Ignazio Marino, l’unico candidato

Dario Franceschini, Pierluigi Bersani, Ignazio Marino: tre storie, tre mondi, tre strade. Una sola, però, consentirà al Partito democratico di uscire dal tunnel. Se s’imbocca quella sbagliata, è la fine.

I primi due “aspiranti al trono“ non meritano nemmeno un accenno (almeno per ora); sono di una tristezza e di una modestia imbarazzanti: due clown, due burocrati di partito, due persone ciniche e prive di slancio morale. L’interesse generale, il bene comune, non sanno nemmeno cosa siano. Ambiscono solo al potere, e alla vittoria della propria parte politica. Costi quel che costi.

Ignazio Marino, invece, no.

Innanzitutto, è un outsider nel vero senso della parola: non è un uomo di apparato, un uomo di partito. E’ una persona che si è fatta interamente da sé: senza un briciolo di raccomandazione, senza mai genuflettersi, senza mai accettare compromessi. E’ un chirurgo di fama mondiale, un’encomiabile espressione della cosiddetta società civile, un uomo che si è sempre guadagnato da vivere, lavorando e facendosi valere. Un vero e proprio alieno, se si pensa alla pletora di parassiti che gravitano a sinistra, e che campano allegramente alle spalle del contribuente da 40 anni a questa parte: i D’Alema, i Veltroni, i Fassino e le Rosy Bindi.

E’ così tanto alieno alle abitudini e ai costumi che dimorano a sinistra, che tutti i commentatori lo danno per spacciato: non vincerà mai, sostengono i bene informati; si ritirerà ben presto, postulano i più cinici.

Marino, però, è un outsider non solo perché è un esponente della società civile, ma perché in questa sgangheratissima sinistra è l’unico che dia voce ad un bisogno: quello di affrontare finalmente i temi eticamente sensibili, e con un approccio laico (questione che dovrebbe essere molto sentita, a sinistra). Nel farlo, poi, ed è cosa assai importante, rifiuta i toni anticlericali e laicisti: non gli interessa insultare chi non la pensi come lui, ha a cuore soltanto la salvaguardia di alcuni principi. D’altra parte è un moderato, Ignazio Marino, una persona equilibrata e mai aggressiva; sempre rispettosa delle altrui posizioni. Anche questo lo differenzia dagli altri “pretendenti al trono”.

Ignazio Marino, è il modesto parere di chi scrive, è l’unico che potrebbe conferire al Partito democratico un appeal vincente. L’unico che potrebbe renderlo appetibile finanche agli occhi dell’elettorato moderato, che richiede serietà e credibilità. L’unico, insomma, che potrebbe portare il Pd ad essere competitivo.

Tutto ciò, però, richiede che il senatore-chirurgo si attrezzi a costruire una piattaforma programmatica basata su due pilastri: da una parte, come si è detto, una forte attenzione alla laicità (senza, però, mai indulgere in isterie laiciste ed anticlericali); e dall’altra, una seria apertura al liberalismo sulle questioni prettamente economiche.

Un partito che avesse una connotazione marcatamente laica, sulle questioni eticamente sensibili, e liberale, sui temi economici, potrebbe avere grande attrattiva. E rappresenterebbe una novità assoluta, nel panorama politico italiano.

Qualcuno potrebbe obiettare, però, che l’elettorato di sinistra – quello che votava Ds – potrebbe non riconoscersi in un partito che avesse posizioni troppo liberali, in campo economico. La mia opinione al riguardo, però, è che il Pd dovrebbe incominciare a perdere la parte più retriva e conservatrice del proprio elettorato di sinistra, e provare a sostituirla con nuovi e più numerosi elettori. Non si vince spostandosi a sinistra, si vince attraendo voti moderati. Fin quando il Pd non sarà in grado di raccogliere questi, non potrà mai rappresentare un’alternativa di governo. Continuerà ad avere bisogno di “stampelle” (i Di Pietro e i comunisti vari), e non darà sufficienti garanzie circa il fatto di essere in grado di dar vita ad un esecutivo stabile e duraturo.

Inoltre, il tema della laicità non è affatto indifferente, all’elettorato di sinistra. Anzi: è da questo visto come un tema cruciale, una questione di massima rilevanza. “Usarlo”, quindi, potrebbe servire a trattenere quegli elettori di sinistra che, altrimenti, dinanzi a posizioni troppo liberiste, potrebbero essere indotti a fuggire altrove, a votare altri; e che, invece, con la promessa di una serie di interventi sulle questioni eticamente sensibili (o su temi come il riconoscimento dei diritti individuali ai conviventi), potrebbero ritenere comunque proficuo votare per il Pd.

Allo stesso tempo, l’elettorato moderato, o quella parte di esso che potrebbe trovarsi più a proprio agio in un partito di orientamento cristiano, invece che di matrice laica, potrebbe accettare quest’ultima – a patto che, ovviamente, non avesse a tradursi in posizioni massimaliste -, e votare Pd, purché avesse garanzia di ricevere benefici economici, ovvero politiche orientate all’alleggerimento della pressione fiscale, e alla riduzione del peso della burocrazia e dell’invadenza dello stato. Politiche moderate, insomma, e liberali.

Marino può offrire questa “merce”, sul mercato politico italiano. Può farlo perché è un outsider: proviene dalla società civile, non ha padroni politici, non deve garantirsi l’appoggio preventivo della Cgil (ovvero della Cisl o della Uil), non deve piacere necessariamente agli “insider”. Deve soltanto riuscire a creare un cocktail gusto, ben miscelato, dal sapore (e dal colore) accattivante. Deve mostrarsi all’altezza del compito che sembra essersi dato: disegnare l’identità programmatica e valoriale del Pd, in modo da renderlo un partito capace di stare proficuamente sul mercato politico.

Ovviamente, se Marino optasse per una impostazione programmatica meno attenta al liberalismo (sulle questioni economiche); se volesse giocare in modo poco audace, per provare a garantirsi l’appoggio di qualche vecchio e ammuffito figiciotto (che altrimenti non lo sosterrebbe); se volesse puntare solo e soltanto sulla questione laicità, e su nient’altro di “dirompente” e “nuovo”: la sua candidatura non avrebbe sbocco alcuno.

Non tutto, però, gioca a suo favore.

Marino, infatti, rispetto ai suoi competitor, è sicuramente a digiuno di politica. E’ facile immaginare abbia poche volte parlato dinanzi ad un uditorio ampio. E sicuramente non ha mai arringato la folla, scaldato i cuori di una vasta platea, utilizzato artifici retorici per ottenere un applauso e per suscitare emozioni.

Inoltre, essendo un medico, è assai probabile abbia poca dimestichezza con il “pane quotidiano” dei politici. Che non è solo fatto di chiacchiere, bla bla e cazzeggio, ma contempla anche – quantomeno – un’infarinatura generale di questioni economiche, giuridiche e di politica internazionale. Se a Marino, ad esempio, qualcuno chiedesse: “Quanto vale un punto di Pil?”, con ogni probabilità ne riceverebbe come risposta, un “Non saprei”.

L’uomo, d’altra parte, non è cresciuto – e non campa – a pane e politica. Il suo habitat naturale, è la sala operatoria: salva vite, lui.

E questo gli dà enorme credibilità

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23 Responses to "Ignazio Marino, l’unico candidato"

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