La riforma della Giustizia è utile ma non metterà a freno la “magistratura politicizzata”

A Berlusconi della riforma della Giustizia frega meno di niente. Ne ha bisogno solo come argomento da addurre a giustificazione del fatto che riceva “particolari attenzioni” dalla Magistratura; come spiegazione, da offrire innanzitutto ai propri elettori, del perché egli sia – come sostiene – perseguitato dai giudici.

Quando i processi a suo carico – da qui a qualche mese – entreranno nel vivo, infatti, il Nostro userà i seguenti argomenti: “Vedete? Mi perseguitano perché voglio riformare la Giustizia. E vi dico di più: proveranno in tutti i modi a condannarmi, e non è escluso vi riescano, per impedirmi di attuarla”. È matematico.

Ciò premesso, rileva però capire se la succitata riforma, al di là delle intenzioni del suo proponente, contenga o meno proposte utili e giuste. E la risposta è: sì.

Il progetto del Governo, infatti, mira ad introdurre talune innovazioni più che condivisibili (tranne, forse, in un caso): innanzitutto la separazione delle carriere, per evitare possano continuare ad esserci forme di collateralismo tra pm e giudici; in secondo luogo la responsabilità civile dei magistrati, per far sì che quest’ultimi rispondano, al pari di chiunque altro, dei propri errori; in terzo luogo l’istituzione di due Csm, uno per i pubblici ministeri e l’altro per i giudici; in quarto luogo l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione; e, infine, la subordinazione dell’esercizio dell’obbligatorietà dell’azione penale a “criteri stabiliti dalla legge”.

Ecco, quest’ultimo aspetto alimenta un po’ di perplessità. Per il semplice fatto che mira a far sì che gli inquirenti, ferma restando l’obbligatorietà dell’azione penale, debbano attenersi, nell’esercizio della medesima, alle priorità indicate dal Parlamento. Nel senso che se oggi un pm può decidere quale crimine, tra quelli di cui sia venuto a conoscenza, perseguire prioritariamente, domani – in virtù della riforma – dovrà invece seguire le indicazioni delle Camere; le quali, giusto per capirci, potrebbero intimargli di accordare la preferenza al contrasto di reati quali lo spaccio di sostanze stupefacenti e non di fattispecie come la concussione. Questo potrebbe essere un problema.

Il limite di questa riforma, ma forse per taluni è il suo punto di forza, sta nel fatto che non proponga alcun rimedio per porre fine ai comportamenti politicizzati di certi magistrati. Ed è un peccato.

Bene avrebbe fatto il governo, invece, a tradurre in legge il contenuto di una sentenza, rimasta lettera morta, emessa qualche anno fa dalla Corte Costituzionale; e tesa a limitare, per l’appunto, la politicizzazione dei togati:

I magistrati, per dettato costituzionale (artt. 101, secondo comma, e 104, primo comma, Cost.), debbono essere imparziali e indipendenti e tali valori vanno tutelati non solo con specifico riferimento al concreto esercizio delle funzioni giudiziarie, ma anche come regola deontologica da osservarsi in ogni comportamento al fine di evitare che possa fondatamente dubitarsi della loro indipendenza ed imparzialità”.

Costituisce illecito disciplinare non solo l’iscrizione, ma anche «la partecipazione sistematica e continuativa a partiti politici»: accanto al dato formale dell’iscrizione, pertanto, rileva, ed è parimenti precluso al magistrato, l’organico schieramento con una delle parti politiche in gioco, essendo anch’esso suscettibile, al pari dell’iscrizione, di condizionare l’esercizio indipendente ed imparziale delle funzioni e di comprometterne l’immagine (…). Nel disegno costituzionale, l’estraneità del magistrato alla politica dei partiti e dei suoi metodi è un valore di particolare rilievo e mira a salvaguardare l’indipendente ed imparziale esercizio delle funzioni giudiziarie, dovendo il cittadino essere rassicurato sul fatto che l’attività del magistrato, sia esso giudice o pubblico ministero, non sia guidata dal desiderio di far prevalere una parte politica”.

