Gianpaolo Pansa intervistato da Aldo Cazzullo

Gianpaolo Pansa foto

Siccome sono tanti (troppi) quelli che vogliono “chiudere il becco” a Gianpaolo Pansa, impedendogli l´esercizio di un diritto individuale sacrosanto, il parlare, su questo blog si ritorna a dare spazio al giornalista e scrittore di sinistra.° ° 

Siccome diceva giusto, il saggio che sosteneva: “C´è il Fascismo dei Fascisti, e il Fascismo degli antifascisti”, è bene che non si sottovaluti la violenza dei Fascisti Rossi, dei NaziComunisti.

Ed è bene ribadire che Pansa “deve poter parlare”, a prescindere da ciò che dica.

Deve poter parlare perché in una democrazia nessuno ha il diritto di impedire la libertà  di espressione di alcuno.

Si può non condividere il contenuto dei libri di Pansa. E´ legittimo.

Non si può, tuttavia, impedirgli di parlare!

Ecco l´intervista fattagli da Aldo Cazzullo, e pubblicata su Magazine:

“Gianpaolo Pansa, quando alla presentazione de La grande bugia sono arrivati quei tipi a chiamarci fascisti, non ha pensato: questi ci danno un sacco di botte?

No. Ho pensato che quell´andatura, quella postura, quel modo intollerante di gridare insulti a chi reclamava di poter discutere liberamente del mio libro, mi ricordavano uno dei personaggi de La grande bugia.

Chi? Sono tanti. Alessandro “Kojak” Curzi. I professori livorosi che le hanno rimproverato di non aver messo le note e lei chiama Professor Ghigliottina, Professor Basta.

Non pensavo a loro. E´ vero, l´aggressione di Reggio Emilia è un segno di quanto odio e di quanti pregiudizi gravino ancora sulla vita politica e sulla discussione storica in Italia. Mostra come, accanto a un Paese moderno che intende sfatare le leggende, chiarire le zone d´ombra, discutere liberamente, ci sia un Paese conservatore che in forme grottesche più che drammatiche vorrebbe mimare ora la guerra civile, ora gli Anni Settanta. Gli aggressori di Reggio appartengono alla seconda Italia, che purtroppo si dice di sinistra. Mentre, se non avessi il timore di paragonare una spacconata a una tragedia, accosterei la loro ottusità  a quella di un personaggio sinistro: Mario Toffanin, detto Giacca. Il comandante garibaldino che a Porzus ordina l´eliminazione della brigata Osoppo, comandata da Francesco De Gregori (zio dell´omonimo cantautore italiano, ndr); anche loro partigiani, ma decisi a difendere l´italianità  di terre di frontiera che i comunisti vorrebbero consegnare a Tito.

C´erano partigiani pure tra le quattrocento persone venute alla presentazione, e hanno affrontato gli occupanti per poter ascoltare lei.

L´ho visto. E l´ho apprezzato. Quando da ragazzo mi chiedevano quale fosse il mio eroe, rispondevo: il partigiano che liberò la mia città . Ancora oggi, dopo aver scritto tre libri per denunciare le bugie, considero la Resistenza la ma patria morale. Perché i veri partigiani non hanno nulla da temere dalla mia ricerca storica. Sono loro i primi ad avere interesse a individuare i responsabili dei massacri e delle vendette, a sfatare leggende come quella delle insurrezioni nelle città  del Nord, in realtà  mai avvenute, e a smascherare i partigiani della venticinquesima ora, sbucati dopo il 25 aprile magari per far giustizia sommaria del vicino di casa possidente. Ma lo spirito conservatore con cui l´Anpi e i partiti post e neocomunisti vegliano sulla grande bugia non aiuta a fare chiarezza.

Quali reazioni ha avuto dopo Reggio?

Ho riacceso il cellulare alle 10 del mattino e ho trovato 45 messaggi. Amici, colleghi, gente comune. No, nessun politico. Anzi, uno solo: il tanto vituperato Clemente Mastella. Dai Ds, dai futuri capi del grande partito democratico non si è fatto vivo nessuno.

Si è fatto vivo Napolitano.

