunitense ci sono ampie analisi economiche: la constatazione, ad esempio, che la death tax finisca per incidere negativamente sul 70% delle aziende di famiglia. E inoltre il fatto che questo danaro “indebitamente” sottratto dallo stato, non potrà  essere reinvestito per produrre altra ricchezza e maggiore occupazione.

Nella patria della Libertà , insomma, si discute di tasse. E il popolo partecipa organizzandosi.

In Italia, invece, di fronte ad imminenti e sicure “minacce”, tutto tace.

Abbiamo molto da imparare dagli Stati Uniti.

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Memento: Tullia Zevi Presidente della Repubblica!

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10 Responses to "Death Tax"

  • capemaster says:
  • Carmelo says:
  • azael says:
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  • AWoman.AMan says:
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