Le inquietanti frequentazioni di Marco Travaglio

Marco Travaglio foto

Accadono cose davvero strane, ultimamente.

Tipo: il manettaro, forcaiolo, giustizialista e squadrista Giuseppe D´Avanzo, prende a sprangate il suo collega Marco Travaglio.

E la cosa ha dell´incredibile: perché i due – fino pochi mesi fa – erano accomunati da un medesimo sentire.

Riassumibile così.

Qualunque mezzo, qualunque sotterfugio: purché si “faccia fuori” Berlusconi.

Era la loro Religione, la loro Vocazione. Di più: la loro Missione.

Ah, dimenticavo: per chi non lo sapesse, Giuseppe D´Avanzo è un giornalista de La Pravda, alias La Repubblica. Il primo quotidiano d’informazione° per numero di copie vendute in Italia, nonché proprietà  dell´autoproclamatosi “tessera n.1 del Partito democratico“, vale a dire: Carlo De Benedetti.

Detto questo, vediamo cos´è accaduto tra i due antiberlusconiani.

Oggetto del contendere, sono le paroline dolci e delicate – leggasi contumelie – pronunciate da Marchetta Travaglio a “Che tempo che fa”. Quelle che hanno avuto per oggetto, il Presidente del Senato Renato Schifani.

Vediamo come il manettaro D´Avanzo ha commentato la performance televisiva del suo (ex) compagno di merende:

“E’ utile ragionare sul “caso Schifani”. E – ancora una volta – sul giornalismo d’informazione, sulle “agenzie del risentimento”, sull’antipolitica.

Marco Travaglio sostiene, per dirne una, che fin “dagli anni Novanta, Renato Schifani ha intrattenuto rapporti con Nino Mandalà  il futuro boss di Villabate” e protesta: “I fascistelli di destra, di sinistra e di centro che mi attaccano, ancora non hanno detto che cosa c’era di falso in quello che ho detto”. Gli appare sufficiente quel rapporto lontano nel tempo – non si sa quanto consapevole (il legame tra i due risale al 1979; soltanto nel 1998, più o meno venti anni dopo, quel Mandalà  viene accusato di mafia) – per persuadere un ascoltatore innocente che il presidente del Senato sia in odore di mafia. Che il nostro Paese, anche nelle sue istituzioni più prestigiose, sia destinato a essere governato (sia governato) da uomini collusi con Cosa Nostra. Se si ricordano queste circostanze (emergono da atti giudiziari) è per dimostrare quanto possono essere sfuggenti e sdrucciolevoli “i fatti” quando sono proposti a un lettore inconsapevole senza contesto, senza approfondimento e un autonomo lavoro di ricerca. E’ un metodo di lavoro che soltanto abusivamente si definisce “giornalismo d’informazione”.”.

Traduco per le anime belle, le paroline non proprio cortesi di D´Avanzo.

Il giovanotto in questione, con un linguaggio appena diverso da quello usato da Filippo Facci (e ripreso da questo fesso che vi scrive), in sostanza ha detto: “Non ci vuole° un piffero° a fregare un fessacchiotto – lui scrive: “un ascoltatore innocente” -, facendogli credere che il Presidente del Senato sia un mafioso. E tutto ciò è molto semplice, soprattutto ove si facciano passare per fatti – l´essere mafioso -, cose “senza approfondimento e un autonomo lavoro di ricerca“”.

E D´Avanzo, com´è facile constatare, non condivide che venga usato come “indice di mafiosità ” di Schifani “quel rapporto lontano nel tempo – non si sa quanto consapevole (il legame tra i due risale al 1979; soltanto nel 1998, più o meno venti anni dopo, quel Mandalà  viene accusato di mafia)”.

Gli stessi argomenti usati da Facci, lo schiavo di Berlusconi.

Ma il giornalista de La Pravda, continua:

“Le lontane “amicizie pericolose” di Schifani furono raccontate per la prima volta, e ripetutamente, da Repubblica nel 2002 (da Enrico Bellavia) (…)”.

Non se n’è più parlato perché un lavoro di ricerca indipendente non ha offerto alcun – ulteriore e decisivo – elemento di verità . Siamo fermi al punto di partenza. Quasi trent’anni fa Schifani è stato in società  con un tipo che, nel 1994, fonda un circolo di Forza Italia a Villabate e, quattro anni dopo, viene processato come mafioso”.

