Diario della crisi – Febbraio, un Paese non allo sbando

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Non saranno certo i governi – con le loro scellerate politiche d’incremento della spesa pubblica finanziata in deficit -, a risollevare le sorti delle nazioni piagate dalla crisi economica internazionale; e men che meno saranno le ricette degli economisti – che, come noto, d’economia capiscono ben poco (se ne capissero a sufficienza, farebbero gli imprenditori) -, a rimetterci in carreggiata. 

A farci uscire tutti dalla crisi, saranno solo e soltanto due categorie di soggetti: gli imprenditori e i consumatori.

Le uniche cose sensate che i governi possano fare, dunque, è adottare misure per facilitare la sopravvivenza delle imprese (e la nascita di nuove), e per incrementare il potere d’acquisto – o quantomeno la fiducia – dei consumatori (cui vanno aggiunti interventi di ampliamento degli ammortizzatori sociali).

Inoltre, e come dovrebbe essere chiaro a tutti (?), l’Italia – in termini di sistema imprenditoriale – ha poco o nulla a che vedere con qualsivoglia altra nazione occidentale (ciò che nessun manuale di economia aziendale, piuttosto che di micro o macro-economia mette in evidenza). Da noi, infatti, il sistema capitalistico è ad un livello poco evoluto; le nostre imprese sono un unicum che le rende imparagonabili a quelle di altre nazioni; il nostro capitalismo è in larga parte fatto di micro-aziende, a conduzione familiare, che passano di padre in figlio, che non ricorrono quasi mai all´ausilio di manager, che pochi – o nulli – investimenti finanziari fanno (fortunatamente!), e che sono in numero sì alto da renderne quasi impossibile un censimento completo. Per questo l´Italia è una realtà  a sé stante; una realtà  che, tranne una ristretta cerchia di “illuminati” – come Giuseppe Bortolussi della Cgia di Mestre (uno dei pochi che capisca d´economia in Italia) – nessuno riesce né a comprendere né a spiegare. Politici ed economisti in primis, s’intende.

Di difficile comprensione, poi, è anche l´atteggiamento dei nostri consumatori. Che, almeno in parte, stanno comportandosi in modo differente rispetto ai consumatori di altre nazioni. Anche perché abitualmente hanno caratteristiche o atteggiamenti diversi: una maggiore propensione al risparmio, un minore ricorso all´indebitamento per finanziare i consumi, una ricchezza patrimoniale (leggasi: casa) che difficilmente riscontra eguali.

Insomma: l’Italia e gli italiani sono un’altra cosa.

Per questo, più di tante chiacchiere, può servire a comprendere lo stato del nostro Paese, un’analisi attenta e articolata fatta dal Censis; che da mesi, con il suo “Diario dell´inverno di crisi“, ci racconta cosa sta avvenendo in casa nostra.

Diario della crisi 2 – Febbraio, un Paese non allo sbando (ve lo riporto come ieri è apparso su Il Riformista, alle pagine 2 e 3):

“Anche nell’ultimo mese, si sono susseguite notizie allarmanti sulla situazione economica:

– più 553 per cento di cassa integrazione a febbraio rispetto allo stesso mese dell´anno precedente;

– meno 2,6 per cento la previsione della variazione del Pil nel 2009 secondo la Banca d´Italia;

– crollano i consumi;

– affondano di nuovo le Borse.

Di fronte ad un’informazione così negativa, la reazione degli italiani sembra essere improntata a una sostanziale razionalità , anche con ampie zone di disimpegno e con comportamenti “a prescindere” dalla crisi. Una certa freddezza o indifferenza che ritrae, a febbraio, un Paese non allo sbando, ma che procede verso una razionale distribuzione dei rischi:

– sul piano territoriale, dove, a fronte di distretti in affanno, vi sono aree che continuano a dimostrarsi vitali;

– nel mercato del lavoro, dove coesistono componenti sociali protette e tutelate e tipologie di lavoro professionale e autonomo maggiormente esposte ai rischi;

– sul piano sociale, dove i precari che rischiano il posto o i nuovi disoccupati possono sempre trovare sostegno nelle finanze familiari garantite dai lavoratori dipendenti a reddito stabile.

