“Il liberismo è di sinistra”: recensione del libello scritto da Giavazzi e Alesina

Francesco Giavazzi foto

Allora, il sottoscritto è riuscito a ritagliarsi il tempo necessario per leggere il pamphlet di Giavazzi ed Alesina (“Il liberismo è di sinistra”, edito da il Saggiatore).° ° 

Questo post, null´altro è che una modesta e sbrigativa recensione del libro in questione.

Fatta, però, in maniera tale da riportare – parzialmente, s´intende – il contenuto del libello.

In modo che ciascuno possa giudicare quanto profonda ed imparziale, sia l´analisi dei due economisti.

Si parta da qui, dall´Introduzione:

“Il liberismo è spesso considerato un pensiero politico ed economico di destra. Imbrigliare i mercati, vincolarli e impedirne il funzionamento per raggiungere vari scopi sociali sarebbe invece di sinistra”.

“Non vogliamo addentrarci in una discussione filosofica su questi parallelismi anche perché giungeremmo alla conclusione che sono imprecisi”.

“In quella di centrodestra c´è una componente liberista ma c´è anche una componente determinante, la cosiddetta “destra sociale”, che non è certo una destra pro mercato”.

“Nel centrosinistra vi sono partiti che si definiscono comunisti e che liberisti certo non sono, così come non lo è una buona parte della coalizione che pure si definisce riformista”.

Questo, Alesina e Giavazzi scrivono a pagina 1. Nell´Introduzione.

Quindi cosa se ne dovrebbe dedurre?

Che il libro si ponga come obiettivo, quello di considerare in maniera imparziale l´operato economico delle due coalizioni, onde attribuire ad una di esse, la patente di coalizione (più) liberista. Non vi pare?

Infatti a pagina 15, parlando a proposito del centrosinistra, i due economisti mostrano la loro imparzialità :

“Se falliranno è perché non saranno stati capaci di spiegare che le riforme sono di sinistra e la conservazione dei privilegi di destra”.

Chiaro?

Poi, però, siccome i due luminari – i due professoroni – hanno le idee molto chiare (come no?), si addentrano, poco alla volta, nell´analisi dello status quo.

E facendo questo, finiscono per cadere in contraddizione.

Infatti scrivono:

“Il caso della recente riforma delle pensioni (voluta dall´Unione, ndr) è straordinario. E´ stupefacente come una palese redistribuzione da figli e nipoti a genitori e nonni sia stata fatta passare come una conquista di sinistra. A noi non risulta che Marx parlasse di lotta di generazioni, semmai di lotta di classe”.

“La sinistra italiana invece, e spesso non solo la sua ala radicale, opponendosi a riforme liberiste, finisce per difendere il privilegio”.

Quindi i due professoroni, attenendosi ai fatti, evidenziano come la sinistra difenda il privilegio. E ciò quantunque – 14 pagine prima – i due sostenessero l´esatto contrario. Vale a dire che è la destra a battersi per la conservazione dei privilegi.

Ma di contraddizioni del genere, è pieno all´inverosimile il libello.

Ah, una precisazione è d´obbligo.

I due luminari usano la parola “sinistra” con un´accezione smisuratamente positiva (e conformistica), cioè: per i due essere di sinistra – teoricamente, s´intende; perché i fatti che riportano, smentiscono l´assunto in questione – significa preoccuparsi degli “ultimi”, dei più indigenti, dei disoccupati ecc. ecc..

Peccato, però, che tutto il libello in questione, riesca solo – dati alla mano – a dimostrare che nel mondo intero è solo e soltanto la destra a risolvere i problemi dei meno abbienti.

Fatta questa premessa, andiamo avanti.

Pagina 19:

“Chi è più di sinistra? Chi vuole riformare alla radice il nostro sistema di welfare nell´interesse dei poveri e dei giovani (Riforma Maroni, ndr), oppure chi difende i fortunati che hanno un lavoro a tempo indeterminato e vanno in pensione a 57 anni?”.

La risposta non può che essere: è la destra italiana ad esser “più di sinistra”.

Ancora:

“Ridurre i vincoli ai licenziamenti riduce la disoccupazione, non la aumenta come molti vorrebbero far credere. Le imprese sono più disposte ad assumere se sanno di non entrare in una situazione contrattuale irreversibile (legge Biagi, ad esempio, ndr). L´esempio di alcuni paesi nordici e dei paesi anglosassoni parla chiaro: la disoccupazione cala quando ci sono sussidi temporanei per i disoccupati e si liberalizzano i licenziamenti (legge Biagi, ad esempio, ndr). Nessun economista serio potrebbe argomentare il contrario”.

