Ma gli elettori del Pd cosa vogliono?

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27 giugno 2007, Walter Veltroni tratteggia l´identità  del suo Pd

“La possibilità  della scelta: questo è il principio da affermare e da far vivere. Questa è la chiave da consegnare all’Italia.

Agli italiani, che devono poter scegliere in modo lineare, pieno e consapevole chi dovrà  governarli per cinque anni. A chi governa, che deve avere gli strumenti necessari per guidare il Paese, per attuare il programma con il quale è stato eletto, per decidere.

Questa è la forza della democrazia, di una “democrazia che decide”. Delega e responsabilità . Equilibrio tra potere di decisione e potere di controllo. Con lo scettro affidato a coloro ai quali spetta in democrazia: i cittadini, il popolo che vota e che dopo cinque anni approverà  o boccerà  l’operato di chi li ha governati.

Ma la crisi del nostro sistema democratico, più volte richiamata dal Presidente Napolitano con l’amore per le istituzioni e il Paese che tutti gli riconoscono, non è solo legata alla legge elettorale.

E’ il sistema istituzionale, che in molti aspetti, deve cambiare. E’ ormai matura, sulla spinta della sollecitazione dell’opinione pubblica e della consapevolezza degli stessi gruppi parlamentari, una profonda riforma della politica.

(…) Perché una legge deve passare, per essere approvata, una o due volte in due rami del Parlamento? Perché il governo non può vedere approvate o respinte le sue proposte di legge in un tempo certo? Perché il Presidente del Consiglio non ha il diritto di proporre lui al Presidente della Repubblica la nomina e la revoca dei ministri? Perché non ridurre, a tutti i livelli, la numerosità  di tutti gli organismi elettivi? Perché, una volta sviluppato tutto il necessario confronto nelle Commissioni, non approvare la legge finanziaria senza lo stillicidio degli emendamenti in Aula?

Non possono passare anni per una decisione. Non possono essere decine di organismi a dare pareri, mettere veti, condizionare scelte. Non ci possono essere decine di istituzioni da cui un cittadino, un imprenditore o un amministratore deve passare prima di vedere realizzato un progetto.

L’Italia è diventata il Paese in cui tutti, a tutti i livelli, hanno il diritto di mettere veti e nessuno ha il diritto di decidere.

Più è lunga e sfilacciata la filiera delle decisioni, più si fa strada il fenomeno, che temo riemergere, della corruzione. Uno Stato semplice, non barocco, è uno Stato moderno. Quello che la storia e la pratica ci consegnano è invece una eredità  confusa e vecchia. Se di fronte ad ogni problema urgente gli amministratori e i cittadini sono costretti a chiedere poteri straordinari, è perché evidentemente quelli ordinari non funzionano.

E torniamo al tema: senza poteri democratici funzionanti, è tutto il sistema che si allenta, si smaglia, apre la strada a poteri illegittimi. Un Paese può perdere la sua democrazia per “eccesso” di decisione, ma può anche perderla per “difetto” di decisione. Gli italiani vogliono che il governo che guida il Paese possa assumere su di sé decisioni e responsabilità , e che e ne risponda. E vogliono sceglierlo. Come in altre democrazie, che funzionano.

(…) Basta. Dobbiamo farla finita con lo scontro feroce e con i veleni, con le polemiche che diventano insulto. Il Paese di tutto questo è stanco, non ne può più. E da tempo non perde occasione per dirlo. Per dire che non vuole una politica avvolta dall’odio, dove l’altro è un nemico, dove i problemi reali finiscono in un angolo o vengono affrontati con soluzioni temporanee.

Voltiamo pagina. Gettiamoci alle spalle un modo di intendere i rapporti tra maggioranza e opposizione che non porta a nulla. A nulla, se non a far male all’Italia.

Voltiamo pagina. La politica può essere diversa. Non c’è niente, tranne la nostra volontà , che impedisca la costruzione di un modo di intendere i rapporti basato sulla civiltà , sul riconoscersi reciprocamente.

