150esimo controcorrente

Leggiamo sui giornali che l’altro ieri il Ministro dei Trasporti, on. Preti, non è riuscito a farsi trasportare da Milano a Roma. Giunto alla Centrale dal Lussemburgo con un’ora di ritardo, ha perso la coincidenza per la Capitale. Corso a Linate per prendere un aereo, vi ha trovato lo sciopero. Voci non controllate lo danno per partito dalla Malpensa con un volo internazionale. Ma, prima di abbandonarci all’euforia, aspettiamo conferma.
Di fronte a questo episodio, prevediamo che l’opinione pubblica si spaccherà in due. Gli ottimisti diventeranno ancora più ottimisti pensando che se anche un Ministro, e proprio quello dei Trasporti, va soggetto a simili inconvenienti, vuol dire che l’éra dei privilegi è davvero finita. I pessimisti diventeranno ancora più pessimisti, pensando che se nemmeno il Ministro dei Trasporti riesce più ad arrivare in orario, vuol dire che la catastrofe è cominciata.
Per quanto ci riguarda, non abbiamo ancora deciso se schierarci coi primi o coi secondi. Vogliamo rifletterci
” (Indro Montanelli, Il Giornale, 30 giugno 1974).

Lasciamo al nostro Antonio Buono il compito di giudicare, da magistrato, l’operato dei suoi colleghi di Catanzaro. Ma dalle rabbiose reazioni che il Tg2 si è diligentemente premurato di raccogliere anche dalla bocca di autorevoli personaggi, si direbbe che per molti italiani non è importante che la colpa sia certa. Importa solo che sia certo il colpevole” (Indro Montanelli, Il Giornale, 21 marzo 1981).

Lino Jannuzzi rischia di finire in tribunale per violazione di segreto di ufficio. Egli ha riferito sull’Espresso un colloquio confidenziale svoltosi in un’osteria romana tra i magistrati Fiore, Gallucci e Vitalone sul caso Miceli. Non si sa se Jannuzzi assisteva come commensale, o come indiscreto vicino di tavola. Qualcuno sostiene che non vi assisteva affatto e che il discorso gli è stato riferito da uno dei tre.
Le informazioni dell’Espresso non sono sempre vere, ma sono quasi sempre verosimili. E purtroppo niente lo è più di questa scenetta di tre alti Magistrati che, avendo per le mani un caso come quello di Miceli in cui è coinvolto tutto un regime, ne discutono non in camera di consiglio, ma in trattoria, senza far caso se fra chi li sta a sentire ci sia un giornalista, oppure premurandosi di metterlo al corrente a colloquio concluso. Nell’una e nell’altra ipotesi, il segreto d’ufficio chi lo ha violato? “Guai alla generazione i cui giudici meritino di essere giudicati” dice il Talmud. Proprio a noi doveva capitare di nascere in una di queste generazioni!
” (Indro Montanelli, Il Giornale, 12 gennaio 1975).

La Biennale di Venezia ha dichiarato che il miliardo di lire stanziato a suo favore dal ministero della Pubblica Istruzione e da quello del Turismo non le basta.
Ha ragione. Il cosiddetto “sistema” scricchiola da tutte le parti. Ma per mandarlo definitivamente a fondo scardinandone tutte le giunture, screditandone tutti i valori e alimentando tutti i dissensi contro quello che dovrebb’essere il suo puntello, lo Stato, bisogna che lo Stato vinca la sua taccagneria e allarghi un po’ di più la borsa. Anche chi vuole la sua morte deve vivere. E deve vivere, si capisce, a spese dello Stato
” (Indro Montanelli, Il Giornale, 19 gennaio 1975).

