è nata “La Destra”: fascista

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Io sono un ex missino di 34 anni.° ° 

Al Movimento sociale italiano mi sono iscritto nell´89/90.

Avevo 16 anni. E frequentavo il primo liceo classico.

Il giorno della mia iscrizione (avvenuta grazie a Luca Ferlaino, figlio di Corrado, ex Patron della Società  calcio Napoli), ad inaugurare la sezione Chiaia – ubicata allora in via Piedigrotta – c´era Gianfranco Fini.

Conservo ancora gelosamente il suo autografo.

La sensazione che ebbi entrando in quell´ambiente, fu strana. Anche perché i partiti grondano di persone adulte. I giovani ci sono, ma son sempre troppo pochi.

E quando ti iscrivi ad un movimento politico, e sei piccoletto, beh: un po´ spaesato ti senti.

La sezione Chiaia era una sezione di finiani. Anche se al suo interno trovavano “ospitalità ” finanche i rautiani. I nostri “nemici” (e noi eravamo i loro).

Respirai da subito il clima “correntizio”: quello che rendeva il Movimento Sociale Italiano, eguale ad ogni altro partito. Finanche alla Democrazia cristiana.

Ero – come oggi – di destra. Lo sono ontologicamente. E per ragioni culturali.

Lo sono anche perché i modelli familiari con cui sono cresciuto, erano modelli di destra.

Mio nonno materno incarnava il volontarismo. E perché no: anche un pizzico di superomismo.

A nove anni iniziò a lavorare, vendendo quaderni in mezzo alla strada: non aveva di che mangiare. Alternative non v´erano.

E tuttavia, nonostante le umilissime origini, è divenuto uno degli imprenditori più importanti di Napoli.

Prova che sei hai carattere e talento, il fato ostile nulla può contro di te.

Mio padre – in gioventù socialista – si diceva liberale, all´epoca dei fatti di cui si parla.

Talmente liberale, che quando mi iscrissi al Movimento Sociale, fui costretto a tener nascosta la cosa: non avrebbe affatto gradito, diciamo così.

La mia militanza, dunque, come quella di tanti borghesi che – “certe cose non fanno, e certa gente non frequentano” – si svolse, all´inizio, nella totale clandestinità .

Il che a volte creava delle situazioni spassosissime. Se le si valuta ex post.

Ad esempio: se partecipavo ad una kermesse del partito – magari in un hotel – e la stessa veniva ripresa da emittenti televisive locali, dovevo nascondere – quantomeno il viso – per evitare che magari i miei familiari potessero “sgamarmi”. Vedendomi in tv.

Non vi dico: diecine di volte mi è capitato di supplicare (sic!) i teleoperatori, affinché non mandassero in onda alcuni spezzoni di video.

Conobbi l´interclassismo: nelle sue forme più spinte.

Nel senso che militavano con me, persone dalle più disparate condizioni economiche.

Ho fatto politica con “onorevoli”, disoccupati storici e professionisti.

Studenti delle scuole serali, contrabbandieri di sigarette e plurimiliardari.

Tutti eravamo uniti da Ideali: questo era il “cameratismo”.

Essenzialmente credevamo in una visione etica della vita.

Una visione che, però, molti di noi mai avrebbero imposto ad altri.

La democrazia l´accettavamo, senza profferir verbo. Tutti.

Respingevamo il “Sistema”, però: quello partitocratico e corrotto.

Che umiliava la Patria e i cittadini.

E il nostro richiamo al Fascismo – a volte salutato con le braccia tese – era il richiamo ad una visione onirico/utopica e cavalleresca: proiettavamo, insomma, in una fase storica “idealizzata”, ciò che vedevamo assente in quel momento.

Giustizia, etica e legalità . Amore patrio, fede e abnegazione.

Coraggio, sacrifico e disinteresse. Onore e merito.

La nostra militanza era condita dalla fatica e dal discrimine.

Ciò che facevamo suscitava ilarità  e sberleffi. Quando non ostilità  ed acrimonia.

Eravamo la spina dorsale del partito. Senza di noi, nulla sarebbe stato possibile.

Il danaro?

Mai nemmeno una lira: si faceva politica per gli Ideali. E gli Ideali non si coniugano – necessariamente – con l´interesse personale. Con l´utilitarismo.

Così ci capitava di affiggere i manifesti: magari fino all´alba.

Dovendo proteggerci dal freddo, dai sorrisi di sfottò delle prostitute che ci vedevano girare con scope, colla e secchi.

E avendo premura di guardarci le spalle dai “compagni”: ogni volta che uscivi, e volevi attaccar manifesti in certe zone (Piazza S. Domenico a Napoli, ad esempio), c´era sempre qualche gentile Autonomo, che ti esortava a levarti dalle palle.

La violenza – quelli della mia generazione – fortunatamente non l´hanno conosciuta.

Il discrimine, invece, sì. La ghettizzazione, l´impossibilità  di intavolare anche solo una discussione, erano ordinaria amministrazione.

Come l´essere giudicati razzisti.

