Il dialogo sulle riforme è un bluff (o peggio)

Piacerebbe a tutti, sicuramente al sottoscritto, che le forze politiche di maggioranza e opposizione dialogassero per riscrivere assieme la Costituzione: onde dare vita a riforme condivise che consentissero di superare il bicameralismo perfetto, di attribuire maggiori poteri al Premier (segnatamente con l’introduzione del cosiddetto “premierato forte”), e di ridisegnare un “nuovo equilibro” tra politica e Ordine giudiziario (secondo i propositi espressi, in più circostanze, da Giovanni Falcone). Piacerebbe a tutti.

Purtroppo per il Paese, però, non vi sarà alcun dialogo tra maggioranza e opposizione; non ora, quantomeno. E per una serie di ragioni.

Innanzitutto, è improbabile che le forze di governo e di minoranza intraprendano un percorso di confronto a tre mesi dalle elezioni Regionali. Quest’ultime, infatti, saranno un appuntamento campale per il Partito democratico: se dovessero andare male, la segreteria di Bersani potrebbe essere messa in discussione; e a rischio potrebbe essere la stessa sopravvivenza del partito.

Dunque quale convenienza può mai avere il Pd a mostrarsi dialogante in questa fase, visto che tale atteggiamento potrebbe costargli caro in cabina elettorale? Nessuna, ovviamente.

A rigor di logica, quindi, se i dirigenti del partito in questione aprono al dialogo, è soltanto per stemperare il clima politico (o per preparare il terreno ad un governo di unità nazionale). Non certo perché abbiano davvero intenzione di sedersi attorno ad un tavolo per ricercare un’intesa onde dar vita alle riforme.

A sostegno di quanto qui asserito, poi, si può citare anche l’intervista rilasciata – stamane – al Corriere della Sera da Enrico Letta. Questi parla della possibilità di affrontare il cammino delle riforme, addirittura in soli sei mesi. Una barzelletta.

Anche i bambini, infatti, sanno che in sei mesi si riesce a malapena ad approvare una legge ordinaria. Figurarsi una molteplicità di norme di rango costituzionale che, nella migliore delle ipotesi, per essere definitivamente ratificate necessiterebbero di un anno (vista la complessa procedura stabilita dall’articolo 138 della Carta).

La seconda ragione per cui qui si congettura che maggioranza e opposizione non raggiungeranno un’intesa, e nemmeno inizieranno a dialogare, è suggerita dallo stesso Letta:

Il berlusconismo si è realizzato con le regole della seconda Repubblica, con il presidenzialismo insito nella legge elettorale regionale, con la quasi elezione diretta del premier, con le liste bloccate in cui è il capo che nomina gli eletti. Tutto questo ha reso il berlusconismo più forte. E allora io dico a coloro che sono scettici: non è meglio cercare di cambiare le regole e cominciare a disegnare le istituzioni italiane del dopo Berlusconi (…)?”.

Per meglio chiarire cosa voglia intendere il vice segretario del Pd – quando fa riferimento alla necessità di “disegnare le istituzioni italiane del dopo Berlusconi” -, è bene richiamare una dichiarazione rilasciata, un annetto fa, da Massimo D’Alema:

Io non sono affatto favorevole al bipartitismo, la riduzione della democrazia a due partiti. Questo aprirebbe la strada al presidenzialismo e cioè alla sicura vittoria dell’ideologia di Berlusconi e quindi di Berlusconi stesso o di chi lo sostituirà: è lui che incarna quel sistema”.

Io punto invece a un sistema politico multipartitico, il sistema tedesco insomma, che garantisce rappresentanza, democrazia ma anche governabilità”.

Devo aggiungere altro?

Non credo; basta questo vecchio adagio: Timeo Danaos et dona ferentes (ovvero: attenti a D’Alema, Casini, Tremonti e Fini).

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10 Responses to "Il dialogo sulle riforme è un bluff (o peggio)"

  • bruno says:
  • Shadang says:
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  • Francesco (Francio) says:
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