Manca un progetto organico

Sono ancora febbricitante; siate clementi.

Il governo da mesi pare aver perso smalto e mordente: netta è la sensazione ch’esso campi alla giornata; che non abbia una direttrice di marcia ben precisa; che l’improvvisazione, troppe volte, sia la sola bussola che ne orienta il cammino; essendo privo, questo sembra, di un disegno politico chiaro e univoco che ne informi e condizioni quotidianamente l‘operato, evitandogli sbandamenti e deviazioni dal programma.

C’è stanchezza, tra le fila del governo. C’è stanchezza anche in Berlusconi; e sfiducia.

Sfiducia in se stesso, innanzitutto, e nella possibilità di esercitare una compiuta leadership sulla coalizione e l’esecutivo che guida. A volte, questa è l’impressione che dà, Berlusconi pare consapevole d’essere null’altro che lo speaker di altri: ché altri comandano; e a lui non resta che obbedire. E ciò lo manda in bestia.

Ma tant’è: ha deciso d’assecondare i desiderata di Bossi, onde garantirsene l’incondizionata lealtà? E ora ne paga appieno le conseguenze: la politica economica del suo esecutivo è interamente funzionale alle richieste e all’impostazione politico-culturale della Lega; e, per tale motivo, è altamente probabile il programma con cui il PdL si è presentato agli elettori venga disatteso in nove punti su dieci, a fine legislatura. Niente abolizione delle “aliquote di Visco”; niente riduzione della pressione fiscale; niente abolizione delle Province; niente introduzione del quoziente famigliare; niente liberalizzazione dei servizi pubblici locali (se si eccettua l’acqua); niente abolizione del valore legale del titolo di studi.

La Lega impartisce ordini; Tremonti li esegue; Berlusconi li subisce.

E qui veniamo al punto.

La sudditanza del governo nei confronti della Lega non sarebbe affatto un problema se il partito di Bossi avesse posizioni compatibili con quelle del Pdl; e soprattutto s’esse fossero utili alla Nazione.

Il fatto, invece, è che la Lega – lo abbiamo visto con la mancata abolizione delle Province e con il No alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali – presenta un’identità ed un progetto politico che, in molti casi, sono dannosi per il Paese. E soprattutto per una ragione: la Lega non è più quella di 30 anni fa; il partito ultraliberista, antistatalista, che vagheggiava lo “stato minimo”, la deregulation, le privatizzazioni e le liberalizzazioni.

La Lega s’è trasformata in un partito vandeano (o demaistriano). Un partito che esprime – quasi sempre – istanze di “sinistra” (o di centrosinistra) in politica economica; istanze di “destra” su tutte le questioni che abbiano a che fare con la legalità e l’immigrazione; e posizioni tradizionaliste sui temi di biopolitica (almeno recentemente).

Il partito di Bossi, infatti, prende voti a profusione anche tra gli elettori di sinistra massimalista: alle ultime Politiche, lo dicono le analisi dei flussi elettorali, non il sottoscritto, la Lega – in alcune aree del Nord – ha sottratto ai Verdi molti dei suffragi di cui godevano.

Com’è stato possibile, tutto ciò?

Com’è stato possibile che elettori di sinistra radicale – infarciti di cultura antimodernista, anticapitalista, antiliberista ed improntata al più nocivo conservatorismo sociale – abbiano deciso di votare per un partito schierato con il centrodestra quale la Lega? I succitati elettori ambientalisti sono forse stati tratti in inganno dal colore verde che campeggiava sui manifesti del Carroccio, come su quelli del “Sole che ride“? Oppure hanno trovato, nel movimento padano, un partito che comunque desse rappresentanza alle loro posizioni?

Si deve necessariamente propendere per quest’ultima ipotesi: è la più logica.

Qualcuno, a questo punto, leggendo quanto appena asserito potrebbe pensare che il sottoscritto sia caduto vittima d’un colpo di sole: ma si è bevuto il cervello, costui? Ma come si fa a dire che la Lega abbia una piattaforma programmatica di sinistra sui temi economici?

Non lo si può dire? È eresia?

E allora come si giustifica il fatto che Luca Zaia – da ministro dell’Agricoltura – abbia proposto i “prezzi amministrati” per i generi di prima necessità? È una roba da Unione Sovietica! Ad una persona di destra, ad una persona che avesse contezza di cosa voglia dire esserlo, mai nemmeno verrebbe in mente di proporla, una cosa del genere, visti gli infiniti danni che ha prodotto ovunque sia stata messa in pratica. Bertinotti, Vendola, Diliberto & C., invece, se governassero farebbero di tutto per tradurla in realtà.

