Censis, Diario dell’inverno di crisi: Marzo, la reazione alla crisi ha quattro velocità

Censis, Diario dell’inverno di crisi:

La reazione alla crisi ha quattro velocità. Dopo mesi di incertezza passati a cercare di decifrare i tratti della crisi, comprenderne l’intensità e soprattutto prevederne la fine, la società italiana inizia a mostrare i primi segni di reazione. Alcuni player ripartono, inaspettatamente gli enti locali assumono un protagonismo inedito nella fase di difficile congiuntura, la finanza è ancora in fase di assestamento, e il “corpaccione” sociale sembra diviso tra reattivi e attendisti, con la voglia di reagire di una minoranza che si misura con il bisogno di rassicurazione della maggioranza.

A) L’Italia che si muove

Nuove forze al lavoro

C’è innanzitutto un’Italia che si muove. È partita già alla fine del 2008 la carica di coloro che si sono messi a cercare lavoro. In base ai dati sull’occupazione, si può stimare che siano circa 100 mila le persone che prima erano genericamente disponibili a lavorare senza però far nulla per cercare lavoro, e che invece, a seguito della crisi, nell’ultimo trimestre dell’anno si sono messe attivamente in cerca di occupazione, alla ricerca di quel 5% di aziende che per il 2009 prevedono comunque di fare assunzioni.

Il pulviscolo imprenditoriale elettrizzato

Nel vastissimo mondo delle piccole e medie imprese si cominciano a registrare componenti contraddistinte da una reazione positiva. Non si tratta di settori specifici, bensì di aziende elastiche in grado di adattarsi rapidamente ai cambiamenti, diversificando sia i prodotti che i mercati quasi “in tempo reale”.
Dopo la logica della nicchia, quello che premia è la versatilità. Chi rimane “rannicchiato” aspettando che la crisi passi rischia di ritrovarsi poi spiazzato. Questi imprenditori hanno smesso di chiedersi quando passerà la crisi e si stanno attrezzando per conviverci, cercando anche nelle situazioni più difficili delle opportunità da cogliere: magari passando con disinvoltura da un segmento alto ad uno basso, da un mercato ad un altro, rincorrendo un incentivo e magari utilizzano anche un po’ di Cassa integrazione, con un po’ di opportunismo, come strumento di riassetto.

Gli artigiani

Le imprese artigiane rappresentano l’emblema di questa categoria: proprio in questi ultimi mesi, in alcune delle aree in cui sono tradizionalmente più radicate hanno ricominciato ad investire, come in Toscana (+28% rispetto a gennaio-febbraio 2008) e nelle Marche (+30%), mentre regge abbastanza bene il Veneto, che mostra sì un dato negativo, ma con volumi sempre sostenuti (più di 38 milioni di euro di agevolazioni richieste in soli due mesi) (tab. 1).

tabella censis 1

Il vino

Anche nel settore del vino si stanno attuando strategie simili: soffre di più chi ha puntato solo sui mercati anglosassoni e sulle fasce alte di prodotto, le cosiddette etichette premium, mentre si mostra più ottimista chi ha saputo reagire e riposizionarsi rapidamente su nuovi mercati (magari l’India, dove il consumo di vino cresce del 20% l’anno) o ha puntato di più sul consumo casalingo.

L’energia

Nel settore della produzione di energia elettrica, il tasso di natalità delle imprese nel 2008 è stato del 9,5%, segno che il volano delle incentivazioni per la produzione di energia da fonti rinnovabili ha funzionato e che, anche se in modo ancora embrionale, si sta consolidando un settore.

I territori

Nell’arcipelago della crisi non tutti i territori reagiscono allo stesso modo. In questo momento il Nordest sembra registrare la migliore reattività: gli imprenditori che sono intenzionati ad assumere sono aumentati del 6%. Malgrado il tasso di sviluppo delle imprese (il rapporto tra natalità e mortalità) sia calato a livello nazionale dello 0,3% nel 2008, in alcune aree continua a crescere, come a Prato (+1,6%) o nella Brianza (+1,2%).