Mi è stato più volte dato atto di non aver mai partecipato a questa degenerazione del confronto. In ogni caso continuerò così, anche unilateralmente. Continuerò a pensare che non c’è un titolo di giornale che valga più del rispetto di un avversario. Non una battuta volgare che possa essere accettata come normale da un paese non volgare.

Voltiamo pagina. Facciamo in modo, per la prima volta da quindici anni, che non si formino più schieramenti “contro” qualcuno, ma schieramenti “per” affrontare le grandi sfide dell’Italia moderna.

Che la nostra diventi la società  del rispetto, dell’apertura, del dialogo. Si può essere in disaccordo senza essere nemici. Si può far vivere una politica in cui si ammetta serenamente la possibilità  che l’altra parte possa anche aver ragione. Una politica in cui ci si scontri duramente su programmi e valori, ma capace di convivenza e rispetto istituzionale. Nessuno occupi, mai più, il Parlamento repubblicano sventolando giornali e striscioni (…).

Il Partito democratico che immagino e che spero si rivolge a tutti gli italiani.

L’Italia deve recuperare in pieno, e il Partito democratico anche a questo deve servire, il senso di un’appartenenza comune, il senso profondo di essere una nazione.

Una nazione unita. Un solo popolo. Una sola comunità .

Non ci sono due Italie, c’è un’Italia sola.

Non c’è un “noi” e non ci sono “gli altri”, quando si parla degli italiani.

E non ci può essere “noi” e “gli altri” nemmeno quando si tratta del rapporto tra fede e laicità . La cosa peggiore che il Paese potrebbe avere in sorte è la contrapposizione esasperata tra integralismo religioso e laicismo esasperato. E’ un paradosso insostenibile: il bipolarismo politico e istituzionale deve ancora diventare compiuto mentre a dominare la scena ci sarebbe un dannoso e paralizzante “bipolarismo etico”.

No, non può essere. La risposta è nella sintesi. Nel punto di equilibrio, che è dovere della politica e delle istituzioni cercare, tra il valore pubblico delle scelte religiose delle persone e la laicità  dello Stato. A nessun cittadino che abbia fede, quale essa sia, si chiederà  di lasciare fuori dalla porta della politica il proprio percorso spirituale e i propri valori. Anche i non credenti devono rispettare e tener di conto le opinioni di chi, mosso dalla fede, può portare alimento alla vita pubblica. Al tempo stesso, ognuno è tenuto a rispettare quel che la nostra Costituzione afferma e salvaguarda: la laicità  dello Stato Repubblicano.

Ed è la democrazia stessa a imporre, a chi è legittimamente mosso da considerazioni religiose, di tradurre le sue preoccupazioni in valori universali e in proposte concrete ispirate alla ragionevolezza, e non specifici della sua religione. In una democrazia pluralista non c’è altra scelta.

La politica, come è stato giustamente detto, dipende dalla nostra capacità  di persuaderci vicendevolmente della validità  di obiettivi comuni sulla base di una realtà  comune. E’ qualcosa che vale in particolare per temi come questi, come la tutela della famiglia, come la difesa dei diritti civili di ognuno. A guidarci c’è una Costituzione che indica principi comuni a tutti noi. A guidarci deve essere quel senso della misura, e dell’amore per la coesione della propria comunità , che deve spingere a cercare sempre un punto di incontro virtuoso che non mortifichi i convincimenti degli uni o degli altri.

Unire gli italiani, unire ciò che oggi viene contrapposto: Nord e Sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi.

Per questo nasce il Partito democratico. (…) il partito di chi crede che la crescita economica e l’equa ripartizione della ricchezza non siano obiettivi in conflitto, e che senza l’una non vi potrà  essere l’altra.

Il Partito democratico, il partito dell’innovazione, del cambiamento realistico e radicale, della sfida ai conservatorismi, di destra e di sinistra, che paralizzano il nostro Paese.

(…) ciò di cui l’Italia ha bisogno è un partito del nuovo millennio. Una forza del cambiamento, libera da ideologismi, libera dall’obbligo di apparire, di volta in volta, moderata o estremista per legittimare o cancellare la propria storia. Un partito che non nasce dal nulla, e insieme un partito del tutto nuovo.

