Di Pietro, rispondi a qualche domanda sulla Tangente Enimont a Botteghe Oscure?

Antonio Di Pietro foto

Post un po´ lungo. Ma da leggere con attenzione.° ° ° ° 

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Allora, circa 3 lustri fa, Antonio Di Pietro assurse alla gloria patria, mediatica e non solo, per le inchieste che tutti conosciamo.

Quelle che vanno sotto il nome di “Mani Pulite”.

Lo dico senza problema alcuno: all´epoca io ero un estimatore di Antonio Di Pietro.

Avevo 19 anni, ed ero un giovincello di destra e per di più giustizialista, che proprio in quegli anni ricopriva l´incarico di Presidente del Fuan di Napoli. L´allora struttura universitaria del Msi.

Io dalle indagini di Di Pietro, mi sentivo finalmente incoraggiato.

Incoraggiato nella speranza che la vecchia partitocrazia italiana, il centrosinistra storico (il pentapartito), potesse finalmente essere messo in soffitta.

Pensavo che l´Italia potesse finalmente diventare un Paese con una classe politica onesta e capace.

Il tempo, poi, si prese la briga di darmi torto.

La politica rimane eguale a se stessa, e Di Pietro si è rivelato essere solo un opportunista.

Ex post, l´idea che l´Antonio nazionale abbia fatto quelle indagini, solo per lucrarne a fini politici, beh, forse ci è balenata in testa a tutti.

Va da sé, quindi, che io ora senta il bisogno di fare qualche domandina a Di Pietro.

Prima, però, di rivolgergliela, ho necessità  di riportare il contenuto di alcune missive, inviate dallo stesso Di Pietro all´indirizzo di D´Alema e di Veltroni.

Ovviamente è tutta roba reperibile in Internet.

Iniziamo dalla prima. Che potete trovare al sito Berluscastop:

Di Pietro: D´Alema boicottò Mani Pulite

(di Antonio di Pietro)

Caro Walter, che mi dici della tangente Enimont? Caro Walter, accolgo l´invito che ci aveva rivolto Paolo Flores d´Arcais, per aggiungere un post scriptum di “aggiornamento” al nostro dialogo. Come ti avevo accennato, negli ultimi giorni sono venuto a conoscenza di particolari inquietanti e, a questo punto, inequivocabili che confermano ciò che andavo sostenendo da tempo: che, cioè soggetti vicini ai vertici del tuo partito hanno partecipato attivamente a spargere veleni contro di me, con la conseguenza volontaria o no – di delegittimare, e quindi bloccare l´inchiesta di Mani Pulite proprio mentre stava raggiungendo il Potere a livelli vertiginosi. Dei presunti “poker d´assi” di Craxi e dei dossieraggi targati Berlusconi e Previti (dimostrati dalle sentenze del gip di Brescia, confermate in tutte le altre sedi) sappiamo tutto da tempo. Ciò che mi addolora è venire a scoprire oggi, che gli stessi sistemi sono stati messi in atto anche dal campo avverso.° 

Il Dossierone

Mi riferisco ai retroscena della pubblicazione del famigerato dossier comparso sul Sabato, il settimanale di Comunione e Liberazione, nell´estate del 1993. In quel periodo, ricordo, Primo Greganti era appena uscito dal carcere e il pool di Milano si stava occupando della maxitangente Enimont, di cui un bel pezzo (il famoso miliardo di Gardini) finì a una misteriosa entità  di Botteghe Oscure. Proprio allora uscì il dossier, che conteneva quasi tutti gli elementi che poi sarebbero confluiti in quelli craxiani e berlusconiani-previtiani. Insomma, fu il padre di tutti i dossier anti-Mani Pulite e anti-Di Pietro. Chi abbia materialmente raccolto e incollato insieme quegli elementi non l´ho ancora scoperto. Ma a questo punto ha poca importanza. Quello che finalmente ora so, dalle testimonianze dirette di due protagonisti di primo piano di quella vicenda, è come quel pacchetto già  confezionato e infiocchettato arrivò alla redazione del Sabato.

