Redditi e fiscal drag

Come noto, pochi giorni fa l’Ocse ha diffuso un’indagine da cui risulta che gli stipendi dei lavoratori italiani sono tra i più bassi in assoluto. Anche se c’è chi, come il professore di Scienza delle Finanze Francesco Forte, ritiene inesatti i dati forniti dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo.

In ogni caso, è innegabile che in Italia esista una pressione fiscale elevata che riduce, e di molto, il reddito netto dei lavoratori. Così come è innegabile che i redditi subiscano una decurtazione per effetto del cosiddetto fiscal drag. Che, come spiega l’Isae:

“Consiste nell’aumento del carico fiscale reale prodotto dall’inflazione in presenza di un’imposta progressiva i cui elementi costituivi (scaglioni, detrazioni, deduzioni) sono definiti in termini nominali; in questo caso, un aumento nominale della base imponibile, a parità di reddito reale, comporta automaticamente una crescita dell’aliquota media.

L’incremento dell’onere fiscale si realizza sostanzialmente a causa di due fattori: innanzitutto, perché una quota sempre maggiore di reddito viene inclusa in scaglioni gravati da un’aliquota marginale più alta; in secondo luogo, perché il valore di detrazioni (o deduzioni) definite in termini nominali si riduce in termini reali. Inoltre, quando le detrazioni (o deduzioni) sono decrescenti rispetto al reddito, l’aumento del reddito nominale ne determina una riduzione anche in valore assoluto7 (….)”.

Precisato questo, allora, vediamo di analizzare – con l’ausilio di una ricerca realizzata dall’Isae – come il fiscal drag abbia nuociuto alle nostre tasche, nonostante alcune riforme abbiano ridotto la pressione fiscale nel nostro Paese:

“Le nostre analisi si concentrano sulle misure adottate a partire dal 2001 – e fino al 2008 – e vengono elaborate attraverso il modello di microsimulazione ITAXMOD dell’ISAE, basato sui dati dell’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane condotta dalla Banca d’Italia e riferita al 2004“.

“Dal lato dell’imposizione diretta sulle persone fisiche, nel periodo considerato gli interventi più rilevanti sono stati attuati attraverso due “moduli” di riforma introdotti, rispettivamente, con le leggi finanziarie per il 2003 e per il 2005 (leggi n. 287/2002 e n. 311/2004), per mezzo dei quali è stato trasformato il precedente meccanismo di detrazioni dall’imposta in un sistema di deduzioni dall’imponibile, sia per quanto riguarda i carichi di famiglia che per le spese di produzione del reddito, è stata introdotta la no tax area ed è stata modificata la struttura di aliquote e scaglioni (che sono stati ridotti da 5 a 4). Nuovi interventi sono stati quindi realizzati nella legislatura successiva, con le leggi n. 296/2006 e 244/2007 (finanziarie 2007 e 2008), disponendo ulteriori correzioni al disegno di aliquote e scaglioni IRPEF e il ripristino delle detrazioni d’imposta, ed incrementando, inoltre, alcune agevolazioni riguardanti l’abitazione, sia a favore dei proprietari (tramite le maggiori detrazioni dall’ICI) sia per gli affittuari (sotto forma di detrazioni IRPEF). Le modifiche all’IRPEF erano finalizzate a realizzare una generalizzata riduzione dell’imposizione nel quinquennio 2001- 2006, mentre nei due anni successivi gli interventi di sgravio si sono concentrati maggiormente su alcune categorie di contribuenti“.

“Viceversa, alcuni aggravi hanno riguardato i tributi locali ed il prelievo contributivo: è aumentata sensibilmente l’incidenza delle varie addizionali all’IRPEF (regionali e comunali) e sono state elevate in maniera consistente le aliquote contributive per i lavoratori autonomi e parasubordinati6. Numerosi sono stati anche i provvedimenti intervenuti a modificare le erogazioni monetarie alle famiglie: è cresciuta l’integrazione al minimo delle pensioni per gli ultrasettantenni (che è stata portata, per alcune categorie di pensionati, a 513 euro nel 2003 ed a 580 euro nel 2008), è stata introdotta nel 2007 la cosiddetta “quattordicesima” per pensionati previdenziali anziani a basso reddito (poi incrementata a partire dal 2008) e sono stati interamente ridefiniti gli assegni al nucleo familiare (aumentandone gli importi, ampliando le fasce di reddito familiare in base alle quali viene erogato l’assegno e regolarizzando in parte il disegno di decrescenza rispetto al reddito). Anche nella valutazione di tali interventi, l’inclusione degli effetti di incrementi del reddito nominale dovuti all’inflazione può modificare, almeno parzialmente, i risultati dell’analisi“.

