Il “pacchetto clima” Ue è un freno

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Partiamo da una questione preliminare che, con l´oggetto del post, c´entra solo in parte.° ° ° ° 

Dunque, come noto, Berlusconi – qualche giorno fa – ha fatto un´esternazione da bolscevico, da catto-social-comunista:

Gli aiuti di Stato che fino a ieri erano peccato sono un imperativo categorico“.

Se gli Usa hanno investito così massicciamente nel settore dell´auto non c´è da scandalizzarsi anche da parte nostra, ove sia necessario, che gli Stati possano pensare di dare in qualche modo supporto alla loro industria automobilistica“.

A cosa accidenti si riferiva, il Cav.?

Presto detto.

Entro il 2012, per decisione della Ue, le aziende europee che producono autoveicoli, dovranno adeguarsi a standard meno inquinanti. Dovranno, insomma, creare vetture che vengano a caratterizzarsi per una minore emissione di Co2.

Trattasi di misura che ha un onere economico altissimo, per le aziende in questione. L´Acea (la Confindustria europea del settore automobilistico), infatti, stima in 45 miliardi di euro l´anno, il costo di tale adeguamento.

Giova ricordare, inoltre, che il comparto delle auto – in Europa – rappresenta complessivamente il 5% del Pil dell´Ue (che tradotto in denaro, fa 551 miliardi di euro annui). In più, tra occupati nel settore in questione – e occupati nell´indotto – il segmento di mercato in esame, dà  sostentamento a 10 milioni di famiglie.

Detto questo, Berlusconi ha fatto quella sciagurata sortita, perché in questa fase sì recessiva, si teme un brusco calo nel fatturato, nella produzione, nell´occupazione e nelle vendite dell´industria automobilistica (che già  da mesi, in Italia fanno registrare il segno “meno”). Dunque il Premier, facendo riferimento agli “aiuti di stato“, intendeva – almeno verbalmente – accogliere le richieste provenienti dai produttori d´auto. Che chiedono una cosa sola: sia lo stato ad assumersi (almeno in parte) l´onere degli investimenti in ricerca e sviluppo, per produrre vetture meno inquinanti. Altrimenti il settore rischia di sprofondare, data la crisi internazionale; e di espellere forza lavoro (con conseguenza che possono essere drammatiche).

Il sottoscritto, sia chiaro, rimane convinto che lo stato non debba cacciare un euro.

Tuttavia, andava chiarito il senso dell´intervento di Berlusconi, in quanto la Stampa di Regime tutta, non ha dedicato un solo rigo alla questione delle richieste avanzate dalla Ue, ai produttori europei d´auto. Dunque, alla più parte degli italiani, le parole del Cav. rischiavano di apparire assolutamente incomprensibili. Quindi, almeno qui, non ci si poteva esimere dal chiarire a quale tipo di “aiuti di stato“, alludesse il Premier.

Veniamo, ora, all´oggetto del post: il cosiddetto “pacchetto clima”, che l´Ue impone agli stati membri.

Cosa prevede, tale pacchetto?

Impone il cosiddetto 20/20/20. Vale a dire, ogni stato membro – entro il 2020 – dovrà  ridurre del 20% le proprie emissioni di Co2; dovrà  porre in essere misure che migliorino del 20% l´efficienza energetica; e dovrà  soddisfare il proprio fabbisogno di energia, per il 20%, attraverso fonti rinnovabili.

Tutto molto bello, tutto molto nobile, tutto molto etico.

Se non fosse, però, che ciascuna di queste misure ha un costo enorme: per l´Italia, così come per qualunque altra nazione europea.

Ciò che, tuttavia, rende particolarmente onerosi – soprattutto per il Belpaese – tali misure, è il ritardo cumulato dall´Italia nell´approssimarsi a tali standard.

A scanso di equivoci: questi ritardi, dipendono da governi di centrodestra come di centrosinistra.

Tuttavia, la maggiore responsabilità  deve attribuirsi all´ex coalizione guidata da Prodi, e solo per un motivo: perché al suo interno era presente quell´associazione di bastian contrari, che ha nome Verdi.

Il cui Capo – il cui Boss indiscusso – Pecoraro Scanio, ha posto una serie notevole di veti che, nel corso degli anni, hanno impedito al nostro paese di adeguarsi alle direttive europee, per rispettare la “tabella di marcia” (come nel seguito del post, si dirà ).

E adesso la patata bollente è tutta nelle mani del centrodestra. Costretto a fare la parte del Pierino, la parte di chi non fa i compiti assegnatigli, per colpe che solo in minima parte, sono proprie.

Prima di proseguire, però, è necessario fornire un ulteriore dettaglio.

Ieri, la Stampa di Regime – con in testa il Corrierino di Sinistra – ha segnalato con grande evidenza, alcuni screzi che sono venuti a registrarsi tra il Commissiario europeo all´Ambiente, Stavros Dimas, e il nostro Ministro dell´Ambiente, Stefania Prestigiacomo.

