Fini e Berlusconi nel Popolo della Libertà : la svolta storica al servizio della Nazione

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In queste ore contrassegnate dall´annuncio della formazione di una lista unitaria – cui prenderanno parte Alleanza Nazionale, Forza Italia e altri partiti minori della Casa della Libertà  -, gli italiani probabilmente saranno divisi sul giudizio da dare all´iniziativa.° ° ° 

Qualcuno penserà  che si tratti soltanto di un´operazione di facciata: Veltroni si presenta con un nuovo partito, dunque Fini e Berlusconi hanno voluto imitarlo.

Altri probabilmente saranno disorientati: ma come si fa a cancellare – con un tratto di matita – l´identità  di un partito (Forza Italia ovvero An), per confluire in tutta fretta in un nuovo soggetto politico?

In entrambi i casi, ovviamente, le obiezioni e i dubbi sono legittimi.

Anche se in parte sono frutto di conoscenze errate.

Il processo unitario nel centrodestra, infatti, non nasce oggi. Né ha preso avvio con la meravigliosa manifestazione del 2 dicembre 2006.

Il convincimento che nello schieramento contrapposto al centrosinistra, si dovesse dare vita ad un percorso unitario – e ad una fase di semplificazione -, è relativamente remoto.

E´ sufficiente, infatti, analizzare questo documento, per capire come fosse chiaro ai leader del centrodestra – già  nel 2005, ma in verità  anche prima -, che la configurazione della Casa delle Libertà  dovesse essere superata.

E che l´obbiettivo dovesse essere un partito unitario. Entro cui far convivere liberali e conservatori, laici e cattolici, tradizionalisti e libertari, riformatori e moderati.

Un obbiettivo beninteso ambizioso e storico, difficile quanto angusto.

Ma comunque necessario.

Necessario nell´interesse della Nazione: per dare risposte più incisive e coese ai problemi del Paese. Per ridurre la frammentazione partitica, e il potere di ricatto delle micro-formazioni.

Necessario per modernizzare l´Italia.

Per darle un quadro di opzioni programmatiche, idonee a metterla al passo coi tempi.

Necessario a superare la sterile e stantia contrapposizione, basata sugli ideologismi – funesti – del ‘900.

Necessaria, dunque, per ridisegnare il volto della Nazione. Assicurandole benessere, perequazione, ed un futuro meno incerto.

La scelta, dunque, di un soggetto unitario nel centrodestra – ma eguale discorso deve farsi in relazione al Partito democratico -, non è un´improvvisazione o un colpo di teatro.

E´ una risposta seria e rigorosa alle sfide di oggi e di domani.

Sfide epocali che nulla hanno a che vedere con le dinamiche del “secolo breve”.

Allora, i modelli di politica economica – bene o male adottati nei diversi contesti europei, ma non solo -, erano (quasi) ossequiosamente keynesiani.

Partivano, cioè, da una concezione sacrale dello Stato.

Inteso come “perfezione assoluta”, come unica entità  capace di assumere decisioni giuste, nell´interesse dei cittadini.

Valutavano come indispensabile l´intervento del Leviatano in economia (deficit spending).

Insomma il “secolo breve” stabilì – ovviamente con delle eccezioni -, il primato dello Stato/Padre/Padrone/Padrino.

Negli anni ‘80 (del ‘900, s´intende), qualcosa iniziò a cambiare.

Prospere apparivano quelle nazioni che, affidandosi a nuovi modelli economici (di chiaro stampo liberale e liberista), e a soluzioni bipartitiche: riuscivano a fronteggiare le nuove sfide di fine secolo, mentre altre nazioni arrancavano. O comunque realizzavano performance meno significative.

Le cose, poi, sono andate sempre più velocemente cambiando.

Fino a quando – in Europa – si decise di dare vita ad un percorso di integrazione (con il Trattato di Maastricht), culminato – per alcune nazioni – con l´adozione dell´euro.

Da allora anche l´Italia ha mutato pelle: ha rinunciato ad una moneta nazionale, alla possibilità  di mutare il Tasso di sconto, alla possibilità  di agire – sia pur limitatamente – sul tasso di cambio.

Ha rinunciato, soprattutto e segnatamente con il Trattato di Maastricht, alla possibilità  di ricorrere al deficit spending.

Alla possibilità , cioè, di far intervenire lo stato in economia. Con massicce “dosi” di spesa pubblica, per accrescere la “domanda aggregata”.