“Chi è più di sinistra allora: chi vuol ridurre la disoccupazione o chi vuol difendere quelli che un lavoro che l´hanno già  a scapito di giovani che il lavoro non ce l´hanno?”.

Anche qui, la risposta non può che essere: è la destra italiana – che la Biagi ha introdotto – ad essere “più di sinistra” (nell‘accezione ruffiana di Giavazzi e Alesina).

Poi si arriva ad un capitoletto, che a noi di destra – già  solo per il titolo – non può che far ridere: “La meritocrazia è di sinistra”.

Frenate il ghigno beffardo, per favore. E attendete la disamina – sempre zeppa di contraddizioni – che i due luminari fanno.

A Pagina 29, i due futuri Nobel per l‘economia – avete dubbi al riguardo? – affrontano il tema della privatizzazione dell‘Università :

“Un aumento delle tasse universitarie di mille euro all´anno produce una riduzione del 6 per cento della probabilità  che uno studente vada fuori corso, senza che la media dei suoi voti si abbassi. Il motivo è evidente: un incentivo monetario stimola l´impegno a finire gli studi, senza influire sulla qualità . Semplicemente diventa più costoso “prendersela comoda”. Ecco perché spostare il finanziamento delle università  dai contribuenti agli utenti (gli studenti e le loro famiglie) ha effetti positivi. E, se questo è accompagnato da borse di studio per i meno abbienti – concepite per incentivare la conclusione degli studi entro i tempi previsti -, non penalizzerebbe i più poveri”.

Fin qui, quindi, i due scienziati hanno sostenuto che la privatizzazione dell´Università  – e l´introduzione contemporanea di alte borse di studio (per i poveri), utili per pagare le alte tasse universitarie che si renderebbero necessarie dopo la privatizzazione – favorirebbe in ogni caso i meno abbienti, e soprattutto i più meritevoli (in quanto l´incentiverebbe a finire prima gli studi).

Proseguiamo:

“La sinistra italiana (…) sembra invece convinta che il “diritto allo studio” sia garantito dalle tasse che i contribuenti pagano allo Stato. E´ falso. All´università  ci vanno soprattutto i ricchi e le classi medie, che potrebbero contribuire con una percentuale decisamente maggiore al costo delle spese universitarie (con una riduzione, tra l´altro, del carico fiscale, dato che più pagano gli utenti meno pagano i contribuenti). Borse di studio ben congegnate garantirebbero l´accesso all´università  a tutti i meritevoli e il sistema nel complesso risulterebbe più efficiente ed equo”.

Ora, come pensiate possa proseguire questo capitolo (dal titolo: “La meritocrazia è di sinistra”)?

In questo modo. Pagina 31:

“La sinistra italiana sbaglia nel non abbracciare senza “se” né “ma” la meritocrazia, un concetto che dovrebbe appartenere di diritto a una cultura riformista”.

Ecco, più saggiamente, i due luminari avrebbero dovuto intitolare il capitolo in questione, così: “La meritocrazia dovrebbe essere di sinistra”. Ma poiché non l´hanno fatto, continuano ad evidenziare contraddizioni nella loro analisi.

Pagina 36:

“L´università  italiana, come abbiamo già  avuto modo di notare, non è in grado di produrre capitale umano adeguato perché funziona pessimamente. Anche in questo settore, la mancanza di competizione significa difesa della potente lobby dei professori e barriere all´entrata di iniziative private”.

“Il modo per salvare le università  è metterle in concorrenza l´una con l´altra, abolendo il valore legale della laurea. Una strada che il ministro Fabio Mussi con le reiterate promesse di maggiori finanziamenti agli atenei è ben lontano dal percorrere“.

Quindi – a detta dei due, e nonostante il titolo del capitolo – la meritocrazia non è di sinistra, perché la sinistra – nei fatti, nelle politiche che produce – l´avversa.

Ma mica c´è solo questo!

Poco più sotto, infatti, i due luminari riescono a dimostrare anche l´esatto contrario di ciò che volevano (sempre considerato il titolo del capitolo).

Infatti scrivono:

“Negli anni ottanta Margaret Thatcher rivoluzionò le università  della Gran Bretagna ponendo i professori che avevano compiuto i 55 anni di fronte a una scelta: o accettare un modesto incentivo economico e ritirarsi, oppure rimanere, ma in tal caso avrebbero dovuto sottoporre la loro ricerca e la qualità  delle loro lezioni a una valutazione esterna che avrebbe determinato il finanziamento pubblico alla loro università “.