Oggetto del “litigio” tra i due: la stima dell´impatto sul Pil – in termini di costi – delle misure contenute nel “pacchetto clima” europeo.

Stavros Dimas ha accusato l´Italia di manipolare i dati. Di calcolare un‘incidenza sul Pil, maggiore di quella realmente prevedibile:

Cifre sproporzionate, sono allibito“, questo ha dichiarato il commissario europeo all´Ambiente.

Ma i dati forniti dal nostro governo, erano falsi? E di che numeri si parlava?

L´Italia – per bocca della Prestigiacomo – si è limitata a fornire semplicemente una stima (dei costi del “pacchetto clima”) realizzata, computata e redatta dalla Commissione europea.

La quale, come in casi del genere è ovvio, ha valutato diverse ipotesi di impatto e, quindi, diverse ipotesi di costo derivanti dall´applicazione del pacchetto in esame.

La Prestigiacomo, poveretta, si è limitata a “sposare” la stima meno ottimistica. Che quantifica in 18-25 miliardi di euro (l´1,14% del Pil), il costo dell´adeguamento. Mentre Dimas – che probabilmente ha poca conoscenza dell´ambito in cui lavora, quello dell´Unione europea -, ha citato un´altra analisi, sempre realizzata dalla Commissione europea, che fornisce un quadro più ottimistico: ipotizzando un onere, per l´Italia, quantificabile in 9-12 miliardi di euro (tra lo 0,51 e lo 0,66% del nostro Pil).

Si tratta, dunque, di due valutazioni contrapposte, certo. Ma entrambe fatte dalla Commissione europea. Dunque la Prestigiacomo non ha inventato alcunché. Si è limitata a ripetere “a pappagallo” ciò che gli euroburocrati hanno previsto. Con buona pace del diplomato in scuola di cinematografia Walter Veltroni, che – essendo poco aduso allo studio, alla lettura oltreché all´onestà  intellettuale; e avendo pochi argomenti per contestare il governo -, cerca sovente (come ieri ha fatto) di strumentalizzare qualunque evento, anche il più improbabile, pur di strappare un titolo di giornale. Altrimenti chi se lo filerebbe, il signor Nulla?

Ciò detto, però, va sottolineata una cosa assai rilevante. E cioè che i timori della Prestigiacomo – quelli secondo cui i costi per l´adeguamento agli standard del “pacchetto clima”, potrebbero con maggiore probabilità  ricalcare i dati della stima meno ottimistica -, sono condivisi da un ecologista storico e di sinistra: Chicco Testa, veltroniano, e già  presidente – negli anni ‘80 – di Legambiente.

Che ha dato ragione al governo italiano; rimproverandogli, però, di aver usato toni poco diplomatici:

L´Italia ha posto in maniera sbagliata un problema concreto“. E, nell´affaire Prestigiacomo-Dimas, al governo di centrodestra va datoil 50% della ragione“.

Perché?

La posizione dell´Italia è stata negli anni ipocrita. E´ noto da anni che gli obiettivi di riduzione delle emissioni di Co2 per l´Italia sono irraggiungibili, irrealistici“.

La colpa di chi è?

Di tutti i governi che si sono susseguiti dal 1996“.

Dal ministro verde Edo Ronchi che accettò come obiettivo la riduzione del 6,5%, mentre la Francia, che aveva le stesse nostre emissioni, non accettò alcuna riduzione“.

Scelta dettata:

Dalla volontà  di fare i primi della classe“.

Quanto alle responsabilità  dei Verdi:

Veti e pregiudizi hanno rallentato l´innovazione in alcuni settori. Penso alle resistenze che ci sono verso gli impianti eolici, idroelettrici o solari, per ragioni paesaggistiche. E con il ministro Pecoraro Scanio c´è stato un eccessivo immobilismo“.

La questione più importante, poi, è l´incidenza sull´economia – in termini di rallentamento della stessa – che il rispetto del “pacchetto clima”, potrebbe determinare:

E´ un problema reale“.

E´ la questione sta tutta qui: si è disposti ad accettare una cresciuta più contenuta dell´economia, minore occupazione, minore gettito fiscale, tasse più elevate pur di rispettare il “pacchetto clima”?

Per il sottoscritto, la risposta non può che essere no.

Stante la crisi economica internazionale, va necessariamente aggiornata la “tabella di marcia”: fissando standard più “elastici” ed economicamente più sostenibili.

Nessuno ha idea di quanto nefasto possa essere sull´economia “reale”, l´impatto della crisi internazionale.

Le priorità , ora, possono solo essere lo sviluppo, il rilancio dell´economia, il mantenimento di livelli occupazionali accettabili, e il sostegno alle famiglie e ai consumi.

Qualsiasi cosa confligga con questi obiettivi, va semplicemente accantonata.

Se volete, votate Ok.

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33 Responses to "Il “pacchetto clima” Ue è un freno"

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