La questione (im)morale del Pci che Fini non ricorda

Svegliarsi; comprare come ogni domenica anche il Riformista; leggere l’editoriale di Giampaolo Pansa, e rallegrarsi del fatto che a sinistra vi sia almeno una persona onesta:

“(…) Si era all’inizio di questa primavera e da allora Fini non ha mai smesso di praticare il suocerismo. Anzi è andato assai più in là (…). Mostrandosi capace di un revisionismo con mille tigri nel motore, una Ferrari lanciata a trecento all’ora”.

“Tutto bene, accidenti! Al Bestiario sono sempre piaciuti gli azzardi dei politici (…). E li ho sempre giudicati positivi, purché rispettassero un limite invalicabile. Quello di non passare dal revisionismo personale a uno più generale, con la pretesa di cambiare le carte in tavola della storia italiana”.

“Ma adesso ho l’impressione che Fini stia facendo proprio questo. Mercoledì scorso, nel partecipare a una commemorazione di Enrico Berlinguer tenutasi alla Camera dei deputati, ha pronunciato parole impegnative sulla figura del segretario del Pci. Magnificando «l’insegnamento di un leader di partito capace di guardare al di là degli interessi di parte». Un leader che per primo aveva posto il problema della «questione morale» e della «diversità comunista». E proprio «nel momento in cui si manifestavano le prime crepe nel rapporto di fiducia tra la politica e la società».

Ma era così Berlinguer? Non mi sembra. Penso di averlo conosciuto bene. Per le tante interviste che gli ho fatto, per i resoconti dei congressi dove veniva rieletto di continuo, per lo studio accurato del suo lavoro da segretario (…)”.

Lo stesso accadde per la questione morale e per la diversità comunista. Il Pci di Berlinguer era uguale a tutti gli altri partiti. Con la differenza che i finanziamenti illeciti arrivavano per intero alle Botteghe Oscure e non nelle tasche di qualche dirigente. Ma le tangenti c’erano. Anche il Pci le pretendeva e le incassava. Così come esistevano i fondi neri in dollari, versati ogni anno da Mosca.

Forse Fini ha dimenticato le storie che emersero al tempo di Mani Pulite. I dirigenti comunisti arrestati dalle procure di Milano e di altre città. La saga del “compagno G”, ossia del Greganti, uno di quelli che non hanno mai parlato se non per dirsi estranei alla raccolta mazzettara. Se non ricordo male, finì in cella anche il tesoriere del partito. Per arrivare dal dramma del povero Achille Occhetto, alle prese con le tangenti incassate dai dirigenti milanesi.

La rammento bene quest’ultima vicenda. Baffo di Ferro fu costretto a correre a Milano per fronteggiare due assemblee roventi di compagni di base. Angosciato, sostenne di non sapere nulla delle tangenti ambrosiane. Ma i giornali non mollarono la presa. Era il 1992 e arrivò la Festa nazionale dell’Unità a Reggio Emilia. In un dibattito sostenni che Occhetto doveva dimettersi da segretario del Pci. Se era vero che non sapeva, era un leader fasullo. Se mentiva, era un leader bugiardo.

Dopo aver saputo che il pubblico della Festa aveva applaudito quel provocatore di Pansa, scoppiò il finimondo. Occhetto giurò che non sarebbe più andato a Reggio per concludere la kermesse nazionale. Lo disse per primo a Piero Fassino, svegliato all’alba da una telefonata furibonda. Ma l’incolpevole Fassino non sapeva niente della bufera reggiana. Per metterci una pezza, Piero e poi D’Alema e infine Veltroni, allora direttore dell’Unità, sudarono sette camicie. E riuscirono ad ammansire l’ira di Achille.

Per questo mi vien da ridere quando sento Fini elogiare la questione morale di Berlinguer e la diversità del Pci. Vorrei ricordare al presidente della Camera che riscrivere la storia è sempre possibile. Ma che bisogna stare molto attenti nel farlo. Il revisionismo piace a me quanto a lui. Tuttavia, per praticarlo senza il rischio di scivolare, occorre misurare bene il passo. E avere solide basi culturali.

Non m’illudo che Fini segua il mio consiglio. Lui si muove secondo un progetto politico preciso: liberarsi di Silvio Berlusconi, ormai considerato un morto che cammina. Al di là di questa prima mossa, tutto è ancora da decidere. Un governo tecnico al posto di quello attuale? Un governo di unità nazionale, guidato dal presidente della Camera? Non lo so. Quando un big della casta partitica riscrive la storia a proprio uso e consumo, può accadere davvero di tutto“.

Bravo, Pansa: meglio non lo si poteva dire.

Anche DestraLab.

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14 Responses to "La questione (im)morale del Pci che Fini non ricorda"

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  • bruno says:
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