In Italia ogni anno nascono decine di migliaia di bambini con quoziente di intelligenza inferiore a cinquanta. In altre parole, condannati al cretinismo. Pare tuttavia che questa grave menomazione possa essere in molti casi notevolmente ridotta, se accertata con tempestive analisi del sangue. Perciò la Regione Lazio ha votato una legge che le rende obbligatorie. Ma il commissario di governo ha bloccato il provvedimento, perché – ha detto – questa materia è competenza dello Stato. Ed ha perfettamente ragione. Come impresario di cretini lo Stato infatti non ha rivali” (Indro Montanelli, Il Giornale, 11 ottobre 1981).

Venuto a conoscenza che contro di lui era stato spiccato ordine di arresto, Giuseppe Fuscaldo, da Monza, si è presentato alle carceri di Desio per farvisi – come si dice in gergo poliziesco – associare. La sua richiesta è stata respinta per mancanza di posto. Identico risultato hanno sortito i suoi tentativi presso le carceri di Monza, Cassano d’Adda e Rho: tutti al completo, anzi oltre di gran lunga i limiti della capienza. Così Fuscaldo ha dovuto tornarsene mestamente a casa rimandando i suoi buoni propositi a tempi migliori: quelli, se mai torneranno, in cui, per saldare i debiti con la Giustizia, il cittadino non avrà più bisogno della “raccomandazione” d’un Ministro” (Indro Montanelli, Il Giornale, 9 gennaio 1975).

Siamo sinceri estimatori del ministro delle Finanze, Bruno Visentini. Lo consideriamo uno degli uomini più integri, più capaci e più efficienti dell’attuale governo. Ma appunto per questo la notizia ch’egli minacciava le dimissioni ci ha vivamente preoccupato. E non per il pericolo che Visentini si dimetta davvero, ma per il timore che poi non lo faccia. Secondo noi, le dimissioni vanno d’ora in poi regolate per legge: una legge magari di un solo articolo che dica pressappoco: “Pena la perdita dei diritti civili e politici, chiunque annunzi le proprie dimissioni da qualsiasi pubblica carica, è tenuto. 1) A darle. 2) A scomparire dalla circolazione per almeno un mese onde sottrarsi alle affettuose pressioni, regolarmente coronate da successo, di coloro che vogliono indurlo a ritirarle”” (Indro Montanelli, Il Giornale, 31 ottobre 1975).

Giovanbattista, Gianbattista, o anche Giobatta Perasso fu quel genovese Balilla che, incolpevolmente, angustiò le nostre infanzie. Suo omonimo è il Giovanbattista Perasso, anziano, funzionario statale in pensione, che ha or ora inviato 50 mila lire al ministro del Tesoro, Emilio Colombo, con la calda istanza di accreditarle allo Stato a riparazione o ristoro di un errore ch’egli commise cinquant’anni fa, nel 1924, causando all’Erario un danno di mille lire dell’epoca. Il brav’uomo per mezzo secolo non è riuscito a darsene pace. E sentendo avanzare l’età estrema ha voluto rimediare. Gli sarà rilasciata ricevuta sul conto “Entrate eventuali”. Però questi Perasso, che gente! Migliorano ad ogni generazione. Perché se a tirare sassate contro gli austriaci ci voleva coraggio, a restituire cinquantamila lire allo Stato ci vuole eroismo” (Indro Montanelli, Il Giornale, 1 dicembre 1974).

Mai visto tanto entusiasmo patriottico, tanti tricolori per le strade come per la finale degli azzurri al Mundial. Nella tomba di Caprera, le ossa di Garibaldi fremono d’invidia. Per unificare l’Italia “in un solo grido, in una sola passione”, gli erano occorsi mille uomini. A Bearzot ne sono bastati undici” (Indro Montanelli, Il Giornale, 12 luglio 1982).

Il tribunale militare di Cagliari, presieduto dal colonnello Melis, ha assolto sei avieri riconosciuti rei di aver trascorso diversi mesi a conversare piacevolmente e gratuitamente con amici e parenti sparsi nella penisola agganciando con un fraudolento marchingegno la rete telefonica militare a quella civile. Ma – ha sentenziato il giudice – pur trattandosi di un furto, è un furto operato con mezzi che la legge non prevede.
Diceva Carlo Dossi: “Perché, o stolti, far birberie fuor dalla legge? C’è tanto posto da farne dentro!”
” (Indro Montanelli, Il Giornale, 20 dicembre 1974).