L’Italia deve crescere, deve crescere e investire sulla sua competitività, sul talento e sulla creatività  dei suoi ceti produttivi, sull’unicità  della sua bellezza e della sua cultura (…).

Crescere e competere è possibile (…) Penso ad esempio alle medie imprese. Il Paese vive di questo. Sono il cuore dell’Italia che produce, a cominciare dal Nord, anche perché ciascuna di esse porta con sé nella competizione globale un gran numero di micro-imprese. Stanno creando sviluppo, sono una delle carte più alte che abbiamo in mano per raggiungere possibili futuri successi. Vanno sostenute, vanno aiutate a diventare grandi (…).

E’ più di una scelta. Deve essere nella natura del Partito democratico, fare questo. Dobbiamo saperlo: senza crescita, gli obiettivi di una grande forza dell’equità  e delle opportunità  sono destinati a soccombere.

La battaglia da sostenere, diceva Olof Palme, “non è contro la ricchezza, è contro la povertà “. Ricordiamole sempre, tutte e due le cose.

Superiamo allora gli odi, i rancori e le divisioni che impediscono di guardare con lucidità  alla situazione economica. La ripresa economica non è né di destra né di sinistra: è un bene per tutto il Paese, e tutti abbiamo il dovere di fare ciò che è necessario per prolungarla, rafforzarla, estenderla ai settori e ai territori che ancora non l’hanno agganciata (…).

(…) C’è poi un capitolo, del patto fra le generazioni, che dobbiamo avere il coraggio di non dimenticare. A carico di noi tutti, ormai da vent’anni, pesa un ingente debito pubblico, conseguenza dei conflitti sociali degli anni ’70 e dell’irresponsabilità  degli anni ’80. Anche questo, rischiamo di trasferire alle generazioni più giovani e ai nostri figli.

Con l’ingresso nell’euro abbiamo fatto il primo grande passo per permettere al Paese di andare oltre, di proiettarsi verso il futuro. Ma dobbiamo oggi progettare il passo ulteriore. Come spiegheremmo, in caso contrario, una simile inadempienza ai nostri figli?

Una politica finanziaria rigorosa, quindi, non è figlia dell’ideologia, ma della necessità . La necessità  di generare risorse per abbattere gradualmente il debito pubblico (…).

La pressione fiscale. So che l’artigiano, il commerciante, il piccolo imprenditore quando è leale col fisco – e lo sono i più – paga molto, troppo. So che trova insopportabili i costi che deve affrontare per rispondere ai mille adempimenti burocratici che sono la premessa del pagamento delle tasse. So che, ad esasperarlo, è la distanza tra ciò che paga e ciò che riceve in cambio, in termini di infrastrutture, di efficienza della Pubblica Amministrazione, di buon funzionamento del servizio giustizia e sicurezza. E so infine che questo imprenditore si trova spesso di fronte ad un’Amministrazione Finanziaria che chiede a lui puntualità  e precisione per ogni adempimento, ma è tutto meno che puntuale e precisa quando deve ridare al contribuente quei crediti che – specie nel caso dell’Iva – si fanno invece attendere per anni.

Non è con gli odi di classe che si sconfigge l’evasione. E’, al contrario, attraverso il convincimento e l’adesione ad un comune progetto per la società . E’ attraverso la semplificazione del sistema tributario e dei suoi adempimenti. E’ con la trasformazione dell’amministrazione fiscale in soggetto che offre un servizio ai cittadini e alle imprese utilizzando condizioni il più possibile amichevoli e poco invadenti.

(…) L’evasione è il cancro che corrode il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato: se il livello della pressione fiscale italiana è ormai paragonabile a quello dei grandi paesi dell’Europa continentale, il più elevato livello di evasione ci dice che – sui contribuenti onesti e leali – siamo giunti a un carico elevatissimo, da record europeo. Il rischio è che si precipiti in un circolo vizioso: le innovazioni legislative funzionali alla lotta all’evasione mettono nuovi compiti burocratici e nuovi costi a carico dei contribuenti che già  pagano; altre innovazioni legislative innalzano le aliquote o allargano le basi imponibili, mentre quelli che evadono tutto o quasi restano al riparo dalle une e dalle altre.