tabella isae

“Nella prima tabella sono riassunti i risultati per la totalità dei contribuenti. Osservando le sole variazioni di origine normativa dell’aliquota media, si può evidenziare come, in seguito alle riforme dell’IRPEF avviate negli ultimi anni, i contribuenti abbiano sperimentato una tendenziale riduzione del carico: gli sgravi medi nel 2008, rispetto al 2001, sono stati pari a circa due punti percentuali (-2,25): questo è l’effetto, peraltro confermato da numerose stime10, dei due “moduli” del 2003 e del 2005, che hanno ridotto il carico fiscale rispettivamente per i contribuenti con redditi fino a circa 30.000 euro e per i percettori di redditi medio-alti, nonché della riforma del 2007 e degli interventi del 2008, che hanno apportato vantaggi ad una vasta platea di contribuenti (circa il 60% delle famiglie) con redditi medio-bassi. La riduzione di aliquota, sempre al lordo degli effetti del drenaggio fiscale, è anche maggiore considerando le altre voci di imposizione e di erogazione (2,7 punti percentuali di sgravio). Dunque, gli inasprimenti sui contributi sociali (che hanno riguardato in maniera consistente soprattutto alcune categorie di contribuenti, quali gli autonomi e gli iscritti alla gestione separata) e sui tributi locali sono stati più che compensati dalle maggiori erogazioni per assegni al nucleo e per pensioni basse“.

“La seconda colonna evidenzia l’effetto del fiscal drag nominale sulla variazione dell’aliquota media: l’aggravio sui contribuenti si aggira intorno all’1,7% in entrambi gli scenari considerati.

Lo sgravio effettivo è dunque nettamente inferiore rispetto a quello scaturito dai dispositivi normativi: gli interventi del legislatore su imposizione, contribuzione ed erogazioni monetarie hanno visto più che dimezzati i benefici complessivi per i contribuenti, in termini di aliquota media, in conseguenza dei maggiori oneri determinati dall’operare combinato di un sistema progressivo e di un tasso di inflazione positivo. In definitiva, gli sgravi concessi grazie alle variazioni di aliquote, scaglioni e detrazioni negli anni considerati appaiono limitati, quando si includano nell’analisi gli effetti di segno opposto determinati dal drenaggio fiscale; solo con i trasferimenti il sostegno assume una certa rilevanza, determinando una riduzione dell’aliquota media “complessiva” di circa un punto percentuale“.

tabella isae

“L’analisi condotta disaggregando i dati in relazione al reddito individuale (Tab. 2) consente di mettere in luce i seguenti aspetti principali. Dal confronto (con redditi nominali invariati) tra la legislazione in vigore nel 2001 e quella del 2008 emerge che le variazioni della sola IRPEF hanno determinato un alleggerimento del carico fiscale per una vasta platea di contribuenti, con redditi compresi nei decili tra il terzo ed il nono, ed in particolare per le fasce di reddito medio-basse (terzo, quarto e quinto decile). Invece nelle prime due classi di reddito, presumibilmente, è presente un’alta quota di contribuenti che non hanno beneficiato di sgravi a causa dell’incapienza11. Quanto all’ultimo decile, gli sgravi appaiono limitati principalmente in conseguenza della revisione delle aliquote marginali e dei limiti degli scaglioni più elevati operata con la Finanziaria 2007“.

“Esaminando l’azione del fiscal drag nominale per livello di reddito, si evidenzia, innanzitutto, come l’aumento dell’aliquota media dovuto all’inflazione sia piuttosto contenuto nei primi due decili, anche in questo caso per l’elevata quota di incapienti, che rimangono tali pur in presenza di un aumento del reddito; per i decili superiori, l’aggravio è massimo nel terzo (+2,33) e nel quarto (+2,42), e poi decresce lentamente per i contribuenti più ricchi12”.

“Come detto, dalla combinazione di variazione normativa ed effetti del fiscal drag si ottengono gli effettivi alleggerimenti d’imposizione rispetto al reddito: la curva degli sgravi, in generale, tende ad appiattirsi, risultando più forte l’azione del fiscal drag proprio in corrispondenza del quarto decile, che otteneva dalla normativa i maggiori benefici. Ad ogni modo, i decili centrali (il quarto ed il quinto) rimangono i più avvantaggiati anche in termini “reali” (e sono gli unici per i quali la riduzione di aliquota effettiva supera il punto percentuale). L’entità degli sgravi effettivi, tuttavia, è molto più contenuta rispetto a quella dovuta alle sole variazioni normative, con l’eccezione della prima classe di reddito, per la quale gli effetti del fiscal drag sono trascurabili; per il decile più ricco, l’inclusione degli effetti dell’inflazione determina addirittura un aggravio di imposizione“.

