L´Individuo e il gigante Brunetta

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Io ho un debole per le persone nella cui biografia, sia ricompresa la povertà  come vissuto personale.° 

E ancora di più: provo infinita ammirazione per chi, pur avendo avuto umilissime origini, sia riuscito a raggiungere traguardi lavorativi importanti.

Ho venerazione per persone del genere, perché mi ricordano mio nonno materno (che non c´è più).

Iniziò a lavorare a nove anni, vendendo quaderni in mezzo alla strada: perché era poverissimo. Moriva di fame.

E ciononostante, con impegno, costanza, abnegazione e talento: riuscì a diventare un bravo imprenditore. Perché tutto è possibile, nella vita: quando lo si voglia e lo si meriti!

Nell´Italia di oggi, quella dei giovani che desiderano tutto e subito – quella dei Peter Pan che lamentano i danni del lavoro precario -, forse almeno ogni tanto, parlare di persone che abbiano avuto come “punto di origine” la povertà , e poi da essa siano riusciti ad emanciparsi, serve.

Serve perché i giovani d´oggi pare nascano alla vita stanchi. Troppo adagiati nelle mollezza; poco inclini al sacrificio.

Vorrebbero fossero altri a fare sacrifici, onde garantire loro ogni agio e possibilità .

Mi riferisco al lavoro, ovviamente. E al fatto che lo si voglia sicuro, a vita e ben retribuito. Ma costruito sul sacrifico altrui.

Lo slogan che recano in mente, è questo: “Ho diritto al lavoro. Ma sono altri a dovermelo garantire: lo stato, le imprese. Non certo io! Rischi non ne voglio”.

Ecco: il rischio.

Il mettersi in discussione: ogni giorno. Senza paracadute, correndo il pericolo di precipitare giù nel burrone: e sprofondare.

Il gareggiare con se stessi, il crescere in continuazione: il migliorare (il migliorarsi).

Un tempo, i giovani venivano educati – pensate che fatto eccentrico! – dai genitori. E venivano educati alla valentia, al valore: all´eccellenza.

La disciplina, le regole, il fascino delle difficoltà  e del superarle: l´Abc estetico, il cibo dell´anima con cui si allevavano – con assoluta amorevolezza – i figli.

Quando non ci si affidava alla “società “: che non esiste (perché esistono solo le persone).

Quando, insomma, ancora veniva idolatrato l´Individuo. Considerato l´Alfa senza il quale è impossibile erigere una Nazione sana: perché per costruire una casa solida, non ci si può curare di avere attenzione prioritariamente del tetto. Prima occorre preoccuparsi delle fondamenta (l‘Individuo).

Ma l´Individuo – in quella calda stagione e certo non soltanto venefica che fu il ‘68 -, è stato condannato a morte.

Primo lo si è bistrattato, deriso, offeso, umiliato.

Poi gli si è sparato alla nuca. E se ne è bruciato il corpo.

E dalle sue ceneri – e dalla sua detronizzazione – un nuovo Idolo è nato: chiamatelo “collettivo”, chiamatelo “società “, chiamatelo “massa”. Chiamatelo, insomma, come vi pare.

Purché vi sia chiaro che è il nemico dell´Individuo. Che vive e vale, solo quando abbia valore e qualità ; meriti e talento.

Mentre il collettivo – sommatoria di tanti “meno” – è il luogo dove lo stare assieme dà  “valore”: quasi sempre a chi ne sia privo! E´ un rifugio, un riparo: una dichiarazione urlata di impotenza!

Meno per meno uguale più: il vantaggio che offre il “collettivo”.

Che un Individuo non ha: perché la sua completezza, il suo eventuale valore, dipende soltanto da se stesso.

E così sono venuti meno gli stimoli; i Valori.

Che non deve essere lo stato ad inculcare: ma i genitori!

Che hanno abdicato al loro ruolo; hanno finito per genuflettersi al “collettivo” e ai suoi rituali; e hanno preferito educare e preparare i figli non già  al valore e al valere: ma al “socializzare” (“mi raccomando, frequenta tante persone, e fai ciò che fanno loro: così sarai accettato e ben voluto“).

E forse senza volerlo, alla fine hanno tirato su generazioni di insicuri. Nelle cui menti hanno instillato l´idea che nulla vale, se non sia “condiviso”: patrimonio comportamentale e valoriale di tutti.

Un modo come un altro per pascere i “cuccioli”, facendoli venire su piagati dal conformismo.

Un tempo i genitori invogliavano – anzi: obbligavano – i figli alla lettura: si insegnava loro che il sapere è fonte prima di potere. Poter fare; potersela cavare.

