Governo tecnico, il Paese prima di tutto

Sono febbricitante; siate clementi.

Si rincorrono voci, si formulano ipotesi, s’immaginano scenari. La verità, però, è una sola: in questo istante, nessuno sa come andrà a finire la crisi aperta da Gianfranco Fini a Bastia Umbra.

Ci sarà un semplice “rimpasto”, dopo la fuoriuscita dei finiani dall’esecutivo? Un Berlusconi bis? Un governo politico, appoggiato dal centrodestra, e però guidato da Pisanu? Si andrà ad elezioni anticipate o si darà vita ad un gabinetto tecnico? Impossibile dirlo con certezza.

Ciò che è possibile è formulare auspici.

Il mio è che questa crisi si risolva con il varo di un esecutivo tecnico di alto profilo (ciò che propugnavo già all’indomani della caduta del governo Prodi). Un esecutivo che metta in agenda alcune riforme di sistema ben più radicali di quelle prospettate, pochi giorni or sono, dal leader di Futuro e Libertà: privatizzazioni per ridurre il debito; liberalizzazioni per rilanciare l’economia; tagli strutturali e consistenti alla spesa pubblica (e non semplici sforbiciate per contenerne il tasso di crescita); riforma dell’età pensionabile e revisione dei coefficienti di rivalutazione; introduzione di nuove norme per rendere temporaneamente ancora più flessibile il mercato del lavoro (onde facilitare il “riassorbimento” dei disoccupati); e in ultimo, approvazione di una nuova legge elettorale di stampo maggioritario (turno unico à l‘anglosassone; obbligo di primarie stabilito per legge; abolizione della raccolta firme per presentare le candidature sostituita dal versamento di un deposito cauzionale per evitare il fenomeno dei cosiddetti “joke candidates“).

Sono cose di cui il Paese ha assoluto bisogno; cose che non possono essere più rinviate e che, più facilmente, potrebbero essere realizzate da un gabinetto tecnico, anziché da uno politico. E per diverse ragioni.

Innanzitutto, perché l’esperienza insegna che in questo stramaledetto paese solo gli esecutivi tecnici sono in grado di fare politiche giuste ed impopolari, politiche – permettetemi di dire – di “destra”: i governi Amato e Ciampi dei primi anni ‘90, e quello Dini del 1995, hanno lasciato il segno dando vita a significativi – ed inediti – processi di modernizzazione. Attraverso vigorosi tagli alla spesa pubblica – che c’hanno consentito di “entrare” nell’euro e d’intraprendere un percorso di riduzione del deficit e del debito -, una importante riforma delle pensioni, e attraverso un vasto piano di privatizzazioni – non sempre fatte bene, in verità – che hanno permesso all’Italia di passare da un sistema economico decisamente “socialista”, ad uno meno illiberale e statalista. Ricordo a tutti che fino ai primi anni Novanta, in Italia, esisteva solo un operatore di telefonia fissa: la Sip. Eravamo un paese del Terzo Mondo, rispetto a tanti altri: più vicini a Cuba che non all’Occidente liberale e democratico.

E adesso, duole dirlo, ci si ritrova nuovamente ai livelli di allora (rispetto ad altre nazioni): visto che la nostra classe politica, tutta, non ha fatto una beneamata mazza, negli ultimi tre lustri, per metterci davvero al passo coi tempi e renderci in grado di competere sui mercati internazionali. Abbiamo ancora troppo stato; troppo debito; paghiamo troppi soldi (circa 80 miliardi l’anno) per interessi sul nostro disavanzo; abbiamo un’economia ingessata, che cresce da oltre un decennio meno di qualunque altra in Europa; un Welfare elefantiaco e finanziariamente insostenibile; un mercato del lavoro che tutela i padri e penalizza i figli; un Leviatano che da circa un decennio seguita a rapinare i contribuenti non restituendo loro il “fiscal drag”; e per quest’ultima ragione, ma non solo, stipendi e pensioni che s’assottigliano, sempre più, favorendo processi di proletarizzazione del ceto medio; scarsi incentivi alla produttività del lavoro; un sistema fiscale e tributario che avrebbe fatto invidia all’Unione Sovietica; inesistenti politiche di sostegno alla natalità; libertà civili ed economiche nulle.