Mi chiedo se non si debba lavorare a un profondo ripensamento di tutto questo, per entrare in una spirale virtuosa: man mano che lo Stato abbassa le aliquote e semplifica gli adempimenti, i contribuenti accrescono il livello di fedeltà  delle loro dichiarazioni, e la loro recuperata fiducia nello Stato crea quel clima di condanna sociale dell’evasione che oggi manca.

(…) Pagare meno, pagare tutti: in questi lunghi anni che ci stanno alle spalle, questo indirizzo è stato interpretato nel senso che solo quando tutti avranno preso a pagare tutto, secondo le aliquote elevate oggi in vigore, solo allora si potrà  far pagare meno, cioè ridurre le aliquote, ottenendo un gettito pari. Mi pare di poter dire che i risultati delle diverse stagioni politiche non depongono a favore di questa strategia (…).

4) La sicurezza. Cominciamo con l’essere chiari: nessuno scrolli le spalle o definisca razzista un padre che si preoccupa di una figlia in un quartiere che non riconosce più. La sicurezza è un diritto fondamentale che non ha colore politico, che non è né di destra né di sinistra. Chi governa ha il dovere di fare di tutto per garantirla.

Avendo ben presente il presupposto: integrazione e legalità , multiculturalità  e sicurezza, vivono insieme. Insieme stanno. Insieme cadono. Chi viene da lontano per scappare dalla fame e dalla guerra non può che essere almeno accolto da un Occidente egoista e avido. Ma per chi ruba ai cittadini quel bene prezioso che è la serenità  c’è solo una risposta, ed è la severità  e la fermezza con cui pretendere che rispetti la legge e che paghi il giusto prezzo quando questo non accade, quale che sia la sua nazionalità . Chi viene qui per fare male agli altri o per sfruttare donne o bambini deve essere assicurato alla giustizia, senza se e senza ma.

(…) Le politiche sociali, i processi di inclusione, sono importanti, lo sappiamo bene. Ma insieme, e siamo noi a poter coniugare le due esigenze, dobbiamo pensare ad un modo nuovo di assicurare e aumentare la presenza dello Stato sul territorio. C’è un problema di efficacia e c’è un problema di rassicurazione, perché ci sono i reati che tolgono la sicurezza reale e c’è la percezione dell’insicurezza. Anche questa merita risposte.

Più gente per strada, di questo c’è bisogno. Pensiamo solo a quale salto nei livelli di tutela della sicurezza delle persone e delle imprese si otterrebbe se tutto il personale che veste una divisa delle forze dell’ordine venisse liberato, tramite un processo di mobilità , dalle attività  amministrative per essere impiegato a presidio del territorio, laddove i cittadini onesti – e anche i delinquenti – possano “sentirne” la presenza fisica (…)”.

Giusto un breve commento.

Veltroni non è stato costretto a dimettersi solo a causa delle congiure interne al Pd. Veltroni è stato costretto a dimettersi perché chi lo ha votato – gli elettori di sinistra, in primisha dimostrato di non essere all´altezza del progetto da lui proposto.

Walter, pur stando all’opposizione, le cose summenzionate ha provato a farle. Fin quando non si è reso conto che, comportandosi in maniera seria e responsabile – nonché conforme a quanto promesso in campagna elettorale -, il suo partito perdeva voti – nei sondaggi – a beneficio di Di Pietro.

Ecco perché un esame di coscienza dovrebbe farselo innanzitutto l’elettorato di sinistra. Forse vive ancora nell´800. Forse ha votato per il Pd senza averne mai nemmeno letto il programma (di sicuro senza aver mai ascoltato o letto il discorso riportato in questo post).

Insomma: se il Pd oggi è allo sbando, è anche colpa dei suoi elettori.

Sono loro ad aver tradito il partito; non viceversa.

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27 Responses to "Ma gli elettori del Pd cosa vogliono?"

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