“La maggior parte lasciò, anche perché gli sguardi dei colleghi più giovani nei corridoi dei dipartimenti cominciavano a diventare imbarazzanti. A quei tempi si diceva (la sinistra italiana in testa, compresa quella parte oggi riformatrice che l´ha rivalutata con vent´anni di ritardo) che la Thatcher stava distruggendo le università  inglesi”.

“Invece, con parte del denaro risparmiato, le università  assunsero docenti giovani e furono libere di pagare di più quelli che altrimenti sarebbero emigrati negli Stati Uniti. Cominciò così la rinascita delle università  inglesi che oggi sono le migliori d´Europa e ben competono con quelle americane”.

Chiaro?

Andiamo ora al capitolo 4: “Riformare il mercato del lavoro è di sinistra”.

Smettetela di ridere, non è serio!

Ecco cosa scrivono i due luminari a pagina 63:

“Uno dei miti più falsi ma anche più radicati, sia in Italia sia in gran parte d´Europa, è che schierarsi dalla parte dei poveri, dei meno fortunati, quindi “essere di sinistra”, significhi opporsi ai licenziamenti e difendere i “posti di lavoro”, impedendo così alle imprese di attuare strategie che consentano loro di massimizzare il profitto. La verità  è molto diversa”.

“Negli anni cinquanta e sessanta, quando l´Europa aveva un mercato del lavoro meno regolamentato, forse ancor meno di quello americano, la disoccupazione era più bassa che negli Stati Uniti. Poi, dalla metà  degli anni settanta, la disoccupazione europea, ha cominciato a crescere rapidamente”.

“Il motivo si può individuare in una serie di leggi che imposero vincoli al numero di ore lavorate, indipendentemente dalla volontà  del lavoratore, resero difficili gli straordinari, la mobilità  interna all´azienda, introdussero la proibizione assoluta, o uno strettissimo controllo giuridico su ogni singolo caso di licenziamento. Il risultato è che per anni e anni i paesi dell´Europa continentale come Francia, Italia, Spagna e Germania hanno vissuto con tassi di disoccupazione superiori al 20 per cento”.

“Milioni e milioni di giovani non trovavano lavoro; decide di milioni di europei erano (e ancora sono) disoccupati”.

Poi arriva la contraddizione (con il titolo del capitolo):

“Proibire i licenziamenti e ostacolare la libera organizzazione della mano d´opera all´interno di un´azienda riduce l´occupazione, perché un modo per proteggere chi un lavoro già  ce l´ha e di ridurre il numero di assunzioni, a svantaggio dei giovani, compresi i più bravi e produttivi i quali sono certamente più poveri di un lavoratore che per anni ha goduto di un impiego protetto dai sindacati”.

Piccola domanda.

Chi è che in Italia vuole “proibire i licenziamenti e ostacolare la libera organizzazione della mano d´opera (…) a svantaggio dei giovani, compresi i più bravi e produttivi i quali sono certamente più poveri (…)”?

Detto questo e per concludere.

Il libello si sviluppa in 126 pagine: scorrevoli e godibili.

In nessuna di esse si riesce mai a dimostrare che il liberismo sia di sinistra.

In ciascuna, invece, si riesce a spiegare – ragione per cui il libro va acquistato – quanto il liberismo sia utile ai meno abbienti.

In molte pagine del pamphlet, inoltre, si racconta come cose giuste per i meno agiati, provengano spessissimo (per non dire quasi sempre) dalla destra. Purché s´intende: quest´ultima sia liberale e liberista.

Quindi: quello che qui e qui si sosteneva (prima di aver letto il libro), rimane ancora valido (dopo la lettura del libello). 😉

P.S. relativo al numero dei lavoratori cosiddetti “precari”: Eurostat riferisce che nel 2006, i lavoratori con contratti a tempo determinato erano 1 milione e 200 mila. Di questi, 500 mila hanno – nel frattempo – visto il loro contratto “trasformarsi” in uno a tempo indeterminato (quindi i lavoratori “precari” in Italia sono attorno ai 700.000). Inoltre, la percentuale dei “precari” (sul totale dei lavoratori) in Italia è pari al 12,3%. In Francia è pari al 13,4%. In Germania è pari al 14,5%. Nella Spagna del socialista Zapatero, la percentuale di precari – sul totale dei lavoratori – è pari al 33%. Lo dice Eurostat, non il sottoscritto. Grillo, quindi, è un mistificatore e un ciarlatano!

° 

8 Responses to "“Il liberismo è di sinistra”: recensione del libello scritto da Giavazzi e Alesina"

  • Sgembo says:
  • gigi says:
  • camelot says:
  • camelot says:
  • gigi says:
  • camelot says:
Leave a Comment