Pd e bipartitismo verso il collasso?

Scacchiera foto

Ho sensazione che non si capisca quanto grave sia la crisi che attraversa il Partito democratico; e quanto dalla soluzione della stessa, dipenda la tenuta di quel po´ di bipartitismo che abbiamo iniziato a sperimentare.° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° 

Le tensioni che scuotono il Pd, non sono solo affar loro. E men che mai sono qualcosa cui noi del centrodestra possiamo guardare con malevola soddisfazione, sperando possano tornarci utili.

Non è dall´indebolimento del principale partito d´opposizione, che il governo e la maggioranza trarranno benefici.

All´opposto: la possibilità  che nel partito di Veltroni si consumi una scissione o una lotta selvaggia per accaparrarsi la leadership, deve mettere in ansia anche il centrodestra. E in particolar modo: quanti vogliano davvero veder nascere il Popolo della Libertà  (come soggetto partitico unitario, e non come semplice lista elettorale).

Non è solo la guida di Veltroni, infatti, ad essere in discussione. E´ un progetto politico ad essere sotto processo.

Un progetto che ha portato due culture riformiste – quella ex comunista e quella dei “cattolici democratici” – a trovare riparo sotto un comune tetto: superando vecchie e anacronistiche diffidenze (reciproche). E tutto, per dare risposte moderne ed efficienti ad una Nazione che – politicamente parlando – è tra le più arretrate in Europa (dopo la Francia).

Non è solo il Loft ad essere sotto assedio: è l´idea stessa di semplificare il quadro politico, a vacillare sotto i colpi che vengono indirizzati al volto e al ventre di Veltroni, da vecchi e nuovi partitocrati. Il cui solo scopo è perpetuare la propria primazia politica (D‘Alema), anche a discapito dell´interesse generale.

Certo, è grottesco che solo dopo aver creato un partito, ci si ponga il problema della sua collocazione internazionale; dello sbocco europeo, e dell´ingresso in questa o quella famiglia politica. E´ grottesco.

Anche perché la collocazione in ambito europeo – o internazionale – è questione topica. Strettamente connessa all´identità , al progetto, alle politiche di cui ci si fa interpreti e promotori.

Non è questione che possa essere risolta dall‘oggi al domani – senza discussioni, convegni, congressi -, come se si stesse scegliendo se acquistare un paio di sandali, piuttosto che degli infradito.

Insomma: non è roba di cui dibattere in un tiepido principio d´estate. E´ questione che avrebbe dovuto essere già  discussa, vagliata, considerata con ponderazione. E cercando di creare le condizioni per una scelta largamente condivisa.

Il fatto, invece, che non si sia voluto scegliere; e che deliberatamente – anzi – si sia scelto di rimandare a “tempi migliori”, il momento di una decisione: è indice di un pressapochismo e di una strafottenza francamente disarmanti. Che dimostrano come il “prodismo” – inteso come attitudine politica a campare alla giornata, avendo come unico orizzonte il “giorno per giorno” -, sia una malattia dell´anima del centrosinistra italico; e non una caratteristica ascrivibile unicamente all´ex premier.

Tuttavia, la questione della collocazione europea sarà  risolta. E con relativa faciltà .

Dunque non è di questo che occorre occuparsi.

Questione prioritaria, infatti, è la sopravvivenza del Partito democratico: come soggetto “fusionista” e a “vocazione maggioritaria”. Ed è questione prioritaria, perché se “naufraga” il progetto del Pd: il Popolo della Libertà  mai verrà  alla luce.

Spinte – in casa Pdl – alla conservazione dello status quo, ovviamente se ne registrano. E se trovassero una sponda nelle vicende interne del Pd, potrebbero instaurare una reazione a catena, passibile di affossare – sul nascere – la genesi del nuovo soggetto unitario di centrodestra (e quindi il bipartitismo in salsa italica).

Dunque, non si può gioire – o godere – delle disgrazie in casa Pd. All´opposto, c´è da sperare che i loro problemi siano risolti e anche presto. E che prevalga chi è intenzionato a fare del nuovo contenitore di centrosinistra, un soggetto capace di intercettare i voti del centro (Veltroni e Rutelli); e non chi invece sogna un partito che riproponga – pur di vincere – le logore e nocive alleanze con la sinistra estrema (D‘Alema e Bersani).