Un tempo i genitori invogliavano – anzi: obbligavano – i figli allo studio della musica: un modo per abituarli alla disciplina e al superamento dei propri limiti. Che consentiva ai giovani di conoscersi. E di apprendere il bello: la prima porta per accedere al giusto.

Oggi i genitori – quelli che il ‘68, prima di tutto; il ‘68 soprattutto -, che fanno?

Al massimo si prendono la briga di invogliare i loro pargoli a giocare a calcetto.

Della loro anima non si prendono cura; del loro gusto nemmeno a pensarne.

Salvo, poi, premurarsi di sacramentare contro le “veline”: che inquinano le loro menti. E diffondo valori nocivi nella “società ” (che non esiste)!

Poveri, cazzoni: questa merda l´avete creata voi!

Se vi foste premurati – e se vi premuraste – di crescere i vostri ragazzi, insegnando loro Valori veri: nessuna velina, calciatore, tronista o shampista vario influenzerebbe la loro vita.

Ma siccome avete creato la “società ” (che non esiste!); il collettivo, la massa, il gruppo, il branco: ai vostri figli non è possibile pensare che esista un´alternativa al “così fan tutti”, al “così pensan tutti”, al “così voglion tutti”.

E quello che è un prodotto – sacrosanto e utile del mercato (le veline ecc.), perché genera ricchezza e occupazione per migliaia di persone; ed è soltanto intrattenimento, nulla in più! -, è diventato un “modello comportamentale”.

Perché avete insegnato ai vostri figli, a credere nei “modelli”. Quando l´unico modello possibile è l´Individuo: la sua identità  con se stesso; la sua libertà ; la sua libera autodeterminazione; la sua possibilità  di opporsi alle ingiustizie; di lottare contro le prevaricazioni; di stringere i denti e di non mollare mai, fino alla fine.

Ma se si uccide l´Individuo, il suo valore estetico e quindi morale: chi pensate possa credere che valga ancora la pena di lottare, per raggiungere qualunque traguardo, anche contro un destino avverso che ha voluto si nascesse poveri?

Se non si riscopre l´Individuo, si condanna la Nazione – mosaico di infiniti Individui (tasselli) -, alla morte.

E poiché la morte a me non piace, mi emoziona leggere le parole – di “vita e speranza” – pronunciate da Renato Brunetta:

Da bambino andavo a vedere i siori che mangiavano il gelato a San Marco. Soldi per i gelati io non ne avevo. Andavo a pescare i granchietti e le anguelle, quei pesciolini trasparenti, da fare fritti. E andavo a lavorare con mio padre“.

“Gondole di plastica nera. Vetri di Murano. Souvenir. Avevamo una bancarella in lista di Spagna, accanto alla stazione. E lì, sui marciapiedi di Cannaregio, ho imparato tutto. Il lavoro, il sacrificio. Conoscere la gente, parlarci”.

Vivevamo in nove in novanta metri quadri, con i miei due fratelli, mia zia vedova e i suoi tre figli. In affitto tutta la vita. Quando papà  finalmente mise da parte un po´ di soldi, comprò una Topolino usata; mamma ci rimase male, ancora adesso mi tormenta il pensiero che con quel denaro avremmo potuto comprare la casa”.

“In casa mia non c´era un libro. Io ho fatto le magistrali, sono maestro abilitato. Ma, un giorno, una giovane supplente mi disse: “Lei non si rende conto di essere diverso?”. “In che senso?”, risposi. “Non capisce che la sua mente è diversa?”. Quella supplente, che non ho più rivisto, mi cambiò la vita. Tornai a casa, parlai con la mamma. Lei capì”.

Cominciai a studiare il greco la notte, di nascosto. Fino a quando un professore, che aveva intuito, non mi fece tradurre l´epigrafe in greco dei Sepolcri di Foscolo. I compagni compresero. E si schierarono con me: il mio successo era il loro riscatto sociale. Mi amavano, anche perché finivo i compiti in un quarto d´ora e li passavo a tutti. Così ho dato l´esame per passare al Foscarini. Il figlio dell´ambulante, il piccolino, al liceo dei siori. Alla maturità  fui il primo della classe”.

1968: lo spartiacque:

“Ero contro. Fui cacciato dall´assemblea dei figli di papà  che chiedevano il 30 politico. Capii subito l´inganno: “Voi siete ricchi, io povero. Ma io ho la testa; voi no. Così voi chiedete voti uguali per tutti, per restare voi ricchi e io povero. Ma così mi fottete!”.

L´Individuo, prima di tutto.

Leggi altre news su per il Popolo delle Libertà .

16 Responses to "L´Individuo e il gigante Brunetta"

  • IoTomy says:
  • nicoletta says:
  • Gab says:
  • Gino says:
  • beiderbecke says:
  • IoTomy says:
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  • epicureo99 says:
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