L’omicidio di Garlasco

È il 13 agosto 2007. Chiara Poggi è in casa, nella villetta di famiglia, da sola: i suoi genitori si trovano in Trentino, con il fratello Marco, per trascorrere qualche giorno di ferie. Sta facendo colazione, seduta sul divano, quando suona il campanello. Chiara si alza e apre la porta: conosce la persona che ha dinanzi. La fa entrare. Pochi istanti dopo viene colpita al volto, due volte, con un oggetto di metallo che non verrà mai ritrovato. Cade a terra, e il suo carnefice le sferra molti altri colpi, alla testa e alla nuca. Chiara prova a divincolarsi, e, quantunque sia riversa sul pavimento, riesce a trascinarsi fino ad una scala, da cui precipita raggiungendo la taverna al piano inferiore. Ha 26 anni, una laurea con lode in Economia e un impiego come stagista in una società informatica di Milano, quando, per l’ultima volta, chiude gli occhi.

Alberto.

Appena sveglio, qualche minuto dopo le 9 di mattina, come ogni giorno Alberto Stasi fa uno squillo con il proprio telefonino a Chiara, un modo come un altro per darle il buongiorno – «Non ho ricevuto risposta ma non mi sono preoccupato», dirà in seguito agli inquirenti.
Stanno assieme, Alberto e Chiara, da circa quattro anni; e, l’ultima volta, si sono visti la sera prima.
Dopo aver tentato invano di contattare la fidanzata, Alberto si mette a lavorare alla tesi: è un laureando in Economia alla Bocconi. «Dalle 11.15 fino alle 12.30», però, prova «a chiamare Chiara, sia con il cellulare sia con il telefono di casa». Ma non ottiene risposta. Per questo, «verso le 13.30», decide di «andare a controllare»; sale in auto e si reca a casa della ragazza. Questo il racconto che farà agli investigatori: «Ho suonato il campanello a vuoto, ho visto la finestra della cucina aperta e l’antifurto spento. Allora ho riprovato sia sul cellulare che a casa. Sentivo che entrambi gli apparecchi squillavano. Ho scavalcato il muretto e sono entrato in giardino. Ho trovato la porta d’ingresso chiusa, ma non a chiave. In casa ho visto la Tv accesa nella salettina dove eravamo la sera prima. Entrando, vicino alla porta, ho visto del sangue e un sottovaso per terra. Quando ho aperto la porta della taverna ho visto altro sangue: ho fatto due gradini e non ho guardato dove mettevo i piedi. Ho visto Chiara riversa a terra, con le gambe leggermente allargate. Del volto ho visto la guancia destra di Chiara. Era bianca in volto».
Alle 13.50 Alberto chiama il 118, e, subito dopo, si reca con l’auto alla caserma dei Carabinieri di Garlasco: «Non mi sono avvicinato al corpo di Chiara perché ero spaventato e ho provato una sensazione mai provata in vita mia. Non ho aspettato l’ambulanza perché avevo paura», riferirà agli investigatori nel corso del primo interrogatorio, poche ore dopo il rinvenimento del corpo di Chiara.

Iniziano le indagini.

La versione fornita da Alberto non convince gli inquirenti. Per due ragioni: egli, quando entra in casa di Chiara, indossa un paio di scarpe sulle cui suole i periti, nelle ore immediatamente successive all’omicidio, non riescono a rinvenire tracce di sangue – eppure, sul pavimento della villetta, ve n’era parecchio; in secondo luogo, Alberto afferma che Chiara «era bianca in volto». Ma gli investigatori, giunti a casa della ragazza per un sopralluogo dopo l‘uccisione della stessa, quel volto l’hanno visto ricoperto di sangue.
Qualcosa non quadra, e Alberto viene iscritto nel registro degli indagati; a suo carico, inoltre, viene disposto il sequestro di due computer, due biciclette (una da donna ed una da uomo), un martello, un pinza da camino, tre auto e molteplici paia di scarpe. È il 20 agosto 2007.

Caccia all’uomo: arriva l’arresto. E poi la scarcerazione.