E qui veniamo al dunque.

Perché il timore che ho, è che a sinistra non abbiano alcuna idea – dicasi alcuna – dell´identità  programmatica che il Partito democratico deve incarnare (per capirlo, fatevi un giro nella blogosfera di sinistra).

O meglio: ho il timore (leggasi: certezza) che esistano – all´interno del Pd – molteplici posizioni, al riguardo: finanche antitetiche tra loro (il che non sarebbe affatto un problema, in condizioni normali: vale a dire se ci fosse una “posizione maggioritaria”, decisa da un congresso; e “posizioni minoritarie” confinate all‘opposizione interna, e democraticamente silenziate, come dovrebbe avvenire con D‘Alema).

Insomma: cosa deve – o vuole – essere il Partito democratico?

Se l´obiettivo – come spero – è quello di creare una sinistra liberale, idealmente ancorata al New Labour di Blair, allora occorre perseverare nel portare avanti° le posizioni di Veltroni. Rompere i rigidi schematismi che vorrebbero la sinistra ostile al mercato, al merito, all´intraprendenza e all´impresa.

Ridefinire una identità , in cui la parola “eguaglianza” si declini sempre più inscindibilmente con la parola “libertà “. E da cui risulti chiaramente – senza tentennamenti e timori – come il sacrosanto obiettivo di emancipare gli “ultimi” dall´indigenza, non possa più essere attribuito allo Stato (se non in parte assolutamente residuale). Perché lo Stato non solo ha fallito in ciò: ma perché è il mezzo meno efficiente per raggiungere tale scopo.

Se l´obiettivo prioritario di una sinistra è garantire a milioni di persone l´affrancamento dalla povertà , allora è necessario che questa sinistra inizi a confrontarsi con la realtà ! Ad interfacciarsi con le dinamiche sociali, così come esse effettivamente si sviluppano (oggi!). Bandendo ogni forma di astratto utopismo – o ideologismo – che porta questa stessa sinistra, a non essere più a contatto con la “gente”. Ed a fraintenderne bisogni ed esigenze; aspettative e desideri.

Se gli operai – autentica avanguardia culturale nel nostro Paese – votano in massa a destra: è perché chiedono una rottura radicale, di sistema. Un affossamento del “consevatorismo sociale”, di cui la sinistra – anche il Partito democratico – ancora si fa portavoce.

Dal basso e da molto si leva un voce, che un tempo era flebile, e che oggi è divenuta un urlo: “Non vogliamo elemosina! Vogliamo la libertà  di essere artefici del nostro destino”.

La richiesta è la rimozione delle condizioni che di fatto inibiscono l´eguaglianza nelle opportunità  (al “punto di partenza”); e non la “redistribuzione” (fatta per di più aumentando le tasse ad alcuni, che poi ti fanno puntualmente pagare il conto vendendoti merci o servizi a prezzi maggiorati).

La richiesta è quella di una struttura politica e decisionale, che comprenda il valore sociale del dinamismo d´impresa (imposto dalla concorrenza internazionale e dalla globalizzazione); invece di vessarlo, con una tassazione oppressiva e che metta a rischio posti di lavoro.

Insomma: la contrapposizione capitale-lavoro, è da quel dì che è tramontata (il voto del Nord Est, è lì a ricordarlo a tutti!).

Anche la nuova frontiera di questo contrasto – il cosiddetto “precariato” giovanile -, è un fenomeno di nulla rilevanza, e che non può essere cavalcato politicamente. Se il nostro Paese, infatti, non fosse stritolato da un gravame – ingiustificabile – di tasse, leggi, vincoli burocratici° e lacciuoli giurassici: crescerebbe economicamente molto più di quanto non riesca a fare. E a crescita elevata e costante (ripeto: costante), la “precarietà ” – anche solo come suggestione di un disagio largo e condiviso -, tramonterebbe. Diverrebbe un brevissimo transito, in attesa di un orizzonte lavorativo più gratificante. Un trattino: minuto. Anzi, verrebbe vista per ciò che è: la garanzia – la certezza – di non essere condannati alla disoccupazione!

