Tempesta perfetta

Per ora è all’orizzonte, cupa e minacciosa; non lambisce il nostro territorio. Ma il rischio che possa abbattersi con eccezionale violenza sul nostro paese, cambiandone radicalmente il volto, è elevato. D’altra parte è una tempesta perfetta. Ma procediamo per gradi.

Da diversi mesi la Commissione europea sta prendendo in considerazione l’ipotesi d’imporre significative misure di rientro agli stati membri gravati da un elevato debito pubblico; onde costringerli a ridimensionare il disavanzo e a portarlo, in tempi ragionevoli, entro la soglia del 60% del loro Pil. Naturalmente, nella “black list” dei paesi con il maggiore indebitamento c’è anche l’Italia, che, come noto, ha un disavanzo – il terzo più consistente al mondo e il primo d’Europa – pari al 118% della ricchezza nazionale.

Nelle ultime settimane, il rischio che la Ue possa assumere la succitata risoluzione s’è fatto più concreto. Addirittura corre voce che, a partire già dal 2011, potrebbe essere imposto a taluni paesi di ridurre il proprio debito in solo un quinquennio. Per l’Italia ciò comporterebbe la necessità di varare ogni anno – e per un lustro – una manovra finanziaria da 40 miliardi di euro. Sarebbe un bagno di sangue e, al contempo, una straordinaria opportunità per risolvere, una volta e per sempre, gli infiniti problemi che ci affliggono.

Qualora però la Commissione europea deliberasse come su indicato, per noi si porrebbe un problema su tutti: chi potrebbe farsi carico, per un quinquennio, di varare manovre economiche “lacrime e sangue”? Chi avrebbe il coraggio di sfidare l’impopolarità più assoluta per mettere in pratica quanto richiesto in sede europea? Chi si prenderebbe l’onere, soprattutto, di fronteggiare quotidiani scioperi e proteste? Il governo Berlusconi? Difficile da credere.

È probabile, piuttosto, che si aprirebbero le porte ad un “governo tecnico”; appoggiato da tutto l’”arco costituzionale”, forse con la eccezione della sola Idv. Sembra l’unica ipotesi plausibile. D’altro canto, Berlusconi ama essere popolare, avere largo seguito; è persona vanitosa. Non potrebbe mai affrontare una situazione nella quale fosse costretto a fare solo cose impopolari, quantunque giuste, e per le quali verrebbe odiato da larga parte della popolazione. Non è la Thatcher, purtroppo. È solo Silvio Berlusconi.

Un governo che avesse il compito di rivoltare il Paese come un pedalino, inoltre, difficilmente potrebbe essere capeggiato anche da uno come Giulio Tremonti: l’attuale ministro dell’Economia, infatti, tutto vuole apparire fuorché un affamatore del popolo; e questo avverrebbe inevitabilmente qualora dovesse mettere mano a talune riforme di sistema, quella delle pensioni in primis.

Insomma, un esecutivo di tal fatta potrebbe essere guidato solo da un “tecnico”; da una persona che dovesse ottenere sì, il consenso delle forze politiche presenti in Parlamento, ma che non avesse anche l’onere di passare per le Forche Caudine del voto popolare (o non subito, quantomeno).

Chi potrebbe assumersi tale impegno?

Probabilmente solo una persona: Mario Monti.

Economista; professore universitario; tecnico di chiara fama europea, Monti è l’unico che non si farebbe scrupoli ad affrontare una sfida tanto ardua. D’altro canto, l’attuale governatore di Bankitalia (Mario Draghi), altro papabile per l’incarico in oggetto, per ragioni pratiche non potrebbe abbandonare il suo attuale ufficio in tempi brevi: dunque non potrebbe essere della partita. Allo stesso modo, l’ex leader di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, il cui ingresso in politica molti danno per certo, difficilmente accetterebbe un tale “battesimo politico”: non farebbe nemmeno in tempo a scendere in campo, infatti, che sarebbe già detestato da mezza Nazione, vista l’impopolarità delle scelte di cui dovrebbe farsi carico. Gli converrebbe? Assolutamente no.

Monti, dunque; premier e ministro dell’Economia al contempo.

E Berlusconi? Che fine farebbe?

È probabile che verrebbe gentilmente accompagnato all’uscio, ed invitato ad accomiatarsi; magari con una lauta mancia: una leggina ad personam che, in cambio del suo impegno a lasciare definitivamente la politica, cancellasse le sue grane giudiziarie con un tratto di penna. E amen.

Inoltre, la necessità di fronteggiare un gravosissimo – e non breve – cammino in comune, spingerebbe maggioranza ed opposizione attuali ad avviare un processo di legittimazione reciproca e di comune crescita: finirebbe l’era dell’insulto e del cazzeggio, e avrebbe inizio la fase della responsabilità e delle scelte fatte nell’esclusivo interesse della Nazione e del Popolo. Non più slogan, da una parte e dall’altra, ma decisioni concrete. Non più demagogia, ma risoluzione dei problemi.

In più, il Pd, che mai potrebbe sottrarsi all’impegno di appoggiare tale esecutivo, sarebbe costretto a fare cose utili per sé e per il Paese: politiche liberali. Con la conseguenza che acquisterebbe credibilità agli occhi degli elettori moderati (quelli che più di altri decidono l’esito delle elezioni); e in questo modo tornerebbe ad essere competitivo e ad avere appeal. Inoltre, marginalizzerebbe il ruolo e la rilevanza dell’Idv – che agli occhi degli italiani seri, qualora decidesse di non appoggiare il governo tecnico, apparirebbe quale forza irresponsabile e massimalista – e potrebbe iniziare ad allontanarsene con l’obiettivo di estrometterla dall’alleanza di centrosinistra. Ancora, riprenderebbe quota il progetto veltroniano, l’unico vincente e convincente, di un Pd a “vocazione maggioritaria”. E sarebbe decisamente un bene per tutti.

Nel centrodestra, congedato Silvio, e con tre anni di legislatura ancora da affrontare, si potrebbe iniziare a ragionare con più calma; lavorando ad una ricomposizione della frattura tra Fli e Pdl, onde superarla mediante un accordo che sancisse la nascita di un nuovo Popolo della Libertà; questa volta con regole certe, e democratiche, che definissero un percorso condiviso per individuare un leader comune. Fini potrebbe essere della partita, e Tremonti potrebbe essere amorevolmente “dirottato” al Quirinale. Per la felicità di tutti.

Il Paese sarebbe sottoposto ad una utilissima cura ricostituente thatcheriana. A base di: massicce privatizzazioni; veri tagli agli sprechi; abolizione di Enti inutili (Province in primis); innalzamento dell’età pensionabile (sulla falsariga di ciò che sta avvenendo in Francia); liberalizzazioni; contenimento consistente della spesa pubblica, a partire dalla Sanità; riduzione del numero dei parlamentari; interventi legislativi nel mercato del lavoro per renderlo ulteriormente flessibile onde favorire il “riassorbimento” della disoccupazione; lotta senza requie all’evasione fiscale e ai falsi invalidi; dismissione di consistenti quote di capitale sociale attualmente detenute dallo stato all‘interno di numerose società; ulteriori interventi di liberalizzazione dei servizi pubblici locali, onde intaccare ancor più fortemente la posizione di rendita delle municipalizzate (e privatizzarle, lì dove possibile).

Insomma: sacrifici, certo, ma utili. Per il nostro futuro e per quello dei nostri figli.

Una tempesta perfetta.

Dio, fa’ che arrivi.

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15 Responses to "Tempesta perfetta"

  • Polìscor says:
  • camelot says:
  • Geqq3q says:
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