In sostanza D´Avanzo dice: “Noi manettari di Repubblica, il fatto in questione lo abbiamo scoperto nel 2002. Ma, oltre ad aver appurato questa frequentazione di Schifani (consumatasi trent´anni fa, quando le persone non avevano condanne per mafia, e mafiose non erano né tali si potevano considerare), nessun altro elemento nuovo siamo riusciti a rinvenire, semplicemente perché nulla esiste al riguardo. Talché, imputare ad una persona – come indice di mafiosità  – il fatto di aver frequentato 30 anni prima, individui che 20 anni dopo avrebbero avuto condanne per mafia: non ha né capo né coda”.

Infatti, aggiunge D´Avanzo:

“Si può allora dire che Travaglio è sincero con quel dice e insincero con chi lo ascolta. Dice quel che crede e bluffa sulla completezza dei “fatti” che dovrebbero sostenere le sue convinzioni. Non è giornalismo d’informazione, come si autocertifica. E’, nella peggiore tradizione italiana, giornalismo d’opinione che mai si dichiara correttamente tale al lettore/ascoltatore. Nella radicalità  dei conflitti politici, questo tipo di scaltra informazione veste i panni dell’asettico, neutrale watchdog – di “cane da guardia” dei poteri (“Io racconto solo fatti”) – per nascondere, senza mai svelarla al lettore, la sua partigianeria anche quando consapevolmente presenta come “fatti” ciò che “fatti”, nella loro ambiguità , non possono ragionevolmente essere considerati (a meno di non considerare “fatti” quel che potrebbero accusare più di d’un malcapitato)”.

Breve traduzione: “Marchetta Travaglio fa passare per fatti incontrovertibili e certi, alcune cose. Ma “bluffa sulla completezza dei fatti”. Quindi non fa “giornalismo d´informazione”, ma “giornalismo di opinione che” – però – “mai si dichiara correttamente al lettore/ascoltatore”. E mai si dichiara, per “nascondere, senza mai svelarla al lettore, la sua partigianeria anche quando consapevolmente presenta come fatti ciò che fatti, nella loro ambiguità , non possono ragionevolmente essere considerati”.

L´elemento divertente, è che le cose che dice D´Avanzo, dovrebbero essere di una ovvietà  assoluta per ogni persona dotata di intelletto.

Ma, dato il seguito di Marchetta, evidentemente così non è.

Il giornalista di Repubblica, continua parlando del modus operandi di Travaglio. Che considera:

“Un metodo di lavoro che non informa il lettore, lo manipola, lo confonde“.

Anche qui: la cosa in questione l´hanno capita finanche Francesco Totti e Gattuso!

Proseguiamo.

D´avanzo ha scritto anche un altro articolo, oltre a quello testé citato (per replicare a Marchetta).

Ed è interessante lo scritto di cui verremo a parlare, perché si arriva a gettare addosso a Travaglio, accuse di una gravità  inaudita. Roba che ci si sarebbe potuti attendere a carico – che ne so – di un Mastella o di un Cuffaro.

Ma procediamo per ordine. Scrive D´Avanzo:

Ancora oggi Travaglio (“Io racconto solo fatti”) si confonde e confonde i suoi lettori. Sostenere: “Ancora a metà  degli anni 90, Schifani fu ingaggiato dal Comune di Villabate, retto da uomini legato al boss Mandalà  di lì a poco sciolto due volte per mafia” indica una traccia di lavoro e non una conclusione“.

“Mandalà  (come Travaglio sa) sarà  accusato di mafia soltanto nel 1998 (dopo “la metà  degli Anni Novanta”, dunque) e soltanto “di lì a poco” (appunto) il comune di Villabate sarà  sciolto. Se ne può ricavare un giudizio? Temo di no. Certo, nasce un interrogativo che dovrebbe convincere Travaglio ad abbandonare, per qualche tempo, le piazze del Vaffanculo, il salotto di Annozero, i teatri plaudenti e andarsene in Sicilia ad approfondire il solco già  aperto pazientemente dalle inchieste di Repubblica (Bellavia, Palazzolo) e l’Espresso (Giustolisi, Lillo) e che, al di là  di quel che è stato raccontato, non hanno offerto nel tempo ulteriori novità “.

Non c´è bisogno di aggiungere alcunché: D´Avanzo non fa altro che ribadire come Marchetta riporti sempre lo stesso evento, avvenuto all´epoca delle calende greche, su cui non è mai emerso nessun illecito penale addebitabile a carico di Schifani. Il quale, però, Marchetta considera colpevole anche per aver lavorato – per guadagnarsi da vivere – presso un Comune siciliano.