B) I player inaspettati: gli enti locali

I veri protagonisti inaspettati della crisi sono gli enti locali, che in questo momento mostrano di poter fornire risposte puntuali e mirate in una situazione assai diversificata sul territorio.
La strategia adottata da molte amministrazioni locali è improntata al pragmatismo e si articola grosso modo in tre punti:
– verificare quante risorse sono effettivamente disponibili;
– individuare il target di riferimento, cioè selezionare quali famiglie e quali imprese sostenere;
– attivare localmente i soggetti sociali promuovendo accordi mirati; non è un caso che ancora in questi mesi sono soprattutto le banche locali a sostenere le imprese.
Il ritorno al territorio è un passaggio obbligato. Da questo punto di vista,
bisognerà guardare con attenzione nei prossimi mesi ai soggetti territoriali:
– i sindaci, che potranno fare leva non soltanto sui loro rafforzati poteri politici, ma anche su quelli economici (infatti, attraverso le società controllate dai Comuni, oggi gestiscono complessivamente attività con un fatturato di 18,6 miliardi di euro e 77.000 dipendenti);
– le Regioni, che hanno già messo in campo 1,8 miliardi di euro per interventi anticrisi e molti di più se ne potranno attivare quanto i fondi strutturali europei verranno sbloccati;
– ma anche le Province, che attraverso la formazione e gli incarichi di manutenzione potranno dare una spinta consistente alla ripresa a livello locale.

C) La finanza alla ricerca di certezze o almeno di Assestamento

Tra gli attendisti va senz’altro annoverato il mondo della finanza, ancora scosso dai colpi subiti e avvolto nell’incertezza. Per ora i grandi investitori istituzionali preferiscono rimanere liquidi, per essere certi che quello che si è toccato sia effettivamente il fondo. In sostanza, non c’è fiducia sul fatto che sia stata smaltita tutta la tossicità dei titoli. A questo si aggiunge che la bassa inflazione potrebbe essere dovuta solo alla fase di recessione e potrebbe quindi ripartire di colpo.
Le grandi banche non hanno ripreso ad erogare denaro, restano ancora molto prudenti. Mentre quelle piccole, specialmente quelle radicate territorialmente, osano di più, anche per rafforzare la loro presenza locale: nei primi tre mesi dell’anno, gli impieghi di queste banche sono aumentati del 15% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Nell’ultimo periodo, il 50% degli italiani al momento di scegliere un investimento mette al primo posto la sicurezza, mentre ormai solo l’8% ricerca un alto rendimento a breve termine (prima della crisi coloro che erano pronti a rischiare di più erano il 20%).

D) Gli attendisti, tra preoccupazione e furbizia

Aspettando che la crisi passi, gran parte del corpo sociale cerca di adottare piccole strategie di sopravvivenza. Magari con un po’ di furbizia. Ad esempio, il 27% di coloro che hanno fatto richiesta della social card è risultato privo dei necessari requisiti: si tratta di più di 150 mila persone.

Gli italiani spendono solo per risparmiare

Al di là della crisi, i consumi rallentano da anni. Abbiamo imparato a vivere con meno, forse troviamo più significato nel risparmiare, nel cercare l’affare, il volo low cost o l’incentivo all’acquisto.
Nel caso del mercato dell’auto, tornato sopra i livelli del marzo 2008 (+2,3%) dopo i difficili mesi di gennaio e febbraio, il segmento che ha trainato la ripresa del settore nel mese di marzo è stato proprio quello delle superutilitarie (con un incremento del 33,7% rispetto al marzo 2008) e delle auto con bassi consumi, ma non per questo si è fermato il mercato dei fuoristrada, che registra comunque un +3,4% (tab. 2).
In fondo, anche il “piano casa” varato dal governo mira a convincere le famiglie ad accrescere il loro patrimonio immobiliare, come unico modo per spingerle a mettere in circolo parte della loro liquidità.

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E) Un argomento fuori sacco: nel terziario ci sono rischi non ancora calcolati

Se le difficoltà che hanno colpito le aziende manifatturiere sono state ampiamente dibattute e rappresentate dai media, non così è avvenuto per il settore dei servizi, che invece rischia una crisi – in termini occupazionali – maggiore, con possibili forti impatti sociali.
Il settore subisce, infatti, i primi tagli sia delle aziende in difficoltà, sia delle amministrazioni pubbliche con problemi di bilancio, e non dispone di una solida impalcatura di ammortizzatori sociali organizzati.
Ma soprattutto è un settore che non ha mai dovuto affrontare ristrutturazioni, quelle ristrutturazioni che invece sia l’agricoltura che l’industria hanno dovuto compiere per uscire dalle precedenti crisi.
Gli imprenditori del settore dei servizi sono stati molto abili nell’“inventare” un mercato (dalle consulenze di global provider ai servizi innovativi, dal brokeraggio ai servizi alla persona, dalla piccola manutenzione alla gestione delle mense), ma non sono stati altrettanto capaci di farlo crescere e consolidare, specializzandosi sulle tipologie di servizi e diversificando la clientela“.

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