Precariato: qualcuno a sinistra dibatte

Vi riporto un articolo da Aprile On Line, la rivista della sinistra Ds:° 

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Cari Alfonso Gianni, Cesare Salvi, Giorgio Cremaschi, permettetemi una domanda: il fine, per quanto giusto, legittima ogni mezzo?
Per combattere la precarietà , stimolare il Governo, si può stare in piazza con chiunque?
La doppia morale, bollata come figlia di un relativismo etico che tanto ha nuociuto alla sinistra, deve essere bandita solo quando ad utilizzarla è la “nostra destra”?
Il tatticismo è una deformazione della politica solo quando riguarda gli altri?
Questi sono gli interrogativi che soggiacciono alla manifestazione del 4 novembre, così come poi è andata mutando pelle.
Vi scrivo chiamando le cose con il loro nome, in maniera esplicita. Perché molti di noi (compresi compagni che stimo e che il 4 saranno in piazza) hanno fatto un percorso assai travagliato per metabolizzare fino in fondo il principio gandhiano secondo cui “per una causa giusta si può anche perdere, basta che non ci si accompagni a chi, ambiguamente, predica la violenza e disconosce il valore del rispetto reciproco” (discorso del 2 Aprile 1947 alla Conferenza interasiatica ).

Alcuni di noi, questo percorso, lo hanno fatto individualmente; altri in piccoli gruppi (magari per scrivere un bloc-notes di una stagione da cui poteva nascere una “sinistra senza aggettivi”); altri ancora in un percorso collettivo di massa (sinistra ds) o addirittura congressuale (Rifondazione), con lacerazioni, divisioni, confronti duri ed anche aspri. Ma alla fine cominciavamo a ritrovarci, tutti insieme, pur con ruoli ed in postazioni differenti.

Perché sottacere, allora, che la manifestazione del 4, prima ancora che per la bontà  o meno della piattaforma, proprio tale percorso mette in crisi?

Perché svilire la posizione politica di chi fino a ieri, di queste cose, insieme ad altri compagni discuteva e ragionava? In molti siamo personalmente ancora fermi a quella chiave di lettura, del mondo e del come sia giusto fare politica. Voi avete forse cambiato idea? Perché si sottace tutto ciò?

Poiché nessuno di voi, penso, possa accusare chi il 4 non sarà  in piazza di non essersi battuto e di non battersi contro la precarietà  (penso alla Sinistra Ds, ma non solo), per dare al lavoro quella centralità , quella forza che sola può rendere più giusto il mondo e la società  in cui viviamo; vi chiedo, in tanta fretta, non vi sembra di scorgere il pericolo grande che è di fronte a tutti noi? Di fare, magari silenziosamente, “grandi passi indietro nella notte”?

La mia domanda non è posta a quei compagni che oggi sventolano la loro partecipazione al 4, quando durante passaggi importanti proprio su questi temi, magari con ampie responsabilità  di Governo, la loro assenza o ambiguità  era palese.
Non mi rivolgo a chi sarà  in piazza il 4, ma solo qualche anno fa faceva campagna contro l’estensione dell’art. 18 durante l’ultimo referendum.
Non mi rivolgo a chi sarà  in piazza il 4 novembre, ma prima – quando si raccoglievano le firme per la campagna di “Precariare stanca” – dichiarava che non “la poteva firmare” una proposta di legge simile perché era un’iniziativa su cui altri avevano già  visibilità .
E non mi rivolgo nemmeno a chi, contrario a partecipare all’assemblea del Brancaccio (ed infatti non vi fu) oggi predica la necessità  di stare in piazza il 4.
Così come non mi rivolgo – infine – a chi, partecipando ai gruppi di lavoro dell’Unione sul programma, quando pochi si battevano per inserire il superamento del dlgs. 368/01 sui contratti a termine, per scrivere che occorreva modificare il codice civile per dividere il mercato del lavoro in economicamente dipendenti e economicamente autonomi (proposta rilanciata da Alleva ad un convegno della Sinistra Europea), o per esplicitare le abrogazioni del dlgs. 276/03 (il decreto attuativo della 30) sosteneva allora altre posizioni, più moderate, o aveva già  raggiunto accordi peggiorativi rispetto poi al testo uscito dai gruppi di lavoro.

Mi rivolgo a tutti gli altri. Alle tante compagne e compagni in buona fede, con alle spalle battaglie politiche reali, fatte a viso aperto.
La bontà  delle proposte in campo (il fine) non possono farvi chiudere gli occhi sul fatto che sarete in piazza con chi usa linguaggi e parole come “ammazza precari”, “distruggere”, “annientare”, “fascisti rossi”, “servi”: tutte parole che parlano di guerra, di violenza, di criminalizzazione di chi a sinistra è più vicino (e per ciò) più pericoloso (il mezzo).
Non vi spaventa il riproporsi ed il tollerare – anche condannandoli politicamente, ma non distinguendovi fisicamente, nella tenuta della piazza – schemi che ci parlano più degli errori e degli egoismi di sigla, che non la fermezza di chi “vuole essere forza di governo e di lotta, con la testa sulla spalle” (questa la citazione completa tratta da “Intervista a Berliguer” di Fiore)?

Non temete, come forze che tentano di rinnovarsi, di ripiombare in un’ambiguità  non solo a parole (scritte in bella copia in qualche tesi congressuale), ma nei fatti e nelle pratiche?
Posso capire le difficoltà  della fase (essere al Governo, avere al Governo il centro sinistra e non la destra populista e reazionaria), posso capire l’opportunismo di alcune forze prive di una loro identità  (perché la forza della responsabilità  sta nel “dire no”, e non nel dire sempre “si”). Ma tutto questo tatticismo non basta più. Non basta più dire che se la causa è giusta allora occorre esserci per impedire che quella piazza non cada in mano agli “estremisti”.

Poiché il percorso è lungo, poiché costruire nel paese una coscienza diffusa sull’importanza di rimettere al centro la buona e stabile occupazione richiede tempi lunghi, energie, e tanta generosità , sono certo che con molte compagne e molti compagni che sono in piazza il 4 ci si rivedrà  prestissimo (e già  su molte questioni si continua a lavora insieme). Ma vi chiedo di riflettere tutti insieme, perché si isolino presto i minoritarismi sterili, perché non si rinunci ad un percorso comune di prospettiva, per fretta, insipienza, o perché ancora – fino in fondo – non si è metabolizzata la scelta per cui “i mezzi sono importanti quanti i fini”. I compagni di strada non sono tutti uguali, perché oggi la strada è lunga e faticosa, e con diversi compagni la nostra ha l’ambizione di portare verso un luogo migliore.

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