Chinatown: tra integrazione e diffidenza

Dragone cinese foto

Forse in tanti – qualche giorno fa – abbiamo scoperto che in Italia esiste un forte insediamento di cinesi.° 

Molti di noi, probabilmente, prima dell´episodio verificatosi a Milano, neanche immaginavano quanto radicata fosse la presenza di queste persone.

E a seguito degli scontri consumatisi a Via Sarpi – com´era normale che fosse – ci siamo divisi: tra chi, a priori, ha sostenuto le ragioni degli asiatici. E chi, di converso e in modo altrettanto aprioristico, li ha accusati di ogni nefandezza.

Non conosco la situazione della Chinatown milanese (come d´altra parte ignoro la situazione delle altre Chinatown sparpagliate qua e là  in Italia). Dunque, come molti italiani, non posso parlare con cognizione di causa.

Posso, però, da una parte stigmatizzare l´atteggiamento di quanti hanno strumentalizzato per fini politici l´episodio di Via Sarpi (sia quelli della Lega e di An per un verso, sia quelli dei centri sociali per ragioni opposte), e dall´altra posso fare qualche modesta considerazione.

E´ pacifico che qualunque extracomunitario venga nel nostro Paese, per contribuire al benessere proprio e di tutti noi, debba essere accolto con rispetto come fosse un cittadino qualsiasi.

E´ pacifico che se un cinese – piuttosto che un francese, un giapponese o un africano – rispetta le nostre leggi, paga le tasse e non compie illeciti, non possa esservi contro di lui nessun motivo di acrimonia.

Allo stesso modo dovrebbe essere pacifico che se un cinese – piuttosto che un francese, un giapponese o un africano – viene nel nostro Paese a compiere illeciti, non possa essere difeso in alcun modo (come non potrebbe essere difeso un nostro connazionale); e se un cinese compie illeciti, e alcuni nostri connazionali vi si oppongono, questi ultimi non è ammissibile siano giudicati come razzisti o xenofobi.

E questo è l´aspetto più delicato di tutta la vicenda.

Quello che forse, più di altri, rischia di viziare qualunque nostro giudizio sull´accaduto.

Per questo merita di essere presa in considerazione, un´intervista realizzata dal Corriere della Sera al procuratore nazionale antimafia: Piero Grasso.

Il quale invita ad essere prudenti, nei confronti della “terza generazione” di cinesi presenti nel nostro territorio: la generazione di quanti sono nati in Italia.

E che, almeno in parte, risultano essere dediti ad attività  criminali. A volte anche a danno degli stessi cinesi (“Bisogna fare molta attenzione perché le comunità  cinesi sono criminogene al proprio interno“).

Ecco cos´ha dichiarato Piero Grasso:

Credo che non ci sia stata un´esatta percezione della pericolosità  e questo è avvenuto perché le vittime dei reati commessi – estorsioni, racket, danneggiamenti, immigrazione clandestina, sequestri di persona – sono gli stessi cinesi. Invece si deve tenere conto della quantità  di illeciti commessi e soprattutto della capacità  di penetrazione nella realtà  criminale“.

Non bisogna generalizzare, anche perché è necessario salvaguardare la parte sana della comunità , i giovani che cercano di integrarsi. E´ però necessario rompere quella cortina di silenzio che spesso avvolge le indagini“.

La giornalista del Corriere, chiede allora a Grasso se le vittime dei reati collaborino:

Assolutamente no, spesso addirittura negano di aver subito il reato. Ma la difficoltà  per l´accertamento dei fatti non è soltanto questa. Il problema principale riguarda gli strumenti che abbiamo a disposizione“.

Penso alle intercettazioni telefoniche o ambientali. Per riuscire a capire che cosa dicono gli indagati bisogna avvalersi di interpreti che conoscano a perfezione i vari dialetti, ma la ricerca è complicata perché sono pochi e subiscono intimidazioni e minacce dei connazionali. Il nostro sistema giuridico non consente di occultare la loro identità  e quindi la maggior parte neanche accetta l´incarico. E poi mancano completamente i collaboratori di giustizia come invece avviene all´interno di altre organizzazioni mafiose“.

La giornalista, allora, chiede se vi siano problemi per l´identificazione dei sospettati:

E´ un problema serio, non a caso si dice che i cinesi non muoiono mai. Esiste un mercato clandestino di documenti che consente a chi arriva nel nostro Paese di utilizzare l´identità  di persone decedute. Spesso neanche le impronte digitali sono sufficienti ad avere un risultato certo. Ci vorrebbero tecniche più moderne come il prelievo del Dna o gli esami optometrici“.

La giornalista del Corriere, poi, fa riferimento al collegamento esistente tra Camorra e una parte della comunità  cinese. E Grasso così risponde:

La collaborazione nel mercato dei falsi è certamente una delle attività  più redditizie, nella rada del porto di Napoli ci sono sempre navi che scaricano merce. Ma ci risulta che accordi illeciti siano stati conclusi con altre organizzazioni criminali“.

Per quanto riguarda l´immigrazione clandestina e lo sfruttamento della prostituzione emerge una sorta di sinergia con gli albanesi. E poi c´è il traffico di droga che continua a essere uno dei settori chiave per il reinvestimento dei capitali e costringe i cinesi a stringere nuove alleanze. La possibilità  di potenziarsi stringendo patti con realtà  criminali diverse rende il pericolo sempre più forte e concreto soprattutto dal punto di vista economico“.

Anche a danno degli italiani, chiede la giornalista:

La loro disponibilità  di denaro e la capacità  di gestire i mercati all´ingrosso certamente penalizza i piccoli commercianti. E questo può generare situazioni di rischio o degenerazioni proprio com´è accaduto a Milano“.

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7 Responses to "Chinatown: tra integrazione e diffidenza"

  • prefe says:
  • camelot says:
  • camelot says:
  • pietro says:
  • lavinia says:
  • etienne64 says:
  • Beren says:
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