Spiegatelo ai neo finiani

Ho la febbre. Dunque difficilmente riuscirò a scrivere qualcosa di lucido (il che, poi, non sarebbe una novità).

Siamo in campagna elettorale, e il sottoscritto non ha intenzione di polemizzare con alcuni esponenti – oltretutto privi di seguito – della propria parte politica. Esiste un tempo per ogni cosa.

E tuttavia, essendo un finiano da soli quattro lustri (perché Gianfranco la pensa come il sottoscritto su tutto, ad eccezione delle questioni economiche), e verificando come in questi giorni il numero dei neo sostenitori del Presidente della Camera aumenti a dismisura; e constatando, altresì, come tale esercito di neo destrorsi – composto finanche da chi, fino a sei mesi fa, minacciava querele se solo qualcuno osava definirlo di destra – si faccia carico della esegesi del Fini-pensiero, non conoscendolo, né disponendo degli strumenti utili a decifrarlo, perché privo – è in re ipsa – di qualunque attitudine a comprendere la politica (qualunque cosa questa parola significhi), un po’ come succede a Giuliano Ferrara (che di politica non capisce una mazza); e appurando come, nonostante l’ignoranza del Fini-pensiero, e forse per un’innata attitudine a prediligere l’utopia anziché la cruda realtà, questo piccolo drappello di neofiti di destra arrivi ad attribuire ad esso – al Fini-pensiero – cose che, non solo non gli appartengono oggi (né mai lo hanno permeato), ma nelle intenzioni di Gianfranco – che del suo pensiero, si narra, qualcosa dovrebbe saperne (anche se il suo, è un pensiero tratteggiato da altri) – non ne faranno parte nemmeno domani; ecco: di fronte a tale divertente commedia degli equivoci, non posso tacere e sento il dovere “morale” di chiarire agli utopisti neo finiani, alcune cosette. Anzi, una sola, la più importante. Questa:

Gianfranco non ha alcuna intenzione – e questo è il problema – di “diventare” un liberale a tutto tondo: un Berlusconi stile 1994, stile “Rivoluzione liberale e liberista”. Gianfranco, per colpa del suo consigliere Alessandro Campi (un altro che di politica capisce assai poco), ha intenzione di ancorarsi al gaullismo. E cioè ad un modello politico che qualunque liberista non potrebbe che qualificare come un socialismo (puah!) dirigista e statalista, con qualche spruzzatina di liberalismo assai soft.

Fini, infatti, ed anche di recente, ha criticato il liberal-capitalismo. E per descrivere l’attuale pessima congiuntura economica, ha evocato la “crisi del liberal-capitalismo” (come un Tremonti qualsiasi).

Non solo.

In televisione, nei talk show politici, quando gli è stato possibile, non ha mai rinunciato a tirare fuori dal cilindro, una vetusta – ed indecifrabile, per certi versi – proposta che risale al Movimento Sociale Italiano (e che piace molto all’Ugl e alla Cisl): una sorta di “socializzazione dei mezzi di produzione”, da farsi per il tramite di una compartecipazione agli utili dei lavoratori. Che quest‘ultima, nelle intenzioni del Presidentissimo, vada favorita mediante apposito meccanismo fiscale, ovvero imposta: non saprei. So solo che a me fa ridere.

Ancora.

Poche persone hanno chiaro il progetto di Gianfranco Fini, e quale sia il suo pensiero. E queste poche persone, però, descrivono l’uno e l’altro, apertis verbis (su mandato “ufficioso” di Fini).

Vogliamo fare i nomi di queste persone? Presto detto:

Angelo Mellone e Alessandro Campi: i due, vien da ridere, sono gli “ideologi” di Fini (che è un po’ come se un pornoattore, accettasse come regista Paola Binetti). E sono stati chiamati a tratteggiare l’identità di quella che hanno definitivo la “nuova destra”, cui Gianfranco darà voce e sostanza.

Poi ci sono i componenti la redazione del blog in versione cartacea, cioè: quelli che scrivono sul Secolo d’Italia (che vanta, incredibile dictu, addirittura 800 lettori al dì). Tra questi, merita sempre attenzione particolare, Flavia Perina (direttrice del Secolo e parlamentare).

Lei è la speaker ufficiale (assieme a Campi) di Gianfranco Fini. Dunque, quando si vuole sapere quale sia la posizione dell’ex leader di An, su un qualunque argomento, è sufficiente leggere ciò che scrive la Perina (anche perché Fini non ha un pensiero. Qualsiasi cosa pronunci, gli è suggerita da altri. Fini ha solo intuizioni e fiuto. Il pensiero, infatti, richiede intelletto: risorsa di cui madre natura non ha fatto gran dono a Gianfranco. Che è furbo, senz‘altro; ma non particolarmente intelligente).

I neo finiani liberisti (?), dunque, bramano sapere Gianfranco cosa pensi del mercato e del liberismo?

Eccoli accontentati, grazie alle parole della speaker finiana:

Titolo: “E c’è chi tira giù la statua della Thatcher”.