Sarebbe necessario invertire questa tendenza, e un governo tecnico, per di più in una fase di grave crisi economica come quella attuale, potrebbe servire alla bisogna: visto che potrebbe fare cose giuste, ma inevitabilmente impopolari (almeno in parte), senza doverne rispondere agli elettori. Che è la cosa che più inquieta i nostri politici e ne frena l‘azione. D’altra parte, da noi non esistono una Thatcher o un Reagan (o un Sarkozy): ci sono solo Berlusconi e Bersani. E l’uno e l’altro fanno solo ciò che – ritengono – possa essere accettato dalla “gente”. E questo produce immobilismo. Precisamente ciò che non possiamo più permetterci.

Non ci sono solo le ragioni appena enunciate, però, a far propendere per il varo di un esecutivo tecnico. Ci sono anche motivi d‘altro genere.

I sondaggi, in questo momento, fotografano una situazione alquanto incerta: se si votasse a breve è probabile nessuna coalizione riuscirebbe ad ottenere la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Questo induce a scartare l’ipotesi del ricorso al voto anticipato, sarebbe un suicidio, e allo stesso tempo porta a considerare come necessario il varo di un esecutivo stabile, quale quello tecnico potrebbe essere.

Un gabinetto siffatto, inoltre, se restasse in carica almeno un anno e mezzo, servirebbe anche a rasserenare gli animi – dopo una fase di ulteriore ed inevitabile turbolenza, legata alla sua nascita – all’interno del centrodestra, e a creare le condizioni per una ricucitura tra Fini e il Popolo della Libertà. Cosa, questa, che tutti gli elettori moderati dovrebbero auspicare.

Le sorti del Presidente della Camera e quelle del principale partito della coalizione di centrodestra, infatti, sono correlate: il primo, con ogni probabilità, non avrebbe possibilità di veder coronata la propria idea di destra se si collocasse in un eventuale terzo polo (per di più in alleanza con un partito confessionale e codino come l‘Udc); il secondo, invece, non riuscirebbe a sopravvivere alla fase post-Berlusconi se non potesse fare affidamento su un leader, dotato di forte appeal e carisma, come Fini.

Il Paese, inoltre, avrebbe tutto da guadagnare da un reingresso di quest’ultimo nel Pdl: si risparmierebbe la destrutturazione dell’attuale sistema (politico) bipolare (una indiscutibile conquista), e potrebbe – forse – contare su un rafforzamento del medesimo in chiave bipartitica. E qui veniamo all’altro motivo per cui un governo tecnico sarebbe utile.

Il centrodestra e il centrosinistra devono trovare un pretesto, un alibi, per interrompere lo scontro cruento che li vede contrapposti da troppo tempo. Devono dialogare, nell’interesse del Paese, e assieme contribuire a ridisegnarne il volto onde modernizzarlo. C’è bisogno di maggiore condivisione tra le due parti. Altrimenti il rischio è un nuovo fascismo. Soluzioni cruente o pasticciate. Beppe Grillo in Parlamento, per dirla ancora più chiaramente.

Un governo tecnico, appoggiato da ambo le parti, servirebbe a quest’ultime per dialogare. Soprattutto servirebbe alle componenti più moderate delle medesime – Pdl + Fli e Pd – per tentare d’introdurre una legge elettorale a loro favorevole. Il che servirebbe anche al Paese, che ha bisogno di decisionismo, e questo latita lì dove esistano troppi partiti.

Se si ricomponesse la scissione tra Fli e Pdl, e Fini fosse messo a capo di quest‘ultimo, il Pd e il Popolo della Libertà avrebbero tutto l’interesse ad accordarsi, nel mentre sostengono il governo tecnico, per approvare una nuova legge elettorale – magari una versione riveduta e corretta del “Mattarellum” – che non fosse finalizzata a cancellare gli effetti maggioritari di quella attuale. E i vantaggi sarebbero molteplici e per tutti (viceversa, se non ci fosse il reingresso di Fini nel Pdl, la probabilità di veder sostituita l’attuale legge elettorale con una di stampo proporzionalista, sarebbe altissima. Ed è un rischio che va scongiurato).

In conclusione. Approfittare d’un governo tecnico per varare alcune riforme di sistema oramai improcrastinabili, una nuova legge elettorale, e per tentare una riconciliazione in seno al Pdl, credo converrebbe a tutti.

Anche a Silvio.

Questi, infatti, se facesse un passo indietro e desse il proprio via libera ad un gabinetto tecnico, otterrebbe – di sicuro – una “proficua buonuscita“: una leggina ad personam utile a risolvere talune grane giudiziarie.

Voltare pagina, sì, ma nell’interesse del Paese.

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