Da Sbardella a Marchini

E chi ne pretese la pubblicazione e perché. Me l´hanno rivelato, proprio in questi ultimi giorni, due personaggi del calibro di don Giacomo Tantardini e Marco Bucarelli, leader incontrastati – allora e oggi – di Comunione e Liberazione a Roma. E mi hanno autorizzato a riferire il loro racconto. Per questo avrei voluto continuare il confronto con te anche su questo tema. Secondo la versione dei due “testimoni”, in quel periodo il settimanale viveva una difficile fase di transizione. Se la passava malissimo dal punto di vista finanziario, ma era in attesa di essere acquisito – da parte del costruttore romano Alfio Marchini, che stava per subentrare alla vecchia proprietà , legata allo “Squalo” andreottiano Vittorio Sbardella. Per anni mi sono domandato perché mai Marchini avrebbe dovuto avercela con me, visto che all´epoca non sapevo nemmeno che esistesse. L´ho conosciuto soltanto nel 1996, quando il suo amico Massimo D´alema mi invitò nel suo salotto a Roma, per discutere del nostro futuro politico. Ho riflettuto spesso su queste “coincidenze” di tempi e persone. Perché quando ero magistrato, capitava spesso che io stessi indagando su fatti e filoni investigativi in cui io non sapevo ancora che cosa avrei trovato oltre la siepe, ma certamente i potenziali destinatari degli accertamenti sentivano fin da subito il fiato delle indagini addosso, e si organizzavano per reagire. In sostanza io non sapevo ancora dove sarei andato a parare, ma loro sì. Ecco queste considerazioni, per così dire “postume” mi sono trovato a farle dopo le rivelazioni ricevute da don Tandardini e da Bucarelli. Perché la storia che mi hanno raccontato su quel dossier del 1993 è davvero singolare. Ed è la seguente. Alla fine del 1992 i rapporti fra l´onorevole Sbardella e il senatore Andreotti sono progressivamente deteriorati. Sul conto di Sbardella si rincorrono molte dicerie e soprattutto sul suo capo si addensano nubi giudiziarie sempre più minacciose, con inchieste sempre più incalzanti della magistratura, sia romana che milanese (anche da parte mia). A quel punto Andreotti -secondo quanto mi hanno riferito i due “testimoni” consiglia a quelli di Comunione e Liberazione di smarcarsi da quel rapporto ormai ingombrante con Sbardella. E´ a quel punto che Marco Bucarelli ha l´idea di andare a bussare alla porta del Pds, sia per allacciare nuovi rapporti politici e imbastire nuove alleanze, sia per trovare nuovi finanziatori per il settimanale in crisi. “Pensavamo” mi ha detto Bucarelli, “che di lì a poco si sarebbe dato vita a un “governissimo” per scrivere le regole delle riforme istituzionali, e noi sostenevamo questa soluzione. Perciò pensammo di agganciarci anche alla sponda di sinistra”.

Il primo approccio

Il primo approccio fu alla fine del 1992: Bucarelli, accompagnato dall´allora direttore del Sabato Alessandro Banfi, andò a parlare con l´allora capogruppo del Pds alla camera, onorevole Massimo D´Alema. L´incontro avvenne nella sede del gruppo parlamentare di Montecitorio. Bucarelli fece presente a D´Alema che per rilanciare il giornale c´era bisogno di un socio che potesse portare un´iniezione di denaro fresco, un capitale di 3-4 miliardi. Altrettanto ne avrebbero versati quelli di Comunione e Liberazione. D´Alema – secondo Bucarelli – si sarebbe immediatamente mostrato disponibile a trovare un nuovo socio finanziatore, che indicò subito in Alfio Marchini: “E´ un amico mio”, avrebbe detto D´Alema, “e l´operazione è come se la facessi io. Il partito non c´entra niente”. Verso la fine del 1992 la comitiva, D´Alema compreso, si reca perciò negli uffici di Marchini a Roma. Anche Marchini ci sta, ma chiede prima al giornale si liberi della presenza ingombrante di Sbardella (che era ancora il presidente del consiglio di amministrazione del settimanale, oltreché il finanziatore di riferimento), Bucarelli attacca una lunga tiritera con Sbardella, per convincerlo a dimettersi. E questi, alla fine seppure mugugnando, dà  le dimissioni. La comitiva ritorna da Marchini, e si cominciano a “guardare i conti” per formalizzare l´ingresso del costruttore nel capitale sociale.

