Silvio, licenzia Tremonti o noi licenziamo te

Giulio Tremonti foto

A sfogliare Libero e Il Giornale, o a leggere la prima pagina di Tocqueville, sembra che una parte consistente dei supporter del centrodestra scopra solo ora che Giulio Tremonti è un uomo di sinistra, un socialista. Evidentemente c‘è chi, fino a ieri l’altro, viveva sulla Luna: ben arrivato sulla Terra.

Veniamo al dunque.

Il titolare del dicastero di Via XX Settembre, ieri ha pronunciato una dichiarazione in linea con la propria visione della società, dello stato e dell’economia. Cos’ha detto? Semplicemente una minchiata da catto-social-comunista (o da fascista, che è lo stesso):

Non credo che la mobilità di per sé sia un valore, penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia. La variabilità del posto di lavoro, l’incertezza, la mutabilità per alcuni sono un valore in sé, per me onestamente no. C’è stata una mutazione quantitativa e anche qualitativa del posto di lavoro, da quello fisso a quello mobile. Per me l’obiettivo fondamentale è la stabilità del lavoro, che è base di stabilità sociale”.

In parole poverissime, Tremonti ha detto: viva il posto fisso; abbasso il sistema capitalistico e la globalizzazione che lo hanno fatto venir meno; viva l’Italia fascista (o comunista) e proletaria!

Vediamo, allora, di articolare alcune obiezioni.

In primo luogo, senza flessibilità – o contendibilità – nel mercato del lavoro, ciò che ha mandato in soffitta il “posto fisso”, in Italia, in Europa e nel mondo intero, il numero dei disoccupati sarebbe enormemente più alto; ogni nazione, stante la minore occupazione – e la conseguente minore domanda – produrrebbe minor ricchezza, e in ragione di ciò, i soldi da destinare ai servizi sociali, ai poveri, e ad ogni categoria disagiata, sarebbero molti meno di quelli oggi disponibili.

Perché la disoccupazione sarebbe molto più alta, con un mercato del “lavoro rigido“?

Semplice.

Le imprese si troverebbero nell’impossibilità di ridurre una parte consistente dei propri costi fissi (per salari, stipendi ecc.), ogniqualvolta questo si rendesse necessario: ad esempio per fronteggiare un calo consistente dei propri ricavi, dovuto ad un crollo della domanda, prodotto da un ciclo economico recessivo (ogni riferimento alla situazione attuale, non è casuale).

Se un’impresa non può ridurre i propri costi, anche quelli legati alla manodopera, essa non ha interesse ad assumere un elevato numero di lavoratori dipendenti (che per la stessa impresa sono un “costo fisso“); e se può, finisce per prediligere tecniche di produzione capital intensive. Nel nostro paese, ad esempio, il numero di micro-imprese, quelle che hanno meno di 15 dipendenti, è molto alto, proprio per effetto della “rigidità” dovuta all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Va anche detto che se un’impresa subisce un crollo dei ricavi ma non può ridurre i propri costi, tutti, essa è destinata a chiudere i battenti; e se un’impresa chiude i battenti, perdono il lavoro tutte le persone in essa impiegate. Cui prodest?

La flessibilità nel mercato del lavoro, così come ogni altro genere di flessibilità, dunque, rende le imprese più competitive ed efficienti; consente loro di sopravvivere nei cicli economici negativi; le spinge – le invoglia – ad assumere un maggior numero di dipendenti.

Non solo.

Fin qui si è ragionato adducendo motivazioni, almeno in parte, astratte. Nel senso che non si è fatto riferimento al primo fattore che ha imposto – ripeto: imposto! – la flessibilità nel mercato del lavoro, a diverse diecine di nazioni. Mi riferisco all’Euro, la nostra cara moneta unica, la cui – più che sacrosanta – introduzione, ha reso necessaria, soprattutto all’Italia, l’adozione di norme che rendessero più flessibile il mercato del lavoro (leggasi: legge Biagi).

Perché l’euro richiede più flessibilità nel mercato del lavoro?

Prendiamo il caso del Belpaese: fino a ieri l’altro, quando avevamo la nostra amata Lira – quando potevamo intervenire sulle ragioni di cambio della nostra valuta -, grazie alla svalutazione competitiva della stessa, riuscivamo ad esportare le nostre merci, rendendole “appetibili“, cioè convenienti per chi le acquistava; cosa che, stante la scarsa competitività complessiva del “sistema Italia” (dovuta a troppe tasse, troppe regole, troppa burocrazia, troppe inefficienze interne), non sarebbe stata possibile, ai quelli livelli. E’ bene ricordarlo.