Andiamo avanti, ancora D´Avanzo:

“Il nostro amico sceglie un comodo, stortissimo espediente. Si disinteressa del “vero” e del “falso“. Afferra un “fatto” controverso (ne è consapevole, perché non è fesso). Con la complicità  della potenza della tv – e dell’impotenza della Rai, di un inerme Fazio – lo getta in faccia agli spettatori lasciandosi dietro una secrezione velenosa che lascia credere: “Anche la seconda carica dello Stato è un mafioso…””.

“Discutiamo di questo metodo, cari lettori. Del “metodo Travaglio” e delle “agenzie del risentimento”. Di una pratica giornalistica che, con “fatti” ambigui e dubbi, manipola cinicamente il lettore/spettatore. Ne alimenta la collera. Ne distorce la giustificatissima rabbia per la malapolitica. E’ un paradigma professionale che, sulla spinta di motivazioni esclusivamente commerciali (non civiche, non professionali, non politiche), può distruggere chiunque abbia la sventura di essere scelto come target (gli obiettivi vengono scelti con cura tra i più esposti, a destra come a sinistra). Farò un esempio che renderà , forse, più chiaro quanto può essere letale questo metodo”.

Adesso prestate molta attenzione, perché arrivano delle rivelazioni mica da ridere:

“8 agosto del 2002. Marco telefona a Pippo. Gli chiede di occuparsi dei “cuscini”. Marco e Pippo sono in vacanza insieme, concludono per approssimazione gli investigatori di Palermo. Che, durante le indagini, trovano un’ambigua conferma di quella villeggiatura comune. Prova maligna perché intenzionale e non indipendente. Fonte, l’avvocato di Michele Aiello. Il legale dice di aver saputo dal suo assistito che, su richiesta di Pippo, Aiello ha pagato l’albergo a Marco. Forse, dicono gli investigatori, un residence nei dintorni di Trabia”.

Chi è ‘sto Marco? Chi è ‘sto Pippo? Chi è ‘sto Michele Aiello?

Presto detto, sempre da D´Avanzo:

Michele Aiello, ingegnere, fortunato impresario della sanità  siciliana, protetto dal governatore Totò Cuffaro (che, per averlo aiutato, beccherà  5 anni in primo grado), è stato condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. Pippo è Giuseppe Ciuro, sottufficiale di polizia giudiziaria, condannato a 4 anni e 6 mesi per aver favorito Michele Aiello e aver rivelato segreti d’ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Marco è Marco Travaglio“.

Cosa? Credo di non aver capito bene.

Cioè, Marco Travaglio ha fatto una villeggiatura con tale Giuseppe Ciuro, un tizio condannato per favoreggiamento e che ha aiutato il latitante (e mafioso) Bernando Provenzano? E in più, Travaglio avrebbe avuto pagata la villeggiatura da tale Michele Aiello, che è stato condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso?

Ohibò, roba da non credere!

D´Avanzo aggiunge:

“Ditemi ora chi può essere tanto grossolano o vile da attribuire all’integrità  di Marco Travaglio un’ombra, una colpa, addirittura un accordo fraudolento con il mafioso e il suo complice? Davvero qualcuno, tra i suoi fiduciosi lettori o tra i suoi antipatizzanti, può credere che Travaglio debba delle spiegazioni soltanto perché ha avuto la malasorte di farsi piacere un tipo (Giuseppe Ciuro) che soltanto dopo si scoprirà  essere un infedele manutengolo?”.

A questa domanda si può rispondere che, se si volesse applicare il “metodo Travaglio” – lo stesso che il giornalista ha usato per Schifani e per un´infinità  di altre persone -, non si potrebbe far altro che considerare il “fatto” in questione, come indice incontrovertibile del tasso di mafiosità  di Marco Travaglio. O quantomeno, come un elemento° passibile di gettare un´ombra indelebile e inquietante sullo stesso Travaglio.

I suoi seguaci – a rigor di logica – se volessero essere coerenti con il “metodo” del loro Guru, non potrebbero far altro che pervenire a tale conclusione.

Anche perché Travaglio ha confermato di aver fatto la villeggiatura con Ciuro.

Anche se ha aggiunto – ma c´è da credergli? – di aver pagato lui, l´albergo.

Ma questo è un dettaglio trascurabile.

Agli “atti”, infatti, rimarrà : che il Marchetta Travaglio ha trascorso una bella villeggiatura con un signore condannato per favoreggiamento; un signore che ha favorito la latitanza del mafioso Bernardo Provenzano.

Non si fa. Non si fa. Non si fa.

Ad una persona perbene – direbbe il Travaglio – cose di questo genere non possono capitare.

Se gli capitano – direbbe il Travaglio – la persona in questione non può ritenersi un galantuomo.

Bye bye, uomo senza macchia.

Leggi altre news su per il Popolo delle Libertà .


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