Trattative a singhiozzo

Ma poi le trattative si interrompono per un po´, perché nel frattempo Bucarelli finisce in carcere per fatti di Tangentopoli (un´inchiesta della procura di Roma che lo vedeva coinvolto con l´accusa di aver estorto denaro al costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, anch´egli azionista del Sabato su indicazione di Sbardella). Il negoziato riprende dopo il ritorno di Bucarelli in libertà . E, su sollecitazione di Marchini, si decide di mettere in liquidazione la vecchia società  editrice del Sabato e aprirne una nuova con quote del 40 per cento a Marchini e del 60 per cento alle società  “cielline” della Compagnia delle Opere. Ancora una volta l´operazione subisce uno stop, per il nuovo arresto di Bucarelli, che questa volta rimane in carcere e agli arresti domiciliari per tre mesi. Nel frattempo Alfio Marchini precisa che una delle clausole per accettare di entrare nell´affare è che il giornalista Roberto Chiodi diventi capo della cronaca giudiziaria (“un amico”, avrebbe detto Marchini, “informatissimo, che si dimette dall´Espresso per venire a lavorare da noi al Sabato”). E così accade. Un giorno Marchini, avvisa don Tantardini (e, tramite questi, Bucarelli, sempre agli arresti domiciliari) che Chiodi ha un grande scoop tra le mani, che bisogna pubblicare sul Sabato.

Marchini punta i piedi

Uno scoop che sia Tantardini che Bucarelli escludono sia stato realizzato dalla redazione del settimanale, o comunque con l´intevento del giornale. Si trattava semplicemente di un dossier sulla vita privata di Antonio Di Pietro, che arrivava lì portato a brevi manu da Chiodi, calato da chissà  dove, senza che nessuno ne sapesse niente prima. Di primo acchitto Bucarelli e don Giacomo si mostrano perplessi (“sembra una porcheria, un killeraggio”). E, prima di dare l´ok alla pubblicazione, decidono di consultarsi con il loro nume tutelare dell´epoca: Andreotti. E´ don Giacomo che va dal senatore e questi gli spiega che una cosa del genere sarebbe inopportuna e controproducente (“stai attento, non lo fare, a volte queste cose non hanno un riscontro oggettivo, a volte la realtà  è diversa…”). Don Tantardini non sa più che fare. Torna così da Marchini e gli spiega le sue perplessità . Marchini però è irremovibile, e minaccia di non mandare in porto l´operazione dell´acquisto del Sabato se non verrà  pubblicato il dossier contro Di Pietro. Se invece il dossier verrà  pubblicato, Marchini si dice disponibile a rilevare fino al 55 per cento della società . Il povero don Giacomo torna a fare la spola fra Bucarelli (ancora bloccato ai domiciliari) e Marchini per scongelare la situazione di stallo, anche perché nel frattempo il giornale sta per chiudere per mancanza di soldi. E´ in quest´ottica che, durante un nuovo incontro, Marchini fa chiaramente intendere a don Giacomo che è D´Alema che pretende la pubblicazione del dossier. D´Alema gli avrebbe dato un imput ben preciso, se non si pubblica il dossier viene meno l´interesse politico all´operazione. Insomma, o esce il dossier, oppure Marchini non mette nemmeno una lira. E il Sabato chiude. A questo punto stritolato, il giornale dà  il via libera alla pubblicazione del dossier, che esce il 13 luglio. Ma ciononostante, alla fine, Marchini metterà  soltanto qualche centinaio di milioni invece dei quattro miliardi promessi e il giornale è costretto a chiudere.