Quest´ultima accusa, in particolare, era talmente vera che il sottoscritto – assieme ad una quindicina di altre persone, tra cui il mio amico Anastasio Tricarico (che s´è suicidato) e all´attuale vice capo dei servizi politici del Secolo d´Italia, Gimmy Fragalà  – per diversi mesi fece la “guardia del corpo” a tre somali. Tre persone di colore, evidentemente.

Condannate a morte dall´allora regime comunista di Siad Barre. E rifugiatesi in Italia – come, non lo so – grazie all´allora deputato missino, Massimo Abbatangelo.

I somali in questione era ospitati in una tenda che allestimmo in Piazza Dante, vicino alla Federazione del partito.

Io ed altri militanti facevamo la guardia del corpo a queste persone, nel senso che – siccome di sera tarda (e di notte) la Piazza citata era stracolma di tossici, gente ubriaca e clochard – la nostra presenza evitava che i suddetti somali, potessero esseri picchiati o altro.

Sicchè per diversi mesi, i miei sabato sera – anziché passarli in discoteca come i miei coetanei diciassettenni – li passavo in compagnia di queste persone di colore.

Però ero un razzista, io: ovviamente!

Le giornate erano cadenzate dagli impegni di partito. Lo studio poteva attendere.

Sicchè spesse volte si andava a scuola impreparati: se un prof t´interrogava, un “impreparato” o un due, erano il prezzo che dovevi pagare, per il tuo impegno.

La carriera o il carrierismo, nemmeno sapevamo cosa fossero.

Eravamo cavalieri, noi. O tali ci consideravamo. Ci bastava “lottare” per i nostri ideali: nessun premio in cambio chiedevamo.

Le “cariche” – quando le si otteneva – erano il premio alla militanza. Al sacrificio e al merito, mostrati nel sostenere la “Causa”.

Mai stati estremisti, noi. Mai.

La mia militanza, anzi – come quella di tutte le centinaia di persone che ho conosciuto – era improntata ad una normale – normalissima – moderazione.

Ho ricevuto la gratificazione di qualche incarico/carica: sono stato fiduciaro del Fronte della Gioventù nel mio liceo. Poi dirigente provinciale – settore “Stampa e propaganda” – delle medesima struttura.

Poi – dopo il suicidio del mio amico Anastasio – e per proseguirne l´opera, accettai di diventare Presidente del Fuan: la struttura universitaria del partito.

Avevo 19 anni. Ed ero oramai “solo”, senza il mio amico “Ana”.

Erano gli anni di Tangentopoli: per noi un sogno che s´avverava.

La vecchia partitocrazia vacillava sotto gli effetti di Mani Pulite.

Ogni giorno m´inventavo un volantino.

Lo confesso: abbastanza giustizialista.

Nel senso che appena arrestavano uno del pentapartito, aggiornavo il volantino precedente con la sua foto: e l´immancabile scritta rivolta a chi quel volantino avrebbe letto, fuori le università . “Voteresti mai, per i nipotini di questi qui?”.

Facile demagogia, ovvio.

All´età  di 22 anni, poi, presi la decisione di “mollare” tutto.

Dovevo continuare gli studi, e il venire meno del mio amico rendeva amaro il sapore della politica. Privo di ogni logica.

Quando Fini decise la svolta di Fiuggi, ne fui felice. Orgoglioso.

L´accettazione dell´antifascismo la consideravo una cosa sacrosanta.

Il mio percorso universitario, infatti, m´aveva – nel frattempo – portato a studiare la produzione legislativa del Ventennio.

E in essa non trovai quella visione etica della vita, che immaginavo, invece, il Fascismo avesse incarnato. Trovai tante pessime cose, che da fanciullo liceale non immaginavo. Né conoscevo.

Era una Dittatura, come tante altre.

Di sicuro non fu la peggiore. Ma chi elimina la libertà , è sempre un nemico del proprio popolo. Soprattutto quando affermi di volerlo, invece, proteggere.

Quando Fini disse che il “Fascismo fu il male assoluto”, ne fui rincuorato.

E per nulla deluso.

Non è una verità  storica, quell´asserto.

E´ una chiara presa di distanza. E´ un comunicare al mondo che Alleanza Nazionale non ha nulla a che spartire con il Fascismo.

Con le dittature e con la soppressione delle libertà  individuali.

E´ una Destra – altra e alta – Alleanza Nazionale: liberale e conservatrice.

E io in essa mi sento perfettamente a casa.

Perché ogni realtà  effettuale “è un divenir altro da sé con se stesso”.

E chi non è in grado di riconoscere delitti e crimini, orrori e sbagli, non è un nostalgico.

E´ un ottuso.

E infatti senza dignità  alcuna, afferma:

Quando a Fiuggi fu spenta la fiamma piangemmo lacrime di dolore. Oggi la riaccendiamo e piangiamo lacrime di gioia”.

Nessuno ci potrà  mai chiedere di andare in un´agenzia di viaggi, fare un biglietto per Gerusalemme per andare a maledire il fascismo“.

Meno male che sono usciti da Alleanza Nazionale!

73 Responses to "è nata “La Destra”: fascista"

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