Il punto

Fini non punta al Quirinale, non è il suo obiettivo principale. Fini punta a Palazzo Chigi, e vuole arrivarvi in questa legislatura.

Per capire appieno il progetto del Presidente della Camera, bisogna fare un passo indietro. E con le lancette tornare all’aprile 2008, quando il centrodestra vinse le elezioni politiche.

Lo sfondo è quello di Porta a Porta; le urne sono chiuse; la vittoria della coalizione guidata da Berlusconi, e con nove punti di vantaggio sul centrosinistra, è un fatto certo. Fini, ospite di Vespa, non riesce a nascondere il proprio disagio. Il suo volto racconta una delusione cocente: non s’aspettava un risultato del genere; forse immaginava una vittoria meno netta del Cavaliere o, meglio, un pareggio tra le due coalizioni. In quest’ultima ipotesi, infatti, l’ex leader di An avrebbe potuto far fuori immediatamente Silvio; accantonare una volta e per sempre la sua leadership; gestire in modo autonomo il Pdl; preparare le condizioni per la propria ascesa al trono di leader del centrodestra e di candidato premier. Insomma: Fini sperava in un risultato che imponesse il varo di un esecutivo di larghe intese. Un Gabinetto della durata di due o tre anni, che avrebbe dovuto affrontare la crisi economica, l’avvio di alcune riforme costituzionali e la modifica dei regolamenti camerali. In poche parole: Fini sognava un esecutivo che tenesse a battesimo la Terza Repubblica, e suggellasse il superamento del berlusconismo. Ma, ancora una volta, aveva sottovalutato Berlusconi e la sua presa sull’elettorato.

Le urne, infatti, consegnano un messaggio chiaro e inequivocabile, in quell‘aprile 2008: il Cavaliere è forte, la sua leadership è tutt’altro che appannata. Niente, dunque, che faccia immaginare come conclusa la parabola politica dell’uomo di Arcore. Che fare?

Il complotto.

Il leader della destra capisce che la Presidenza della Camera può giovargli: una posizione più defilata, meno politica e meno in vista, gli consente di muoversi nell’ombra, e di preparare l’assalto al Cav. senza destare troppo allarme nell’inquilino di Palazzo Chigi. Inizia così a muoversi alacremente, e a cumulare tasselli che possano tornargli utili al momento più opportuno: quando il velo calerà, e il mosaico – alla cui composizione egli ha lavorato con certosino impegno – apparirà come l’unica immagine, l’unico scenario possibile.

Fini decide che per disarcionare Berlusconi sia venuta l’ora di usare qualunque mezzo, anche il meno nobile, anche il più scorretto. Costruisce rapporti con chi, per ragioni diverse, vuol far fuori il Cavaliere. Partecipa alla definizione di un piano che dovrà articolarsi in una molteplicità di mosse, e che dovrà contemplare attacchi su più fronti, portati a segno con una virulenza senza precedenti, e nel più breve tempo possibile. Bisogna fare in fretta, difatti: perché il piano sortisca l’effetto sperato, è necessario il Paese sia ancora avvolto dalla cappa della crisi economica internazionale. Quest’ultima, infatti, non permette vi sia una “crisi al buio”, o un ricorso anticipato alle urne: se l’esecutivo in carica si dimette, è necessario si dia vita ad un gabinetto di unità nazionale che porti l’Italia fuori dal guado.

Muoversi in fretta, dunque; e colpire da più parti. Un accerchiamento che non dia un attimo di tregua, e che non consenta a Berlusconi di rifiatare. In quest’ottica, e solo in questa, si riesce a capire la rapida sequenza – la surreale successione – di eventi che si sono abbattuti sul Premier, con la forza di uno tsunami: il Noemi-gate; le 3000 foto scattate da Zappadu; la prostituta D’Addario che si insinua a Palazzo Grazioli, munita di registratore per incastrare Silvio. Il tutto condito da una sapiente campagna stampa, nazionale e internazionale. Obiettivo: killerare l’immagine del Premier, onde indurlo alle dimissioni, e creare le condizioni perché nasca l’esecutivo agognato da Fini.

Le due comari e il tributarista di Sondrio.