E il giorno dopo hanno chiamato Prodi, Fassino, Veltroni. Ho apprezzato molto l´intervento del presidente della Repubblica. Non a caso il libro si apre con la citazione del suo discorso di insediamento alle Camere, là  dove invita a non “ignorare zone d´ombra, eccessi e aberrazioni” della Resistenza. Ma il silenzio subito dopo Reggio è l´ennesima prova della pavidità  politica della cosiddetta sinistra riformista.

Nel libro si parla di D´Alema e del suo giudizio critico sull´uccisione di Mussolini. E di Fassino, che nell´anniversario della morte dei fratelli Cervi scrisse sull´Unità  un articolo che parve l´inizio di un ripensamento storico.

Sono stati segni isolati. Conosco bene Fassino, è figlio di un comandante partigiano, sono convinto che su molte cose lui e D´Alema la pensino come me. Ma non hanno e non avranno mai il coraggio di dirlo. Perché l´antifascismo, il silenzio sulle “aberrazioni” di cui parla Napolitano, il disprezzo per chi ha combattuto la guerra civile dall´altra parte sono il collante anche elettorale che tiene insieme una coalizione ideologicamente indebolita dal crollo del marxismo e slabbrata tra mille interessi e narcisismi contrapposti.

In un altro passo, lei simpatizza con l´ex presidente del Senato Marcello Pera. Secondo cui l´Italia dovrebbe “liberarsi del mito dell´antifascismo, consegnandolo alla storia, e non sostenere più che la Repubblica e la Costituzione erano antifasciste, ma affermare solo che erano democratiche. Proprio perché è esistito anche un antifascismo autoritario”. Davvero lei considera l´antifascismo nulla più che un mito?

Non ho alcuna particolare simpatia per le posizioni di Pera, non mi intendo di teocon o di confronto di civiltà . Però riconosco che Pera ha coraggio. Sa tenere il punto, anche contro il coro dei conformisti. Sull´antifascismo secondo me ha ragione: molti antifascisti non erano antitotalitari (e democratici lo erano? ndr), anzi lavoravano per importare in Italia un altro autoritarismo, di stampo sovietico e antinazionale.

Lei scrive che senza Togliatti e il Pci la guerra civile non ci sarebbe stata.

E´ così. Non ci sarebbe stata, e sarebbe stato un male. Gli Alleati ci avrebbero trattati peggio, se non avessero trovato segni concreti che una parte degli italiani si erano ribellati a nazisti e fascisti. Però, sessant´anni dopo, è tempo di smettere di raccontare bugie. Dovremmo anzi ricordarci che la maggior parte degli italiani, anche dopo l´8 settembre, continuarono a sentirsi fascisti o a parteggiare per il fascismo. Non è vero per esempio che al Nord tutti i contadini appoggiassero i partigiani; la gran parte si limitò ad attendere la fine della guerra e l´arrivo degli alleati, sempre più infastidita dall´atteggiamento a volte arrogante delle bande.

In un passo del libro lei scrive che “i tanto disprezzati “repubblichini” erano esseri umani come gli altri; e in quella brutta guerra civile si erano condotti bene, male o a metà  tra il bene e il male, esattamente come chi era schierato con la Resistenza”. Viene da chiederle: Pansa, lei è ancora antifascista?

Sono ancora convinto, come quand´ero ragazzo, che i partigiani abbiano fatto la scelta giusta, e i fascisti la scelta sbagliata. Ma che senso ha chiedere ancora oggi abiure, autocritiche, ammissioni di colpa? E´ antifascismo ritrovarsi il 25 aprile a fischiare e a minacciare leader sindacali come Savino Pezzotta o gli ex partigiani liberali che oggi stanno con il centrodestra? E´ antifascismo arrivare con gli striscioni rossi e i volantini di insulti scritti in cattivo italiano per interrompere la discussione su un libro? E´ antifascismo quello dei retori della Resistenza, dei custodi della grande bugia, dei loro epigoni muscolari e sgrammaticati? Io credo di no. Se lo è, non è il mio”.

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12 Responses to "Gianpaolo Pansa intervistato da Aldo Cazzullo"

  • Kaelidan says:
  • camelot says:
  • Mizarin says:
  • etienne64 says:
  • Kaelidan says:
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  • etienne64 says:
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