La consapevolezza – crescente nella “gente” – è che non si possa più continuare ad andare avanti così: con un sistema fondato su rigidità  e immobilismi, che oggi – che non possiamo più essere mediocri come Paese, perché non c´è più la lira, la svalutazione competitiva, e i Bot che ti regalano rendite del 20% grazie a cui “arrotondare” lo stipendio (come avveniva fino a 20 anni fa) -, risultano essere una campana che suona a morto.

E il requiem – questa, la percezione – suona per i meno abbienti, non per i ricchi.

Perciò da essi, si muove una richiesta di cambiamento e di inversione di rotta. Una richiesta di rupture.

Che, almeno a chiacchiere (e solo in parte), Veltroni dimostrava di voler intercettare, in campagna elettorale.

E la domanda di cambiamento, è su tutto. Si chiede che il tappeto – sotto cui per troppo tempo si è nascosta la polvere -, venga finalmente battuto a dovere; e che di quella polvere – ovvero: i fattori molteplici e strutturali di arretratezza che soffocano il Paese -, ci si disfi.

La sinistra liberale cui pensano Veltroni e Rutelli – che ripeto: è quella di Blair, e in parte quella di Zapatero (non per le “questioni eticamente sensibili”) -, è capace – almeno a chiacchiere – di affrontare i nodi strutturali del Paese.

Più mercato, meno tasse: più crescita e meno precarietà .

Più liberalizzioni, più concorrenza: salvaguardia del potere d´acquisto di pensioni e stipendi.

Meno stato e più “libertà  eguale” (ad esempio facilitando l´intrapresa imprenditoriale o professionale, di chi non abbia mezzi economici per farlo): più possibilità  di essere artefici del proprio destino.

Una sinistra siffatta, serve al Paese: perché assolutamente capace di fotografare la realtà , immaginando soluzioni “possibili”.

Ma se si sbaglia la diagnosi – e allora si pensa sia necessario un ritorno alla sinistra old style, e per di più alleata con i comunisti (come vorrebbe D´Alema) -, il rischio è che cada a pezzi – e crolli – quella fragile, minuta costruzione, che gli italiani hanno “eretto” con il loro voto qualche mese fa.

Una piccola palafitta di carta velina, che poggia sulle sabbie mobili. In balia di dinamiche oscure, ai più!

Il Partito democratico – indubbiamente anche per effetto di fattori contingenti ed irripetibili -, ha fatto il pieno di voti a sinistra. Non ha fallito, da questo punto di vista.

Non è riuscito a “sfondare” al centro – anche in questo caso: soprattutto o solo per effetto di fattori contingenti -, perché Casini correva da solo, e “presidiava” lui, l´area mediana. Ma l´anno prossimo – dopo le europee – Casini tornerà  all´ovile, nel centrodestra (salvo non voglia suicidarsi!).

L´analisi di D´Alema, dunque, è una puttanata! Le sue valutazioni, stupide.

Il Pd non deve spostarsi ancor° più a sinistra: anche perché questo farebbe uscire gli ex margheritini dal partito (e ciò manderebbe a farsi benedire il Pd stesso; e ridurrebbe in frantumi il Popolo della Libertà . Perché creare un partito unitario a destra, se non c´è più quello di sinistra?).

Il Pd – se lo capisce la sua classe dirigente – ha possibilità  enormi al centro: se continuerà  nel seguire la linea veltroniana (e rutelliana).

Certo, va messa nel conto una cattiva performance alle europee (una fuga di elettori di sinistra si registrerà  di sicuro, perché proveranno – per compassione – a far rivivere i comunisti almeno nel Parlamento europeo): ma non è un dramma.

Una linea politica vincente: si costruisce nel medio termine.

E con una buona legge elettorale: un doppio turno alla francese, ad esempio, o un proporzionale alla spagnola (e a fanculo un´altra volta i partiti dell´estrema sinistra, e i nanetti di centro).

C´è qualcuno che davvero sogna il ritorno ad un centrosinistra, come quello che ha governato fino a qualche mese fa?

Ma dico: quanto vi drogate?

Leggi altre news su per il Popolo delle Libertà .

29 Responses to "Pd e bipartitismo verso il collasso?"

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