Il piano per detronizzare Silvio è stato predisposto da una pluralità di soggetti, politici e non. Tra le figure del Palazzo, oltre a Fini, hanno apposto la propria firma in calce alla dichiarazione di morte anticipata del Premier, Massimo D’Alema e Giulio Tremonti.

I primi due hanno siglato “l’accordo delle comari“: se cade il governo Berlusconi, il Partito democratico – che a breve diventerà interamente dalemiano, con la vittoria di Bersani al congresso – non opporrà alcuna obiezione alla nascita di un esecutivo di larghe intese, che metta in agenda i due-tre punti succitati: superamento della crisi economica (e conseguente varo di alcune riforme strutturali), riforme costituzionali e modifiche dei regolamenti delle Camere. Non solo: D’Alema si è personalmente impegnato – ed ha impegnato il “suo” Pd – a non opporre obiezioni nemmeno dinanzi all’ipotesi di un governo Fini. E qui veniamo alla strategia delle esternazioni del “compagno” Presidente della Camera.

Destra laica e liberale?

Le prese di posizione di Gianfranco Fini in materia di “fine vita” e di diritto di voto agli immigrati (alle elezioni amministrative) hanno indotto tutti a considerare due ipotesi, per giustificarle. La prima, è che il Presidente della Camera avrebbe intenzione di creare – finalmente – una vera destra liberale nel nostro paese. Una destra capace di portare a compimento quella rivoluzione liberale e liberista che Silvio s’è limitato a promettere, e mai ha realmente tradotto in fatti, dal ‘94 ad oggi. Sarebbe un bene, se così fosse. Ma Fini non ha affatto intenzione di “trasformare” il Pdl in una destra liberale. Innanzitutto, perché Gianfranco guarda – e ha sempre guardato – con diffidenza al sistema liberal-capitalistico. Ha un pregiudizio ideologico assai forte, e il cervello ancora imbevuto di propaganda “socialista e nazionale”. La stessa con cui è venuto su, politicamente parlando; e con la quale ha guidato prima il Msi, e poi Alleanza Nazionale. Si è già avuto modo di dirlo: Fini – anche perché consigliato male, da chi di politica capisce assai poco (Alessandro Campi) – guarda alla destra francese di Sarkozy. Una destra, almeno secondo i nostri canoni, liberale in quanto laica, senz’altro. Ma per nulla liberista: in quanto ancora fortemente intrisa di dirigismo, statalismo sociale (o socialista) e paternalismo (basta leggere, per comprenderlo, cosa ha scritto la sua speaker, Flavia Perina. E cosa sostiene una sua “protetta”, Renata Polverini).
Ma se non vuole creare una destra autenticamente liberale, a cosa mirano le sue esternazioni?

Quelli che la sanno lunga o, meglio, che pensano di saperla lunga, hanno formulato l’ipotesi che le sortite del Presidente della Camera mirerebbero a fargli ottenere il consenso del centrosinistra, quando si voterà per l’elezione del nuovo Capo dello Stato (tra molti anni). Fini, dunque, esternerebbe oggi, per incassare domani – tra diversi anni – il voto favorevole dei “compagni” alla sua ascesa al Quirinale. Ma è razionale questa congettura? Assolutamente no.
E perché mai si smarca dal centrodestra, allora?

Logoramento e ascesa a Palazzo Chigi, mascherati dalla volontà di dar vita ad un serio dibattito politico-culturale.

Fini non è un pivello, non è un cretinetti. Di politica capisce come pochi altri: da trent’anni e più, non si occupa d’altro. Sa che deve muoversi su più piani, per raggiungere i propri obiettivi. E sa che deve farlo, non solo perché gli è necessario a non essere smascherato subito (quale Giuda); ma perché un politico serio e scafato, non gioca mai solo su un tavolo. Deve sempre puntare su diverse ipotesi, su diversi obiettivi: non ne raggiunge uno? Deve sempre esserci una exit strategy, un piano B.