Ha accettato – il nostro Paese – che i modelli economici del ‘900 venissero accantonati (mi riferisco ai modelli keynesiani).

Per seguire modelli liberali che, ovunque – e se ben applicati – producono maggiore ricchezza individuale, diminuzione della disoccupazione, possibilità  per le classi meno agiate di migliorare la propria condizione di vita.

Il problema, però, è che malgrado le classi dirigenti del nostro Paese abbiano accettato le regole di Maastricht e la moneta unica, alla fine non hanno posto in essere politiche davvero liberali. E quindi coerenti e adatte al Trattato di Maastricht e all´adozione di una moneta unitaria.

Da qui, l´infinita serie di problemi economici che il nostro Paese si trascina dietro, da quasi tre lustri.

Mentre altre nazioni, infatti, hanno vissuto mutamenti profondi che hanno visto l´affermarsi di partiti “idonei” alle sfide nel nuovo secolo; da noi, invece, i paradigmi di riferimento sono rimasti quelli del ‘900!

Siamo l´unico Paese in Europa – e al mondo – ad avere 6 partiti che si richiamano al comunismo!

Siamo l´unico Paese in Europa – e al mondo – dove le forze politiche di centrodestra, teoricamente liberali e liberiste, a conti fatti, mostrano poca confidenza e contiguità , con i modelli economici liberali.

In sostanza: sono cambiate alcune variabili fondamentali, abbiamo perso la nostra moneta, abbiamo rinunciato all´intervento dello stato in economia, ma poi non abbiamo adeguato le “proposte politiche” dei partiti.

I quali hanno seguitato a proporre soluzioni incompatibili con le regole di Maastricht e con la moneta unica!

Perché è avvenuto tutto ciò?

Perché gli italiani – causa di ogni male della Nazione – sono un popolo conservatore, o meglio abitudinario.

Refrattario alle innovazioni e ai cambiamenti.

Diffidente verso il futuro e ogni prospettiva di modernità .

Gli italiani sono un cancro!

Un cancro che, evidentemente, si riflette appieno nella classe politica. Quest´ultima essendo lo specchio di chi la vota!

Da queste cause, gli effetti noti a tutti.

Mentre altre nazioni – penso alla Spagna o all´Irlanda – hanno scommesso sul futuro, dando vita a nuovi partiti, con programmi e soluzioni idonee alle trasformazioni epocali che il nuovo secolo portava con sé; noi italiani – bamboccioni e mammoni tutti -, abbiamo seguitato a parlare di partiti socialisti, di partiti democristiani e comunisti.

Ovunque in Europa – anche quella dell´Est – si risolveva problemi, si incrementava il reddito nazionale, l´occupazione, il benessere.

Da noi, invece, si discuteva di falce e martello, della rosa rossa o bianca.

Il 13 aprile, però, le cose potrebbero cambiare.

Quelli che lamentano l´immobilismo, l´assenza di cambiamenti e di decisionismo: hanno opzioni nuove e idonee alle sfide della modernità .

Possono scegliere di continuare a chiagnere e a fottere: in tal caso voteranno per “la Sinistra l´Arcobaleno”, piuttosto che per la Rosa Bianca o per il Centro di Starace.

Oppure possono scegliere di divenire una Nazione moderna. E un Popolo che affronti a testa alta il suo futuro.

Possono scegliere di gettare una prima pietra per l´edificazione di un nuovo sistema politico-partitico.

O di continuare ad essere una Nazione triste e arretrata: con mille partitini, con clientele a tutto spiano, con costi della politica esosi e privi di etica, con una Casta spocchiosa ed arrogante.

Insomma gli italiani sono innanzi ad un bivio: voltar pagina, o seguitare a lamentarsi.

Se si intende scegliere la prima opzione – il voltar pagina -, si deve votare il Popolo della Libertà  (o il Partito democratico).

Il cambiamento è a portata di mano.

Vedremo se gli italiani ne sono consapevoli.

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16 Responses to "Fini e Berlusconi nel Popolo della Libertà : la svolta storica al servizio della Nazione"

  • camelot says:
  • camelot says:
  • Gino Pieri says:
  • camelot says:
  • Politicrack says:
  • Shadang says:
  • Shadang says:
  • camelot says:
  • camelot says:
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  • Gab says:
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