Ora, dopo l’introduzione dell’euro, essendo venuta meno la possibilità di ricorrere alla svalutazione competitiva della “divisa nazionale”, si è dovuto far ricorso ad alcune riforme (poche e modeste!), che consentissero al “sistema Italia” di essere “in partita”, cioè competitivo: tra queste, la più importante, è stata la legge Biagi.

Se non la si fosse adottata, l’Italia sarebbe finita in bancarotta; e il numero di disoccupati sarebbe arrivato ad un livello mai visto prima.

Non solo.

In tutte le nazioni europee, per effetto dell’ingresso nell’Euro, sono state introdotte norme che rendessero più contendibile il mercato del lavoro. E, giova sempre ricordare, in ciascuna di esse, oggi, vigono norme ben più flessibili di quelli esistenti nel nostro paese. In Spagna, ad esempio, la “precarietà” è molto maggiore rispetto a quella esistente da noi; e il socialista Zapatero, quando è arrivato al governo, s’è guardato bene dal modificare le leggi introdotte dal suo predecessore, il destro Aznar.

Detto questo, veniamo ad altro.

Le ragioni addotte dal socialista di Dio Tremonti, a giustificazione del suo sì al “posto fisso”, sono di una banalità sconcertante; proprie di un catto-social-comunista come Bersani o Franceschini; o, in ultima istanza, di un pirla semianalfabeta, di un gran coglionazzo, che farebbe bene a dedicarsi alla coltivazione dei funghi porcini, anziché alla politica.

Perché?

Per un motivo: quando si è introdotta la legge Biagi, si è fatta solo metà della riforma. Nel senso che per rendere tutto coerente, si sarebbe dovuto creare un sistema di ammortizzatori sociali a carattere universalistico. Ovvero: si sarebbe dovuto introdurre il cosiddetto welfare to work.

Ciò non è avvenuto, però, perché il suddetto sistema ha costi ingenti. E per reperire le risorse necessarie a finanziarlo, occorre innanzitutto aggredire la spesa pubblica improduttiva, quella che piace tanto ai partitocrati nostrani, ed abolire quel privilegio da parassiti che consiste nell’andare in pensione a 59 anni!

Un sistema coerente, dunque, è quello in cui se perdi il posto di lavoro, non finisci in mezzo ad una strada, senza il becco d’un quattrino; ma hai un sistema di sussidi che ti accompagna, secondo meccanismi ben precisi, fino a quando trovi una nuova occupazione.

Flessibilità (nel mercato del lavoro), quindi, non fa rima con barbarie.

Fa rima con barbarie, invece, aver speso 10 miliardi di euro per mandare i bambini in pensione a 58-59 anni (e non avviene in alcun paese europeo!); anziché impiegare quegli stessi quattrini per estendere gli ammortizzatori sociali a tutti.

Detto questo, Berlusconi farebbe bene a licenziare Tremonti, perché la sua permanenza al governo crea problemi ingenti (lo si è già detto un miliardo di volte): al centrodestra così come al Paese.

Quest’ultimo, avrebbe bisogno di politiche “mercatiste”, di politiche, cioè, che lasciassero più spazio all’iniziativa privata; avrebbe bisogno di un piano incisivo di liberalizzazioni, cui Tremonti, però, s’oppone per odio ideologico, per incultura, e perché egli si premura prevalentemente di curare gli interessi della Lega (che lo sponsorizza). Che avversa fortemente le liberalizzazioni – a partire da quella dei servizi pubblici locali – perché si fa portavoce delle istanze di piccoli e grandi rentier, e perché con alcune liberalizzazioni essa perderebbe il controllo delle società municipalizzate, in cui “sistema” i propri uomini. La Lega dice no alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali (così come all‘abolizione delle Province), come farebbe un Mastella qualsiasi, per ragioni di cadrega. Va inoltre aggiunto, come ha segnalato Oscar Giannino, che se si approntasse un serio piano di liberalizzazioni – che sono una “roba di destra” – si libererebbero cinque punti di Pil in tre anni (all’incirca 70 miliardi di euro, se non dico una bischerata).

Ancora.

In questo istante, noi si avrebbe bisogno – ed è l’opposto di ciò che postula Tremonti – di ancora maggior flessibilità, nel mercato del lavoro. Avremmo bisogno, cioè, di “precarizzarlo” ancor di più, almeno per un certo numero di anni, e di liberalizzarlo maggiormente. Per il semplice motivo che dobbiamo far di tutto perché chi ha perso il posto di lavoro, a causa della crisi economica internazionale, ne trovi al più presto uno nuovo. Anche se molto precario. O si preferisce la disoccupazione?

Silvio, licenzia Tremonti, e fa’ qualcosa di liberista. Se vuoi rimanere in sella.

Aggiornamento del 21 ottobre.

Da leggere: Esclusivo, il “papello” del Pdl contro Tremonti.

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