Il silenzio-suicidio di Bersani

Pier Luigi Bersani foto

Ha sicuramente ragione Enrico Letta, persona intelligente e ragionevole, quando afferma:

Non basta l’uscita di scena di Berlusconi per riportare il Pd al governo. Bisogna invece sciogliere i nodi del centrosinistra, superare le nostre contraddizioni, seminare e poi vincere culturalmente, ancor prima che elettoralmente, prendendo atto che la nostra sconfitta è stata soprattutto culturale”.

È proprio così: il Partito democratico ha bisogno, più di ogni altra cosa, di una renovatio culturale. Ha bisogno, cioè, di definire la propria identità programmatica attorno a posizioni – idee, valori, comportamenti – che rompano con il proprio passato.

Il problema, però, è che il Pd non sembra affatto muoversi in questa direzione. Non ci sono segnali, in tal senso.

Anzi, in alcuni casi pare prevalgano ancora le “cattive” abitudini di un tempo.

Pensiamo al cosiddetto processo breve e alla liberalizzazione dell’acqua: in entrambi i casi, i dirigenti del Pd non hanno fatto altro che berciare e demonizzare i due provvedimenti; utilizzando, more solito, la menzogna come strumento di lotta politica.

Ci si domanda: ha senso presentare due proposte di legge per introdurre il processo breve, e poi attaccare il centrodestra perché vuole fare la stessa cosa?

Ha senso contestare la liberalizzazione dell’acqua, utilizzando il più subdolo e becero degli argomenti, quello secondo cui grazie ad essa si privatizzerebbe “il prezioso liquido” (cosa più che falsa); a maggior ragione visto che, nella precedente legislatura, si è presentato un disegno di legge per conseguire lo stesso obiettivo?

Ovviamente no: non ha senso alcuno, comportarsi in questo modo. Anche perché, così facendo, non si mostra alcuna volontà di superare le proprie “contraddizioni”, come ha detto Letta.

La questione, però, è che la strategia di Bersani sembra essere profondamente diversa da quella che suggerisce il suo vice.

Sembra, infatti, che il leader del Pd non voglia affatto “sciogliere i nodi e le contraddizioni” del suo partito. Anzi: sembra quasi voglia approfittare di una certa ambiguità, per tenere assieme capra e cavoli.

Mi spiego.

Da quando è divenuto segretario, Bersani si è imposto, questo sembra, una regola: parlare il meno possibile, esternare lo stretto indispensabile.

Chiunque, a cominciare da chi lo ha votato, non ha ancora capito quale siano le sue posizioni, e quale identità egli voglia dare al partito.

Nessuno sa, ad esempio, cosa pensi dell’innalzamento dell’età pensionabile. Una questione che, prima o poi, tornerà al centro del dibattito politico, perché la crisi economica internazionale – e la disoccupazione che essa ha prodotto – rischia di mettere seriamente in pericolo la tenuta dei nostri conti pensionistici, e di anticipare il fenomeno noto come “gobba” previdenziale.

La rupture culturale evocata da Letta, imporrebbe al Pd di pronunciare un mea culpa, in materia; visto che nella scorsa legislatura esso ha contribuito all’approvazione della controriforma delle pensioni. Avverrà mai? Bersani si cospargerà il capo di cenere, e riconoscerà che il suo partito ha commesso un grave errore?

Ne dubitiamo, e per un motivo: con i suoi silenzi, Bersani sta mostrando di non avere alcuna intenzione di attribuire al Pd un’identità precisa, chiara, distinguibile e marcata.

Bersani, questa è la sua strategia, pensa che per tenere assieme gli ex Ds e gli ex Margherita – capra e cavoli, per l’appunto – occorra fare una cosa soltanto: essere ambigui, non esprimere posizioni nette, evitare di scegliere. Allo stesso modo, egli crede che questo escamotage possa far lievitare i consensi del Pd.

Ma è una pia illusione: se è vero che nell’immediato, l’ambiguità può premiare il suo partito – perché in quest‘ultimo, ciascun elettore può illudersi di trovare qualcosa di condivisibile, visto che non ha un’identità marcata e netta -, nel lungo periodo questa scelta può rivelarsi perdente.

Per fare un esempio: nella parte più produttiva del Paese, il Lombardo-Veneto, il Pd è ridotto ai minimi termini. Viene guardato con assoluta diffidenza perché, giocoforza, esso appare agli occhi degli elettori – memori della funesta esperienza rappresentata dal governo Prodi -, come il partito delle tasse, il partito di Vincenzo Visco e Padoa Schioppa, il partito degli studi di settore che hanno stuprato fiscalmente centinaia di migliaia di piccoli imprenditori.

Ecco, senza il Lombardo-Veneto, non si vincono le elezioni politiche. Ma se non si chiarisce agli imprenditori di quest’area cosa si intenda fare in materia fiscale, non se ne ottengono i voti.

Per questo, appare miope la scelta di Bersani. Per questo, “scegliere di non scegliere”, e non esprimere posizioni chiare, è un suicidio politico. Perché è un inganno.

E, come diceva un saggio: “Si possono ingannare poche persone per molto tempo o molte persone per poco tempo. Ma non si possono ingannare molte persone per molto tempo”.

Leggi altre news su per il Popolo delle Libertà.



Tags: , ,

22 Responses to "Il silenzio-suicidio di Bersani"

  • ruys says:
  • sonny.one says:
  • Simone82 says:
  • dissenso says:
  • camelot says:
  • camelot says:
  • camelot says:
  • bruno says:
  • nicola says:
  • camelot says:
  • camelot says:
  • camelot says:
  • ruys says:
  • camelot says:
  • ruys says:
  • ruys says:
  • camelot says:
  • ruys says:
  • camelot says:
Leave a Comment