L’introduzione del divieto si correla ad un dovere di imparzialità e questo grava sul magistrato, coinvolgendo anche il suo operare da semplice cittadino, in ogni momento della sua vita professionale, anche quando egli sia stato, temporaneamente, collocato fuori ruolo per lo svolgimento di un compito tecnico”.

Parola sacrosante. Tanto più se si considera ciò che taluni magistrati, di tanto in tanto, asseriscono:

Quattro mesi fa, nell’editoriale del n. 2/2008, scrivevamo che le elezioni politiche del 13 e 14 aprile non si erano limitate a determinare una (fisiologica) alternanza di governo ma avevano sancito l’egemonia di forze politiche e culturali estranee od ostili al progetto egualitario ed emancipatore della Costituzione del 1948 (…).

L’ossessione dei migranti ha incentivato meccanismi premoderni di differenziazione della cittadinanza e dato la stura a un’ondata repressiva presto estesa – complici molti sindaci e amministratori locali – a ogni settore di devianza e diversità . Il principio di uguaglianza e lo Stato sociale – nuclei forti della Costituzione del 1948 – sono stati umiliati fino alla configurazione del regime di precarietà come regola anche per rapporti di lavoro pregressi caratterizzati da stabilità e durata indeterminata (sic!) mentre nuove “carte di povertà ” si apprestano a sostituire servizi e interventi di sostegno fondamentali per tutti (…)“.

Ad essere vincente non è (solo) un “grande comunicatore” beneficiato da reti televisive discutibilmente possedute: è, ben più in profondità , una cultura i cui riferimenti sono la disuguaglianza, la competizione, la divisione ineluttabile della società (novello classismo alla rovescia) in ricchi e poveri. Si tratta di una cultura diffusa, costruita nei decenni, da cui non ci si libererà nei tempi brevi” (n.4/2008 di Questione Giustizia; periodico di Magistratura Democratica).

E ancora:

All’indomani delle elezioni del 13 maggio e della vittoria della destra: una vittoria culturale, prima che politica, si aprono anche per il settore giustizia scenari nuovi e inquietanti. Non lo scopriamo oggi. Da tempo avevamo segnalato le questioni implicate dalla contesa elettorale, individuando nel programma della destra un progetto autoritario (…).

La Carta fondamentale ha subito in questa campagna elettorale una ulteriore lacerazione, con l’affermarsi nei fatti di un sistema presidenziale (accompagnato dal culto del capo) estraneo al disegno costituzionale, di cui anzi costituisce la negazione. E le proposte di modifica, anche formali, si moltiplicano, estendendosi alla prima parte della Carta, per affermarvi il primato dell’impresa e della proprietà privata e per riscrivere in modo restrittivo il catalogo dei diritti sociali e, financo, i principi di uguaglianza dei cittadini e di laicità dello Stato” (n.3/2001 di Questione Giustizia; periodico di Magistratura Democratica).

E poi:

Se per politica penale si intende – come si deve intendere – l’intreccio tra definizione dell’area della penalità e pratica della punizione, quella della legislatura appena conclusa è stata assai più innovativa di quanto comunemente si creda ed ha prodotto nel sistema cambiamenti che non è esagerato qualificare eversivi (…).

Il segno di questa politica è plasticamente riassunto da (…) la legge 13 febbraio 2006, n. 59 (recante modifiche alla disci-plina della legittima difesa) (…) – nel caso di uso di un’arma legittimamente detenuta per difendere l’incolumità o i beni, propri o altrui, nella propria casa (e relative pertinenze), nel proprio negozio o nel proprio luogo di lavoro. Mai, neppure in epoca fascista, i principi e le regole di convivenza avevano subito uno strappo così profondo e lacerante (…)” (n.1/2006 di Questione Giustizia; periodico di Magistratura Democratica).