Non ci si può nascondere, tuttavia, che è cominciato un periodo di compressione sociale dagli esiti ancora imprevedibili.

Reazione razionale e pragmatica.

Il giudizio diffuso, che attraversa anche i media e le dichiarazioni istituzionali, è di grande apprensione per la congiuntura economica. Ma è un messaggio che contiene anche, più o meno implicitamente, un invito al disimpegno, poiché sembrerebbe che nessun comportamento individuale, possa modificare la situazione attuale, anzi proprio la modifica dei comportamenti potrebbe innescare una spirale di crisi ancora peggiore.

Niente panico e nessuna reazione irrazionale: questa sembra essere per ora la risposta degli italiani, anche se la mancanza di reazioni irrazionali rischia di diventare l´assenza di reazioni in assoluto.

Alla domanda “Cosa pensa di fare per tutelarsi nell´attuale situazione economica”, l´8 per cento degli italiani risponde di sentirsi confuso e di non sapere bene cosa fare, solo l´1,4 per cento teme che dovrà  indebitarsi, come tutto sommato pochi sono quelli che intaccheranno i risparmi accumulati (7,8 per cento).

Il grosso degli italiani attuerà  strategie di contenimento e di razionalizzazione delle spese: il 43,2 per cento cerca di risparmiare di più e il 15,5 per cento non vuole rinunciare a nulla anche se cercherà  di spendere meno. Il 22,2 per cento pensa di tagliare i consumi, mentre un 12,5 per cento non farà  assolutamente nulla.

Rispetto allo scorso mese di ottobre, aumentano gli italiani che manifestano una propensione al risparmio (più 9,3 per cento) e diminuiscono coloro che annunciano tagli futuri dei consumi (meno 3 per cento).

In effetti, una delle basi reali che giustificano tanto freddo pragmatismo sta nell´alto tasso di risparmio della società  italiana. Anche nel mese di gennaio il tasso di variazione percentuale annuo della raccolta bancaria è rimasto al 10,2 per cento portando il valore complessivo a 1.784 miliardi di euro.

Il primo e più importante ammortizzatore, non solo economico, ma anche psicologico, della crisi è proprio la grande liquidità  delle famiglie, a cui si aggiunge una forte patrimonializzazione, specie immobiliare.

I tassi di indebitamento delle famiglie italiane, inoltre, sono assai contenuti. Il rapporto tra il debito delle famiglie e il Pil è del 46,3 per cento. Sulla stessa linea è l´indebitamento delle imprese private, che non supera la media europea, compensando l´alto valore del debito pubblico.

I comportamenti “a prescindere”.

Molti italiani sembrano comportarsi “a prescindere” dalla crisi. Molto se ne parla, molto se ne discute, il clima è sempre più pesante, ma tutto ciò non sembra incidere in modo significativo sui loro comportamenti, che continuano a seguire le abitudini di sempre.

Agli annunci ci si abitua, se tardano ad arrivare gli effetti concreti della crisi nella vita quotidiana. Basti pensare che le ore di cassa integrazione ordinaria, che a febbraio sono più che quintuplicate rispetto allo stesso mese dell´anno precedente, rappresentano solo l´1 per cento del totale delle ore lavorate in Italia. D’altra parte, la stagione invernale registra un più 6 per cento delle presenze in montagna rispetto allo stesso periodo dell´anno precedente.

Certo, si tratta di un segmento medio-alto e di un pubblico di appassionati, ma la settimana bianca resta comunque un´abitudine che si vuol mantenere a prescindere dalla crisi. Magari si risparmia sui fattori accessori, va diffondendosi una certa oculatezza nelle spese, ma l´impressione è che alla qualità  della vita non si voglia rinunciare.

Solo il 16 per cento degli italiani, infatti, se fosse costretto a tagliare le spese non indispensabili, ridurrebbe le cure per il corpo, preferendo tagliare (o procrastinare) l´acquisto dell´autovettura (33,8 per cento) o di prodotti elettronici (25,5 per cento). Sono, tuttavia, i viaggi (48,2 per cento) e i pasti fuori casa (35 per cento) le principali voci in riduzione nelle previsioni di spesa della generalità  dei consumatori.

