Brunetta: le riforme vanno fatte

Il centrodestra ha vinto le elezioni politiche del 2008 perché è una coalizione che ha nel proprio Dna la vocazione a modernizzare il Paese, e a metterlo al passo con i tempi.

Chi ha votato e vota Berlusconi non vuole la conservazione dello status quo. Vuole vengano attuate misure passibili d’incrementare l’efficienza dello stato, riducendone l’invasività; vuole deburocratizzazione; una pubblica amministrazione al servizio del cittadino e non vessatoria; vuole equità e politiche che valorizzino il merito; una spesa pensionistica compatibile con la flessione demografica in atto; una pressione fiscale giusta e non predatoria, capace di rilanciare i consumi e l’economia.

Vuole, insomma, una rottura. Uno strappo. Un punto e a capo.

E assecondare queste richieste, comporta necessariamente vengano “calendarizzate”, prima o poi, quelle “riforme di sistema” di cui il Paese ha assoluto bisogno.

Certo, ogni intervento politico integri una rottura, genera tensioni sociali. Ed è chiaro che il timore di produrre tensioni sociali, soprattutto in una fase di crisi economica che già di per sé genera nei cittadini preoccupazioni forti, possa spingere alcune componenti dell’attuale compagine di governo, a mostrarsi più prudenti nell’affrontare il tema della modernizzazione del Paese.

Sta di fatto, però, che senza riforme di sistema, l’Italia non può più andare avanti. A meno che, l’obbiettivo – usciti dalla crisi – non sia quello di tornare ad eguagliare le performance degli ultimi anni: una crescita economica di poco superiore allo 0%; un livello modesto di consumi ed investimenti; una bassa produttività del lavoro; un reddito netto in busta paga assai basso; un costo del lavoro tra i più onerosi in Europa; una spesa pensionistica insostenibile; un livello inflattivo mediamente più alto che nel resto del Continente.

Se si vuole altro, se si vuole che la nostra economia cresca a tassi superiori al 2% annuo, allora si deve affrontare il capitolo delle riforme, e le si deve fare tutte: dall’innalzamento dell’età pensionabile, alle liberalizzazioni; dalla riduzione dei costi dello stato – e della politica – alle privatizzazioni ed alla riduzione dell‘oppressione fiscale. In poche parole: una bella rivoluzione liberal-conservatrice à la Thatcher o à la Reagan (ché il liberalcapitalismo, o mercatismo che dir si voglia, gode sempre di ottima salute, ed è il solo sistema economico capace di realizzare efficienza ed emancipazione dall‘indigenza. Il solo).

Il Ministro Brunetta, almeno lui, ne è consapevole:

Il governo ha evitato in questa fase lo “stress da riforme”. E ha fatto bene. Ma ciò non toglie che bisogna metterci mano, in particolare per le “public utilities”. Bisogna unire il federalismo fiscale, il codice delle autonomie, le privatizzazioni e le liberalizzazioni. I servizi a famiglie e imprese sono un pezzo rilevante del capitalismo territoriale”.

Non abbiamo fatto i passi necessari avanti. Li faremo: questo è l’impegno del Pdl e penso che con la Lega arriveremo a un accordo anche sul ruolo delle province”.

E sulle pensioni, aggiunge il titolare della Funzione pubblica:

Dobbiamo andare avanti, anche sulla base del Libro bianco del ministro Maurizio Sacconi. La riforma deve riguardare tutti. Per il pubblico impiego, visto che siamo stati condannati dalla Ue, prima dell’estate interverremo per equiparare la pensione di vecchiaia tra uomini e donne. Comunque va detto che la riforma delle pensioni l’abbiamo già fatta: è la riforma Dini. Si tratta di accelerare i tempi, rivedere i coefficienti di trasformazione, su cui siamo indietro di quattro anni, eliminare del tutto le pensioni di anzianità”.

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17 Responses to "Brunetta: le riforme vanno fatte"

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