Un gruppo di intellettuali quasi tutti di sinistra ha firmato un appello “a un impegno severo per difendere le istituzioni repubblicane”. Sono pressappoco gli stessi che per anni hanno tuonato contro “l’arroganza del potere”, contro “il terrorismo di Stato”, contro i soprusi della polizia, contro i carabinieri, contro ogni proposta che mirasse a rafforzare la difesa dell’ordine. Ora, d’improvviso, l’ordine lo vogliono anche loro. Ma non quello dello Stato. Ne vogliono uno che affianchi, o venga addirittura esercitato dal “grande moto popolare che in migliaia di luoghi di lavoro, di scuole, di pubbliche piazze, ha espresso una risposta combattiva e unitaria” al terrorismo. E ci siamo capiti. Contro la violenza dei pochi, ma in nome di quella dei molti” (Indro Montanelli, Il Giornale, 19 marzo 1978).

Francesco Alberoni, il sociologo per antonomasia, ha scoperto che il concetto di vacanza, che fa tanto presa sulle masse e ne sommuove le torrentizie migrazioni estive, non è che una trasposizione collettiva del sogno dell’isola felice. Anche noi sogniamo, e non soltanto d’estate, l’isola felice: un’isola in cui a nessuno sia consentito guadagnarsi una cattedra universitaria con simili baggianate” (Indro Montanelli, Il Giornale, 27 luglio 1978).

Sempre più in preda al loro delirio di autofagìa, gli americani hanno rilanciato lo scandalo dei finanziamenti della Cia. Lo avevano già denunciato il mese scorso, e quindi non si capisce perché la cosa sollevi, anche sui giornali italiani, tanto scalpore. A giustificarlo non può essere che l’ammontare, per la prima volta precisato, delle “bustarelle”: in tutto, sei milioni di dollari, un po’ meno di quattro miliardi di lire. E questo, a dire il vero, indigna anche noi. Che, presi in mazzo, i partiti politici italiani non valgano più di quattro miliardi, possiamo anche convenirne. Ma che accettassero di costare così poco, non era mai accaduto, e ci sembra gravemente lesivo del prestigio nazionale. Finora, con quattro miliardi di lire sotto forma di fiori e regalucci in occasione di nozze e compleanni, non si compravano nemmeno le mogli e le figlie dei partiti. E nella tariffa era compresa la discrezione. Tutto, ahinoi, perde quota e si corrompe: anche la corruzione” (Indro Montanelli, Il Giornale, 8 gennaio 1976).

Lo avevano detto, e lo hanno fatto. Appena la piccola pattuglia radicale a Montecitorio – Pannella, Mellini, Bonino e Faccio -, è andata, come sempre, a occupare i posti dell’ultima fila di sinistra, l’esercito comunista è balzato compattamente e sdegnatamente in piedi in segno di protesta, e il presidente Ingrao, raccogliendo il suo grido di dolore, ha fatto espellere gli usurpatori. Noi non vediamo che cosa autorizzi i comunisti a usare la “sinistra” come una marca depositata tipo Dash che più a sinistra non si può. Ma avevamo sempre sospettato che questa frenetica corsa a sinistra, di cui l’Italia è diventata l’ippodromo, non è in fondo che una corsa ai “posti”” (Indro Montanelli, Il Giornale, 9 ottobre 1976).

Non abbiamo capito perché il presidente Andreotti abbia sentito il bisogno di emanare un comunicato di smentita all’articolo pubblicato su la Repubblica che sbandierava in prima pagina il titolo: “Svolta di Andreotti. Il Pci nel governo”. Sulle notizie de la Repubblica il governo dovrebbe intervenire le rare volte in cui risultano fondate. È questo che le rende sensazionali e memorande” (Indro Montanelli, Il Giornale, 25 gennaio 1979).

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