Walter, tu dov´eri

Non prima però, di un ultimo incontro avvenuto alla fine dell´estate del 1993, a casa di Marchini: quella volta interviene anche D´Alema, e Marchini sollecita, come ultima condizione per entrare massicciamente nel giornale, la nomina di un nuovo direttore: Rocco Buttiglione. Ma questo, per i leader romani di Comunione e Liberazione è davvero troppo. E preferiscono lo “harakiri”. Il racconto di Bucarelli e Tantardini, caro Walter finisce qui. La morale te la risparmio.

Ma mi piacerebbe tanto sapere cosa successe dalle tue parti in quel periodo e soprattutto che fine ha fatto quel miliardo portato da Raoul Gardini a Botteghe Oscure. Come sai, noi magistrati non potemmo più andare avanti a causa della sentenza di prescrizione nel frattempo intervenuta, e perché nessuno a Botteghe Oscure ricorda a quale piano salì e a quale porta bussò, quel giorno. Gardini.

Con immutato affetto (almeno nei tuoi confronti)

P.S. Ah, se queste cose le avessi sapute a tempo debito!!!

Antonio Di Pietro“.

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Avete letto?

Fino a qualche tempo fa, Di Pietro chiedeva a Veltroni: “che fine ha fatto quel miliardo portato da Raoul Gardini a Botteghe Oscure“.

Stiamo parlando della tranche da un miliardo di lire della Tangente Enimont, approdata a Botteghe Oscure.

Ma andiamo avanti.

Adesso vi riporto il contenuto di un´altra lettera di Di Pietro, questa volta indirizzata a D´Alema, e reperibile al sito FreeWeb:

Caro Massimo, non ti nascondere dietro la “Porta (a porta)” offertati dal Bruno Vespa (che come al solito – quando si tratta di me – si dimentica sempre di sentire la mia versione dei fatti) per ricercare un salvacondotto dall´opinione pubblica senza dare spiegazioni. Smettila anche di fare il solito arrogante pretendendo addirittura che io ti debba dare delle scuse per fatti che semmai mi vedono vittima e non carnefice.

Prova a rileggere esattamente (dico esattamente e letteralmente e non solo basandoti sui titoli delle agenzie e dei giornali sparati all´occorrenza) la lettera aperta che io ho inviato a Walter Veltroni (sul quotidiano “Libero” di oggi c´è l´edizione integrale).

Prova poi a leggere il contenuto virgolettato delle dichiarazioni rese sempre oggi sul quotidiano “La Stampa” da Marco Bucarelli a proposito dell´”intreccio di convergenze” che ha reso possibile la pubblicazione di quel famigerato dossier ai miei danni nel luglio ‘93 da parte de “Il Sabato”. Come potrai constatare, la mia ricostruzione dei fatti riporta fedelmente la versione prospettata da Bucarelli: in entrambi i casi il tuo ruolo rimane sullo sfondo, in attesa di chiarimenti di merito da parte tua. E allora come la mettiamo? Invece di pretendere da me delle scuse (che non posso darti, perchè non ce n´è ragione) chiedi al tuo amico Alfio Marchini (per intenderci, quella stessa persona nella cui casa hai invitato, a mia insaputa, anche me a suo tempo per parlare di politica) la ragione per cui – stante a quello che dice Bucarelli – si è interessato tanto dell´assunzione di Chiodi a “Il Sabato” e, soprattutto, perchè ha insistito tanto per la pubblicazione del dossier contro di me.

Spiega tu agli italiani perchè – da capogruppo dei DS alla Camera – all´epoca ti davi da fare per aiutare gli sbardegliani di “Comunione e Liberazione” e perchè hai convinto Marchini ad aiutarli finanziariamente. Spiega poi perchè Marchini voleva a capo di quel giornale niente meno che Rocco Buttiglione.

Che politica trasversale è mai questa?

Ancora più a monte, la Magistratura non ha accertato (ne poteva all´epoca, stante la prescrizione e l´amnistia dei reati), ma tu puoi aiutarci a capire (come nemmeno ieri da Vespa hai fatto): Gardini è venuto o no a Botteghe Oscure a portare quel famoso miliardo? E se si, a chi lo ha consegnato?