Così il Nostro, con le sue esternazioni sul fine vita, con la sua attenzione ai diritti dei migranti, si ritaglia il ruolo, male che vada, di capo della corrente laica del Pdl. E, evidenziando consonanze di vedute col centrosinistra, potrebbe effettivamente giocarsi la carta suddetta per salire all’irto Colle. Ma questo è il piano B. E’ l’ancora di salvezza per non sprofondare nell’anonimato più buio, quando e se questa legislatura dovesse concludersi “normalmente”, senza la detronizzazione di Silvio.

Ma il piano A è un altro: innanzitutto, le esternazioni che da più di un anno il Presidente della Camera offre al Paese – sempre piene di astio e acrimonia nei confronti delle politiche dell’esecutivo; sempre finalizzate a rimproverare qualcosa; sempre tese a smarcarsi – sono volte a logorare Berlusconi e il suo esecutivo, e a screditarne – almeno in parte – l’operato. A dare l’impressione, all’elettorato, che le cose, nel centrodestra, non siano proprio “rose e fiori”; onde minarne e intaccarne la “stabilità”, che per l’elettore moderato è uno dei principali fattori di pregio della coalizione berlusconiana. Non a caso, le suddette dichiarazioni astiose di Fini, in occasione delle Europee e delle Amministrative, lungi dal sopirsi, hanno assunto una vis polemica – grazie all’incursione non casuale di pretoriani finiani, vecchi e nuovi – inusitata e controproducente per il centrodestra. Quasi che l’obiettivo fosse quello di indurre gli elettori a non votare Pdl, onde indebolire Silvio.
E non a caso Fini, poi, quando è scoppiata la campagna squadristica de la Repubblica contro Berlusconi, non ha pronunciato nemmeno una parola di condanna nei confronti della stessa, pur essendo indiscutibilmente null‘altro che un‘aggressione fascista ai danni di un premier democraticamente eletto; mentre quando Il Giornale (ma anche il Corriere della Sera) ha pubblicato il decreto di condanna penale del direttore di Avvenire Boffo, non ha potuto fare a meno di esprimere il proprio rammarico per la barbarie in atto: queste, e molte altre, le prove che Fini punta a logorare Berlusconi per disarcionarlo.

Lavorare ai fianchi il Premier, accerchiarlo, farlo sentire braccato, ed indurlo alle dimissioni: a questo punta il Presidente della Camera, senza se e senza ma.

Ottenuto questo risultato, ecco allora che le sue esternazioni “eretiche” potrebbero tornargli nuovamente utili: né l’Udc né tantomeno il Partito democratico avrebbero obiezioni da sollevare ad una sua ascesa a Palazzo Chigi. In fondo Fini ha dimostrato, con la sua direzione dei lavori di Montecitorio, di voler sempre tutelare le prerogative del Parlamento, contro il “cesarismo governista” del Premier (cosa assai gradita all‘Udc); ha dato prova, inoltre, di essere profondamente attaccato alla Costituzione repubblicana, laica e non confessionale (un punto a suo favore, agli occhi del Pd). Perché mai le due forze politiche in oggetto, dovrebbero opporsi alla costituzione di un esecutivo da lui presieduto? Non c’è ragione di farlo. Anche perché questi partiti avrebbero tutto l’interesse – al pari di Fini – a mandare in soffitta la stagione del berlusconismo, per voltare pagina e dare vita ad un nuovo avvio.

Tremonti è d’accordo.

Anche il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è della partita. A conti fatti, dalla detronizzazione di Silvio ha solo da guadagnarci: potrebbe spartirsi con Gianfranco tutti gli incarichi presenti sul piatto. Uno, potrebbe nell’immediato sedersi a Palazzo Chigi per poi puntare, nella prossima legislatura, al Quirinale (Fini). L’altro, invece, potrebbe succedere alla guida del Pdl e alla premiership del centrodestra nelle prossime elezioni politiche (Tremonti).

Il tutto, ovviamente, con la benedizione di molti soggetti economici e politici. Tra quest’ultimi, in particolare, Massimo D’Alema: questi ritiene che “morto” Berlusconi, il centrosinistra possa tornare ad avere qualche chance di vittoria. Dunque accelerare la “dipartita” di Silvio, è per lui, come per gli altri, utile e ragionevole.

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56 Responses to "Il punto"

  • destralab says:
  • camelot says:
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