E ancora:

Giuseppe Borrè (…) fu dunque (…) tra i fondatori di Magistratura democratica (…). Qualità necessarie per fare dell’esperienza di Magistratura democratica un’impresa permanente di pedagogia collettiva (…). Tra i cui obiettivi rilievo centrale assumeva la demistificazione della trama dei tanti luoghi comuni (…). A cominciare dal mito dell’apoliticità come condizione dell’indipendenza, al quale egli contrapponeva efficacemente la «politicità-indipendenza », chiarendo: «la magistratura è politicaun autonomo e rilevante momento del sistema politico proprio perché è indipendente dagli altri poteri dello Stato. Il suo essere indipendente non la colloca in un “altro” universo (pretesamene apolitico), ma la fa essere»” (n.4/2006 di Questione Giustizia).

Sempre più in alto:

La Costituzione, frutto dell’antifascismo e della Resistenza, ha sessant’anni. Dedicheremo a questa ricorrenza e al suo significato attenzione e approfondimenti ma, oggi, non è tempo di celebrazioni. Le elezioni politiche del 13 e 14 aprile, infatti, non hanno determinato solo una fisiologica (e salutare) alternanza di governo. Esse hanno sancito l’egemonia – non è dato sapere se nel breve o nel lungo periodo – di forze politiche e culturali che la Costituzione hanno sin ab initio avversato o che sono state estranee al processo costituente. Di ciò occorre essere consapevoli se davvero si vuole arrestare la deriva in atto (…)” (n.2/2008 di Questione Giustizia).

E poi:

La “devolution” è una delle questioni fondamentali sottoposte a referendum. È importante opporvisi perché è espressione della generale posizione antidemocratica, centralista, autoritaria della controriforma e non rappresenta affatto una apertura al federalismo.
Il federalismo è una antica battaglia della sinistra, del pensiero liberale democratico, libertario e del solidarismo cattolico ed è affermato nella costituzione come valorizzazione delle autonomie: prima di tutto dei Comuni (istituzioni di base in diretto rapporto coi cittadini), poi di Province e Regioni.
Invece la devolution della controriforma:
nega il ruolo dei Comuni, di cui distrugge l’autonomia; la politica del centro destra che propone la devolution ha attaccato alla radice la finanza e la gestione dei servizi municipali;
realizza un nuovo “centralismo di stato regionale”, senza alcuna forma di solidarietà (la “secessione” della Lega);
lascia al potere legislativo centrale tutte le decisioni di indirizzo politico generale; non rappresenta effettivamente le Regioni nel “Senato delle Regioni”; non prevede alcuna forma di federalismo fiscale, senza il quale il regionalismo non può operare;
è sovrastata da un incombente potere autoritario e centralista, concentrato nelle mani del capo del governo
.

La devolution è il contrario del federalismo, che non si “devolve” dall’alto ma si costituisce dal basso, a partire dall’esperienza sociale e municipale di autonomia” (Nicoletta Gandus, esponente di Magistratura Democratica; 3 giugno 2006).

E per concludere:

Il cuore di questo atto (si riferisce alla legge che ha introdotto il reato di immigrazione clandestina, ndr) è il mercato dello sfruttamento di chi è povero: per combattere questa legge si dovrà attuare la disobbedienza civile” (Nicola Quatrano, esponente di Magistratura Democratica, intervenendo ad un’assemblea della Cgil; 8 luglio 2009).

A Norimberga i gerarchi nazisti dicevano di obbedire a una legge. Ma quando questa è ingiusta si può essere obiettori di coscienza” (Nicola Quatrano, 9 luglio 2009).

Ecco, se come dice la Consulta, “nel disegno costituzionale, l’estraneità del magistrato alla politica dei partiti e dei suoi metodi è un valore”, chi fa proclami politici come quelli appena esposti, evidentemente si colloca al di fuori del perimetro costituzionale e dunque democratico; e in più, viene meno al “dovere di imparzialità” che su di lui “grava” e che coinvolge “anche il suo operare da semplice cittadino”; ed impedisce al cittadino di essere “rassicurato sul fatto che l’attività del magistrato, sia esso giudice o pubblico ministero, non sia guidata dal desiderio di far prevalere una parte politica”.

La riforma presentata oggi dal governo, purtroppo, non metterà fine a questo andazzo.

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