Ed ancora: il 9 marzo 1993 – nel mentre si intrecciavano le trattative tra Marchini e quelli di “Comunione e Liberazione” il noto e vostro Greganti, nel mentre si trovava rinchiuso a San Vittore per una mazzetta da 621 milioni di lire elargitogli da Lorenzo Panzavolta della Ferruzzi, riferì in un interrogatorio di un episodio accaduto nell´89 (e quindi purtroppo anch´esso all´epoca delle indagini prescritte ed amnistiate). Riguardava un blocco di polizia a cui era stato sottoposto dalle parti di Firenze allorchè venne perquisito perchè trovato in possesso di una valigetta contenente quasi un miliardo di lire in contanti o giù di lì. Greganti spiegò che si trattava di denaro destinato al partito ed una volta in caserma fece telefonare ad una “persona” di Botteghe Oscure per chiarire tutto. Di chi e di che episodio si tratta? E perchè Botteghe Oscure mandava in giro Greganti con una valigetta con 1 miliardo in contanti in mano? Suvvia Massimo, smettila di fare l´arrogante e non comportarti anche tu come quelli dell´Asinello che se la prendono con me per avere fatto aprire gli occhi ai loro elettori sulla stupidaggine di essersi affidati qualche mese fa ad una squadra di post craxiani per il rilancio dell´Ulivo. A proposito di asinello, la sai l´ultima? Hanno preso un mare di miliardi di finanziamenti pubblici (anche grazie al lavoro mio e dei tanti militanti dell´Italia dei Valori) ed vedrai che tra poco finiranno per utilizzare per assoldare i guru americani della comunicazione. Quei rimborsi elettorali dovrebbero essere destinati a risarcire chi per il territorio italiano ha speso soldi e tempo in campagna elettorale per il loro successo. In conclusione, caro Massimo, non scuse devi pretendere ma giustificazioni devi dare, ed al riguardo ti ribadisco subito che io sono e resto alternativo a Berlusconi (e certamente lo sono più di tanti tuoi compagni di viaggio che sono all´interno del centrosinistra) ma non per questo devo accettare supinamente veti, espulsioni, intimidazioni e delegittimazioni.

Antonio Di Pietro

Come vedete, in questo caso a D´Alema, Di Pietro ancora insiste: “Gardini è venuto o no a Botteghe Oscure a portare quel famoso miliardo? E se si, a chi lo ha consegnato?“.

Allora, veniamo al dunque, e mi scuso per la lunghezza del post.

Caro Di Pietro, caro Tonino, ma come mai queste domande non le rivolgi più a Veltroni e a D´Alema?

Non hai più “tensione morale”? La tua cadrega, la tua poltrona, vale più della “questione morale”?

Rispondi, Di Pietro, altrimenti sei un pagliaccio!

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P.S.: inutile dirvi, che linkando il suo blog, ho messo Di Pietro nella condizione di venire a sapere di questo post. Ed è ovvio che se lui non risponderà  con un apposito post sul suo blog, ciò non sarà  ascrivibile al fatto che abbia altro di più importante di cui scrivere. Anche perché, c´è qualcosa di più importante per un ex pubblico ministero, che spiegare perché non fa più domande a D´Alema e a Veltroni sulla Tangente Enimont? Se non dovesse rispondere, voi sareste testimoni del fatto che si tratta di un uomo privo di valori e moralità . Adesso ha la poltrona, e le domande scomode non le fa più. Ora, con le persone con cui lui faceva il “moralista”, ci sta “culo e camicia”. Inoltre, se qualcuno di voi facesse la stessa cosa, forse Di Pietro si sentirebbe ancora più pressato. Che dite, gliele rompiamo un po´ le scatole? 😉

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18 Responses to "Di Pietro, rispondi a qualche domanda sulla Tangente Enimont a Botteghe Oscure?"

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  • laura says:
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