“Se si includono le altre imposte e i trasferimenti, l’analisi permette di evidenziare alcuni aspetti particolarmente interessanti delle passate riforme. Si osserva infatti come le disposizioni normative abbiano determinato un notevole ampliamento dei guadagni per le prime tre classi di reddito: in effetti, sia gli interventi sulle pensioni minime, sia gli incrementi degli assegni familiari hanno interessato principalmente individui a basso reddito. Per i contribuenti con redditi medi e medio-alti, l’importo limitato degli assegni familiari13 è stato più che controbilanciato dagli aggravi di imposizione dovuti all’incremento delle addizionali locali e dei contributi sociali. Al netto del fiscal drag, il risultato finale fornisce quindi una riduzione di aliquota rilevante solo per il secondo ed il terzo decile (rispettivamente, più di quattro e più di due punti percentuali) e minore (intorno all’1%) per gli altri decili entro il quinto; viceversa, per i decili a più alto reddito, l’azione del fiscal drag annulla completamente i vantaggi concessi dai vari interventi legislativi, determinando addirittura un aggravio – limitato – nel settimo ed ottavo decile, ed anche – decisamente consistente – per gli individui del decile più ricco“.

tabella isae 3

“Nella Tabella 3 sono riassunti i risultati delle simulazioni disaggregati per tipologia di reddito prevalente. Esaminando le variazioni normative delle aliquote medie per i lavoratori dipendenti, si osserva come la manovra sugli assegni familiari della Finanziaria 2007 controbilanci esattamente il maggior aggravio derivante dall’aumento di contributi e tassazione locale: il beneficio infatti è sostanzialmente identico in entrambi gli scenari, pari a circa 2,6 punti percentuali. Quanto ai lavoratori autonomi ed ai parasubordinati, essi ottengono uno sgravio rilevante – oltre i due punti percentuali – solo nel primo scenario, mentre l’inasprimento contributivo, particolarmente concentrato su tali tipologie lavorative, determina un aggravio di imposizione, compensato solo per i parasubordinati (almeno in parte) dall’aumento degli assegni14. Per i pensionati, infine, si rileva il trattamento di minor favore, rispetto a dipendenti e parasubordinati, prodotto dalle sole modifiche all’IRPEF (la riduzione di aliquota media è di circa 2,3 punti percentuali): è plausibile ipotizzare che ciò
dipenda dalla maggior concentrazione di pensionati nelle classi di reddito più basse, dove è più frequente l’incapienza e l’IRPEF non è dovuta grazie all’operare di deduzioni o detrazioni; tuttavia, se si considerano gli interventi sulle prestazioni sociali, i pensionati appaiono come la categoria maggiormente beneficiata, con un vantaggio pari a circa 4,6 punti percentuali“.

“L’aggravio di aliquota addebitabile all’operare del fiscal drag risulta leggermente più pesante per i lavoratori dipendenti e per i pensionati, meno per gli autonomi ed i lavoratori atipici; anche in tal caso, una possibile spiegazione va ricercata nella diversa concentrazione delle varie tipologie lavorative nella distribuzione del reddito, essendo autonomi e parasubordinati maggiormente presenti nei decili molto bassi (primo e secondo) o molto alti (in particolare nell’ultimo), cioè nelle fasce di reddito dove, come visto, l’azione del fiscal drag è più limitata. Un’altra motivazione plausibile è poi da ricondursi alla minore entità, in particolare per gli autonomi, delle detrazioni (deduzioni) da lavoro, e quindi nella minor progressività del disegno di prelievo per queste categorie, che determina un minor effetto di drenaggio fiscale“.

“In definitiva, l’analisi per reddito prevalente individua nei lavoratori dipendenti e nei pensionati i maggiori beneficiari delle riforme degli ultimi anni, sia al lordo sia al netto del fiscal drag. Tuttavia, la presenza di inflazione in un sistema progressivo di prelievo determina, soprattutto per queste categorie, un importante ridimensionamento degli sconti goduti. Per gli autonomi, il fiscal drag accentua gli effetti negativi delle modifiche normative (in particolare, per quanto riguarda l’inasprimento contributivo) producendo un aggravio effettivo di quasi due punti percentuali (1,77). Per i parasubordinati, infine, l’effetto del fiscal drag trasforma lo sgravio nominale, determinato principalmente dalla manovra sull’IRPEF e dall’aumento agli assegni familiari, in aggravio effettivo di quasi un punto percentuale. Va comunque ricordato, nella valutazione degli effetti per queste due categorie, che un aumento del prelievo contributivo permette di conseguire una maggior pensione futura; in questo senso, si può parlare di maggiori oneri solo in un’ottica di breve periodo“.

“Conclusioni
In estrema sintesi, si può rilevare che, malgrado gli interventi normativi abbiano condotto, in generale, ad un incremento del reddito disponibile, in assenza di meccanismi automatici di compensazione del fiscal drag, i vantaggi si sono realizzati solo parzialmente, poiché una parte ingente delle risorse è stata assorbita dal recupero dei maggiori oneri determinati
dall’inflazione in un sistema progressivo. Inoltre, dalle simulazioni emerge che le riforme hanno prodotto risultati diversi sia in relazione alla fascia di reddito dei contribuenti che alla tipologia di reddito, avvantaggiando maggiormente i redditi medio-bassi ed i percettori di reddito da lavoro dipendente o da pensione (anche perché ad autonomi e parasubordinati è stato contestualmente richiesto di investire nel sistema previdenziale)”.

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