Ancora.

Come si giustifica il fatto che Luca Zaia – sempre da ministro – abbia elargito “sussidi di stato”, anche questa volta in puro stile Unione Sovietica, ai caciottari di Reggio Emilia? La Thatcher e Reagan avrebbero definito la cosa quale intervento da bolscevichi. Enrico Berlinguer, viceversa, avrebbe espresso il proprio personale plauso.

Vogliamo, poi, parlare del No agli Ogm e alla relativa ricerca? Un No che accomuna – anche questo – la Lega a Rifondazione comunista? Vogliamo parlare delle quote latte? Meglio evitare, son fatti noti.

Altra questione. Spesse volte, pessimi – o poco informati – commentatori asseriscono che la Lega sia (ancora) il “partito delle partite Iva”, e che per questa ragione non possa che battersi per il raggiungimento di due obiettivi, soprattutto: “meno stato e più mercato”. Una sesquipedale minchiata!

La Lega, infatti, 30 anni fa era il partito di TUTTE le partite Iva. Da tre lustri a questa parte, invece, essa è divenuta il partito dei “piccolissimi imprenditori”: salumieri, artigiani, piccoli commercianti al dettaglio. Tutte persone rispettabilissime, naturalmente. Ma che non chiedono “più mercato”. Ed anzi, alla politica, al Carroccio, essi chiedono l’esatto contrario: più protezione, più intervento dello stato.

Più protezione contro la concorrenza della “Grande distribuzione” (che si traduce nella richiesta che non siano rilasciate nuove licenze a supermercati, discount e roba simile); più protezione contro la concorrenza – ad esempio – dei cinesi (chiedete ad un parrucchiere milanese se è contento del fatto che, come funghi, ogni giorno aprano nuove botteghe cinesi; dove, per 8 euro, si offre qualunque cosa: shampoo, messa in piega e taglio. Chiedeteglielo: scoprirete che il coiffeur meneghino è inviperito in quanto i “gialli” gli hanno sottratto clienti. D’altra parte, egli s’ostina ad offrire gli stessi servizi chiedendo 20 e passa euro); più protezione contro gli outlet e provvedimenti analoghi.

Ciò che rileva, è che le richieste – più che legittime – di cui si fa carico la Lega, sono spesse volte incompatibili con gli interessi della stragrande maggioranza dei cittadini, in ispecie poveri: la presenza di mercanti ed artigiani cinesi, ad esempio, consente a chiunque di comprare abiti, cianfrusaglie varie, o di farsi un taglio di capelli con pochi spicci.

Allo stesso modo, la presenza – diffusa sul territorio – di supermercati e discount consente alle famiglie, soprattutto quelle numerose e a basso reddito, di comprare roba di cui cibarsi economizzando parecchio.

È la concorrenza, bellezza, verrebbe da dire: più soggetti offrono la medesima merce, più consistente è l’offerta, e più è facile che il cittadino venga “servito” nel migliore e più conveniente dei modi.

Ora, siccome compito della politica non è discettare di filosofia, religione o Spirito Santo, ma risolvere i problemi materiali della gente (e solo questi!), chiunque si opponga – come la Lega sovente fa – alla messa in pratica delle soluzioni più utili per risolvere i medesimi, fa cattiva politica. Proprio come la sinistra.

E qui arriviamo al dunque.

Negli ultimi giorni, come noto, Tremonti e Berlusconi hanno manifestato a più riprese il proposito di mettere mano all’articolo 41 della Costituzione e alle leggi ordinarie attuative del medesimo; onde rendere meno oneroso l’insieme di adempimenti richiesti a chiunque faccia intrapresa economica. Bene. Anzi no: molto bene.

Vien da chiedersi, però, i due dove siano stati fino ad ora; e come mai abbiano scoperto soltanto dopo 16 anni di attività politica quanto vessatorie siano, nei confronti degli imprenditori (e non solo), le leggi della Repubblica.

Fino a ieri l’altro soggiornavano un po’ sulla Terra e un po’ su Marte? O forse fanno politica in totale assenza di un progetto organico e coerente?

