Meno politica, meno stato e quindi meno corruzione

Antonio Martino foto

Voglio proporvi un interessante editoriale di Antonio Martino, apparso ieri su Libero:° 

“In una recente audizione dell´Unione Interparlamentare alle Nazioni Unite ci si è occupati del tema della lotta alla corruzione. Dal momento che le considerazioni svolte dai relatori sono state dedicate più a considerazioni moralistiche sulla deprecabili del fenomeno ed ai possibili rimedi che non alle sue cause, vorrei occuparmi di queste, anche perché mi sembra un tema sia pure indirettamente connesso al dibattito in corso sulla Finanziaria. Vediamo.

L´ineludibile punto di partenza mi sembra questo: la corruzione è sempre e ovunque un fenomeno politico. La comprensione di questo punto è essenziale se vogliamo davvero liberarci da questa maledizione. Perché si abbia corruzione, infatti, è necessario che la decisione di spesa venga assunta da persona diversa da quella che dovrà  sopportarne il costo.

Nessuno spenderebbe di tasca sua 100 al solo scopo di ottenere una mancia di 10; la corruzione è possibile solo se chi intasca le 10 è persona diversa da quella che spende le 100.

Fra i privati la corruzione non è impossibile, perché esiste il fenomeno dell´”agente infedele” che utilizza per esempio i denari della società  per cui lavora per procurarsi un arricchimento personale, ma è rara, perché il potenziale danneggiato ha sia la possibilità  sia l´incentivo di controllare le decisioni dei suoi agenti.

La corruzione è viceversa comune e diffusa quando si tratta di utilizzare il denaro dei contribuenti, che non hanno né l´incentivo né la possibilità  di assicurarsi che i loro rappresentanti facciano un uso oculato dei loro soldi.

Di norma, quindi, la corruzione è un fenomeno politico. Detto in altri termini, se uno spende 10 e incassa 100, si tratta di un buon affare; se uno spende 100 e incassa 10, si tratta di un cattivo affare; se uno, per poter incassare 10, fa spendere 100 ad altri, si tratta dell´intervento pubblico e della sua inseparabile compagna, la corruzione.

Stando così le cose, la posizione dei moralisti appare assai debole: ogni individuo risponde agli incentivi in maniera prevedibile, scegliendo fra le alternative possibili quella che meglio serve il suo interesse personale.

Ovviamente, questo, quando sono in ballo valutazioni di ordine morale, non è vero per tutti: esistono moltissime persone che, senza sforzo, antepongono il rispetto delle regole di correttezza al loro interesse.

Ma inganniamo noi stessi quando ci diciamo convinti che tutti “dovrebbero” sempre scegliere la retta via della morale. L´offerta di santi non è mai stata molto abbondante e costituisce pessima politica quella di basarsi sulla certezza che la maggior parte delle persone si comporterà  inevitabilmente in modo corretto: come sostenuto dall´arcivescovo di Dublino Richard Whately (1786-1863) “chi sostiene che l´onestà  è la migliore politica non è un uomo onesto”.

Lasciamo agli utopisti rivoluzionari l´ingenua illusione che, grazie ad una qualche miracolosa ricetta, sia possibile “cambiare gli uomini”, creare l´uomo nuovo, puro ed incontaminato dall´interesse personale, e bolliamo di assurdità  la pretesa di quanti sostengono che perché la società  possa essere moralizzata bisogna aspettare che cambino gli uomini: l´attesa sarebbe interminabile, non avremmo mai standard accettabili di condotta pubblica.

Dobbiamo, invece, renderci conto che è l´occasione che fa l´uomo politico, per usare una versione aggiornata di un vecchio detto, e, se vogliamo davvero sconfiggere la corruzione, dobbiamo ridurre al minimo le occasioni di lucro privato che il processo politico inevitabilmente offre a danno dell´interesse pubblico.

E´ questo uno degli aspetti della politica economica di questo governo che merita di essere ricordato: espandere l´ambito di intervento pubblico non è soltanto contrario alla crescita economica e pericoloso per le libertà  personali, è anche una premessa necessaria per l´immoralità  diffusa.

Solo se capiremo che la corruzione cresce al crescere dell´invadenza della politica nella vita dei cittadini e che, quindi, la soluzione va ricercata nel ridimensionamento della presenza pubblica e nella riduzione dell´arbitrarietà  nell´azione di governo, potremo sperare di ridurre o di debellare questa piaga.

Chi dubita che le cose stiano in questi termini, farebbe bene a riflettere sulla battuta che circolava nell´Urss: “Nei Paesi comunisti la corruzione non è un problema, è la soluzione”!”.

Antonio Martino

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3 Responses to "Meno politica, meno stato e quindi meno corruzione"

  • prefe says:
  • camelot says:
  • prefe says:
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