E’ significativo che negli ultimi mesi la grande distribuzione abbia registrato uno spostamento del 10 per cento dei consumatori da prodotti di marca a prodotti generici nel settore dei saponi, mentre nel settore, assolutamente simile, ma evidentemente più legato a un concetto di benessere personale, degli shampoo, tale spostamento è stato solo del 4 per cento.

Sulla stessa linea si muovono i consumi alimentari. Non si ravvisa un generale spostamento da prodotti di marca a prodotti generici o più economici, ma un cambiamento mirato nelle abitudini di acquisto. Ai prodotti cui si attribuisce un importante valore personale non si rinuncia. Infatti, le vendite non solo tengono, ma anzi si incrementano, come il vino Doc che lo scorso anno ha registrato un più 7 per cento di vendite.

E’ vero che i consumi a febbraio sono fortemente rallentati, ma in buona parte risentono del crollo delle vendite delle auto. Tuttavia, se si osserva il dato degli ordini, già  in febbraio gli incentivi sembrano sortire alcuni effetti: il mercato ha registrato oltre 220.000 contratti, il 4 per cento in più rispetto ai 213.000 del febbraio dello scorso anno. Anche in questo caso si tratta di un atteggiamento razionale e adattivo: gli italiani hanno rinviato un acquisto sapendo che presto avrebbero ottenuto condizioni più vantaggiose.

Compressione.

L’impressione che si coglie in questi mesi è che la crisi sia vissuta molto individualmente e poco collettivamente.

E’ una crisi che tocca individualmente e individualmente viene affrontata: le difficoltà  sono assai differenti ed esistono strategie differenti per affrontarle, anche se tutte sono improntate all´adattamento e all´assestamento continuato. E, giovano, in tal senso, i personali ammortizzatori e le forme di compensazione, come la rete di protezione e sostegno familiare o i risparmi accumulati.

I disagi restano distanti, e anche per questo non si assiste a nessuna mobilitazione collettiva, le reazioni semmai sono individuali: difficoltà  differenti e con intensità  differenti non innescano reazioni sociali, ma solo, almeno per il momento, tanti piccoli adattamenti personali.

Il rischio, quindi, se questa situazione dovesse perdurare, è quello che in Italia si determini una situazione di progressiva compressione. Una situazione in cui chi può, o chi non può farne a meno, mette sotto pressione gli anelli della filiera a sé contigui, innescando così un meccanismo di compressione a catena:

– le imprese premono sui lavoratori atipici e sui subfornitori, non rinnovando o riducendo l´orizzonte temporale dei contratti;

– la grande distribuzione preme sui fornitori, spuntando condizioni migliori e riducendo i margini;

– i tour operator premono sugli albergatori per avere prezzi più bassi, con riduzioni anche del 30 per cento rispetto all’anno precedente;

– molti clienti finiscono per mettere sotto pressione i prestatori di servizi ritardando i pagamenti;

– le banche mettono sottono pressione i clienti, specialmente le Pmi, non tanto rispetto alla concessione dei mutui, quanto magari rallentando gli anticipi sulle fatture emesse;

– gli importatori premono sui produttori locali, cercando di immettere prodotti a prezzi più vantaggiosi, specie nel settore alimentare, in cui esistono grandi scorte, deperibili, stoccate e invendute, anche in molti Paesi Ue;

– infine, anche il consumatore è molto più consapevole che in passato della sua capacità  di mettere sotto pressione, con le sue scelte, tutto il sistema della produzione e distribuzione.

Si tratta evidentemente di categorie molto differenti tra loro e il cui livello di pressione è assai differenziato: per ora è difficile, quindi, che possano aggregarsi o che possano riconoscersi in un movimento che in qualche modo le rappresenti.

Una compressione di questo tipo potrebbe anche avere effetti benefici, almeno finché rimane a questi livelli, perché potrebbe contribuire a razionalizzare il sistema nel complesso e a renderlo in definitiva più efficiente. Inoltre, la compressione favorisce la selezione dei soggetti all’interno dello stesso universo: tenderanno ad emergere i migliori, i più capaci o i più forti, anche se per ora è troppo presto per sviluppare analisi sugli effettivi risultati”.

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