La sensazione, duole dirlo, è che facciano politica senza avere un progetto chiaro; e che il programma del centrodestra e del PdL sia una sorta di cocktail: un po’ di roba di sinistra (social-card; bonus famiglia; bonus elettricità) shakerata con un po’ di ingredienti di destra imposti dalla Lega (“abbasso i negher!”); e ogni tanto, come nel caso delle sortite di Berlusconi e Tremonti sulla libertà d’impresa, con l’aggiunta di qualche spezia dal sapore vagamente liberista. Il tutto servito al tavolo con paternalismo democristiano. In due parole: uno schifo!

È tutto qui, il centrodestra italico? E a cosa serve? A fare la stessa politica economica del centrosinistra? Qual è la sua visione della società?

Non è dato sapere.

Ciò che è certo, tuttavia, è che il centrodestra, tre lustri or sono, è venuto a vita per modernizzare il Paese, rivoltarlo come un pedalino, e per imprimergli una “sterzata liberale”: meno stato e più mercato; più libertà individuali e meno paternalismo; più meritocrazia e rispetto del cittadino.

Tutto ciò avrebbe dovuto tradursi in alcune semplici cose: uno stato meno vessatorio e grifagno; una pressione fiscale strutturalmente molto più bassa; la cancellazione delle infinite leggi che complicano quotidianamente l’esistenza al cittadino; la creazione di una società dinamica e con “ascensori sociali” efficienti. Perché compito della politica, ripetiamolo, è solo risolvere i problemi materiali della gente: ché dello spirito si occupa la religione. Che è un’altra cosa e distinta.

Invece, dopo 16 anni di berlusconismo, l’Italia è sempre la medesima: i genitori vanno in pensione da bebè, a 58 anni, e per questo motivo i loro figli non vi potranno mai andare; lo stato, ancora intimamente cattocomunista, ruba ad alcuni contribuenti fino all’80% di ciò che essi guadagnano, facendo la gioia degli invidiosi e degli scansafatiche; i padri hanno sempre il culo protetto perché sono i figli a pagare la necessaria flessibilità del mercato del lavoro; il figlio dell’operaio non ha altra scelta che fare l’operaio e quello del notaio, senza sforzo alcuno, finisce col fare il notaio; le Università sono sempre pessime perché il corpo-docenti è ancora costituito in larga parte da incompetenti che hanno vinto il concorso pubblico con una tessera di partito o con una raccomandazione; gli Ordini professionali sono ancora tutti in piedi, e garantiscono al cittadino servizi sempre più costosi e mediocri; il cittadino paga bollette salate perché, in alcuni comparti, non esiste forma alcuna di mercato e dominano ancora situazioni di monopolio; le leggi che disciplinano l’attività creditizia continuano ad essere le stesse, e le banche seguitano a prestare soldi solo a chi già ne ha (dunque non hanno alcuna utilità); la maggioranza degli italiani seguita a violare, almeno ogni tanto, le leggi della Repubblica, perché quest’ultime continuano ad essere sbagliate, inique ed irragionevoli.

Chi perde il lavoro continua ad esser privo di una rete di protezione sociale, e dalla sera alla mattina finisce in mezzo ad una strada; le prostitute continuano a guadagnare, beate loro, come grandi manager, ma lo stato si fa ancora scrupoli a chieder loro di pagare le tasse; gli imprenditori, gli unici che diano posti di lavoro, continuano ad essere considerati quali pezzi di sterco fumante; nella Pubblica amministrazione, per la gioia di tanti scansafatiche, non è ancora possibile licenziare, e l’Italia continua ad avere un numero di dipendenti pubblici che non ha eguali nell’Occidente evoluto; lo stato continua ad avere dimensioni pachidermiche ed un costo per il cittadino spropositato.

Insomma, al crepuscolo del berlusconismo, dopo 16 anni dalla famosa “discesa in campo”, gli italiani non hanno ancora capito quale sia la differenza tra il cosiddetto centrodestra e il centrosinistra; né si accontentano del fatto che il primo, per distinguersi dal secondo, faccia la voce grossa con gli immigrati.

Non solo.

Alcuni di quelli che votano PdL, a cominciare dal pirlacchione che qui scrive, si chiedono anche per quale ragione si continui ad avere un socialista come Tremonti al Ministero dell’Economia, e la Lega come alleato di governo. Visto che l‘uno e l‘altra, sistematicamente, ed anche per le ragioni esposte in principio, impediscono a Berlusconi di fare ciò che va predicando da 16 anni: la Rivoluzione liberale.

Che è precisamente l’unica ragione per cui venga votato.

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9 Responses to "Manca un progetto organico"

  • daniele burzichelli says:
  • camelot says:
  • daniele burzichelli says:
  • daniele burzichelli says:
  • camelot says:
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