Svolgimento:

“C’era una volta Margaret Thatcher, icona liberista. La Thatcher che citava San Francesco sui gradini di Downing Street – “Dove c’è discordia porteremo armonia. Dove c’è l’errore la verità. Dove il dubbio, la fede. Dove la disperazione, la speranza” – ma che diede all’intero decennio degli Ottanta l’imprinting di tutt’altre parole d’ordine: privatizzazioni, deregulation, riforma delle Trade Unions, licenziamenti, tagli alle tasse, regole di mercato applicate agli ospedali e alle scuole pubbliche.

(…) E il suo nome compare nell’album di famiglia di tanti esponenti del Pdl, al vertice e alla base (sono fra questi, ovviamente, nota di camelot).

(…) Insomma, è facile che alla domanda “dimmi una donna in politica da imitare” una delle risposte ricorrenti – a destra – abbia a che fare con l’Iron Lady (…).

Ora che quel ciclo si è esaurito e che i limiti del liberismo “alla Thatcher” cominciano a diventare evidenti a tutti, a cominciare dai tory di David Cameron (falso: Tony Blair, ad esempio, ha costruito – anche se in altri tempi, questo va detto – una fortuna politica inenarrabile, copiando la Thatcher dalla A alla Z; e se Cameron è Thatcher-tiepido, ciò dipende solo dal fatto che i sistemi bipartitici impongono a ciascun partito di appropriarsi di alcuni argomenti del programma dell’altro, per vincere le elezioni. Solo per questo, Cameron è meno liberista della Thatcher. Perché le politiche liberiste del New Labour – ormai “tramontato” – di Blair, hanno imposto al leader conservatore britannico d’inventarsi una nuova identità, per il suo partito, che non fosse solo legata alle questioni classiche, della destra inglese, nota di camelot), si può forse cominciare ad azzardare una riflessione critica sul mito di Margaret. Un buon punto di partenza può essere lo spettacolo che Marco Paolini sta portando in giro per l’Italia e che ieri è approdato al Teatro Argenti di Roma (…).

Ha voluto battezzare la sua nuova performance Miserabili-Io e Margaret Thatcher, associando al nome di Maggie il titolo dell’opera di Victor Hugo dedicata agli “scarti” della società francese di metà Ottocento, eterni vinti esclusi dal consorzio civile perché troppo poveri, ignoranti, diseredati.

Il racconto, in forma di ballata, si snoda tra monologhi, canzoni e brevi storie che raccontano la metamorfosi di una società di cui la Thatcher negava persino l’esistenza (uno dei suoi aforismi più celebri è “non esiste una cosa chiamata società, ci sono gli uomini, le donne e le famiglie“) – (io la penso ancora così, nota di camelot).

Non solo la deregulation dei mercati ma quella delle vite individuali che rimuovono la memoria come un inutile fardello, immaginano il futuro senza progettarlo, attraversano il presente senza poterlo governare.

Era ora che qualcuno cominciasse a rileggere e smitizzare gli anni Ottanta di Maggie, che peraltro alla destra dell’epoca non stavano tanto simpatici (falso: a me stavano molto simpatici, e la destra di allora, a dirla tutta, era fascista. Cioè aveva posizioni identiche a quelle del socialismo, sia pur in versione tricolore, in versione nazionale; e per di più, la destra di allora stava addirittura più a sinistra del partito socialista di Craxi. E io, di questo, non me ne farei un vanto, nota di camelot) (…)

I figli, il futuro, le opportunità. Insomma, la grande promessa del modello ultraliberista di un’ascesa commisurata al proprio impegno, alle proprie capacità e volontà: è questa la più seducente promessa del thatcherismo. Tutt’altro che mantenuta, perché vent’anni dopo si scopre che quelle opportunità “erano scritte sui campanelli, erano ereditarie“.

Le nuove generazioni vivono nell’illusione del riscatto e del benessere ma in realtà “non importa se hai studiano alla Bocconi, se vuoi vincere devi camminare sui carboni”. Stages, briefing, conferenze, un cursus honorum che non porta da nessuna parte. “Sei diventata miserabile”, cantano i “Mercanti di Liquore” nella colonna sonora dello spettacolo, mentre Nicola legge, ormai disincantato, una lettera alla figlia Rossana, che ha studiato, ma per trovare lavoro deve andare lontano a fare il militare.

Nel 2009 della crisi planetaria la riflessione sul thatcherismo (e sul parallelo fenomeno del reaganismo, che ha costituito fino a ieri una delle più potenti leve ideologiche della vecchia destra liberista) merita di essere affrontata senza pregiudizi. Sicuramente quella stagione svecchiò un Occidente prigioniero di logiche ottocentesche, ma i “domani che cantano” promessi dal mercatismo non li abbiamo mai visti (…)”.

E mi fermo qui, perché oggi la mia abituale cazzimma (cattiveria, per chi non è napoletano) è sedata dalla febbre (che, però, accentua il mio lato compassionevole).

Un’ultima cosa: Fini va “disegnato” meglio, strutturato diversamente (mi pare evidente), se l’obiettivo è farne il leader di una destra veramente liberale.

Tutto ciò richiede molto lavoro, e la defenestrazione di Campi.

Per ora, si può puntare solo su Adolfo Urso.

Ad una mia amica, che capirà.

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13 Responses to "Spiegatelo ai neo finiani"

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  • destralab says:
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