Gli oggetti sequestrati ad Alberto, e la “scena del crimine”, vengono passati ai raggi X dai Ris di Parma. E dalle prime analisi emergono risultati non favorevoli all’indiziato. Innanzitutto, su nessuno dei gradini che portano alla taverna, nella casa di Chiara, si trovano impronte delle sue scarpe. All’esterno della villa, sul muretto che Alberto, a suo dire, avrebbe scavalcato per entrare nella casa della fidanzata, inoltre, non si trovano tracce che possano essere a lui ricondotte. Sul tappetino del bagno di casa Poggi, impresse nel sangue, poi, vengono rinvenute due orme di scarpe, presumibilmente lasciate da un piede di taglia 41-43, facilmente ascrivibili ad Alberto. Tutto pende a suo sfavore. Dai primi rilievi effettuati sul suo computer portatile, inoltre, emerge che Stasi avrebbe lavorato alla tesi di laurea «solo per una manciata di minuti», tra le 9 e le 10 di mattina del 13 agosto: troppo poco perché la sua attività al Pc possa rappresentare un solido alibi. Ma il peggio deve ancora venire. È il 24 settembre. I carabinieri piombano a casa di Alberto: «Questo è un provvedimento contro di lei, deve venire con noi in caserma», gli intimano. Il provvedimento è un fermo: Stasi viene condotto in caserma per essere interrogato e poi tradotto in carcere. Un nuovo elemento è emerso contro di lui: a seguito di talune analisi, sui pedali di una delle bici sequestrategli, sono state rinvenute tracce ematiche di Chiara. Un fatto che, ad avviso degli inquirenti, sembra confermare quanto dichiarato da una testimone, tale Franca (vicina di casa dei Poggi); la quale, sin dal primo momento, s’era detta certa del fatto che, nelle ore in cui Chiara veniva uccisa, fuori casa sua fosse presente «una bicicletta nera da donna, né nuova né vecchia, senza cestino».
Per gli inquirenti è la svolta. Tanto che il procuratore capo di Vigevano, Alfonso Lauro, ai media dichiara: «Abbiamo delle prove, non più solo degli indizi». Gli investigatori aggiungono: «Sono state trovate tracce del Dna di Chiara su alcuni oggetti che non dovevano averne secondo la ricostruzione del fidanzato»; «Lui ha detto di essere andato in auto quella mattina a casa di Chiara. Su una sua bicicletta ci sono tracce di sangue. Qualcosa non quadra».
Qualcosa non quadra. Già.
Interrogato dagli inquirenti, alla domanda «Lei ci ha detto che quella mattina si è mosso in macchina. Sui pedali della sua bicicletta abbiamo trovato tracce del sangue di Chiara. Come può spiegarci questo, signor Stasi?», Alberto, dopo qualche istante di silenzio impiegato per scavare nei propri ricordi, risponde «Vede, è che Chiara aveva avuto delle perdine e io ricordo che le avevo calpestate. Forse è per questo che ci sono quelle tracce». Chiara, continua poi Alberto, aveva avuto “perdite” qualche giorno prima della sua uccisione; aggiungendo anche «Io non c’entro niente, dovete cercare altrove».
Gli investigatori non gli credono e lo incarcerano. Alberto, però, non possiede una bici come quella descritta dalla testimone; e, come detto, si professa innocente. Ma questo conta poco: gli inquirenti lo ritengono colpevole. E tanto basta perché i media gli si scaglino contro. C’è la traccia ematica: «Una goccia di sangue che secondo gli investigatori ha una sola spiegazione: si tratta di una traccia lasciata dalle scarpe di Alberto, una traccia che questo ragazzino biondo con gli occhi di tutti addosso avrebbe lasciato dopo aver ucciso, dopo essersi ripulito per bene senza spargere indizi, dopo aver studiato una messinscena precisa fino all’ultimo dettaglio», scrive l’inviato de La Stampa.
In ogni caso, il fermo di Stasi deve essere convalidato dal Gip. Cosa che non avviene. Il 28 settembre, infatti, il giudice per le indagini preliminari, Giulia Pravon, dispone l’immediato rilascio di Alberto: «Non ci sono sufficienti indizi per mantenerlo in carcere». Indizi, non prove, quelle raccolte dalla pubblica accusa; e che in più, sempre per il Gip, «non sono tali da giustificare una misura cautelare».
E dire che il pm Rosa Muscio, quando aveva disposto l’arresto di Stasi, quattro giorni prima, era consapevole del fatto di non avere in mano prove schiaccianti: «Come sarebbe a dire che potrebbe non essere sangue? Ve ne rendete conto anche voi… qui bisogna essere più che sicuri. Non possiamo fermare un ragazzo se… non ci voglio nemmeno pensare», aveva dichiarato in un colloquio ad alcuni collaboratori; «Datemi un telefono, chiamatemi il Ris». E dall’altra parte del cavo: «Qui i consulenti di parte dicono che potrebbe non essere sangue».
La conferma arriva dalla successiva perizia sulla base della quale il gip revoca il fermo: «Il profilo genetico relativo alla vittima ottenuto dal campione bu_p è con elevata probabilità riconducibile a sangue». «Con elevata probabilità», non con certezza. E Alberto torna libero.

Il computer di Alberto e le foto porno. Colpevole perché «ossessionato dal sesso».

Nei mesi successivi al rilascio di Alberto, la pubblica accusa e la difesa si combattono aspramente a colpi di perizie e controperizie nel corso delle varie udienze preliminari presiedute dal giudice Stefano Vitelli. Ne nasce, così, una tenzone che attira la morbosa curiosità dei mezzi d’informazione e trasforma l’omicidio di Garlasco in un processo mediatico. Tutto ruota attorno al Pc di Alberto e ad alcune foto, dal contenuto pornografico, che vengono in esso rinvenute. Anche immagini (e video) che ritraggono Alberto e Chiara in intimità. Vediamo cosa accade.
Il 12 dicembre i Ris di Parma consegnano al Pm Rosa Muscio una “dettagliata” perizia sul notebook di Alberto. Dalla stessa risulta che il giovane avrebbe usato il computer portatile dalle 9.36 alle 9.39 del 13 agosto, unicamente per visualizzare l’immagine di una donna seminuda. Alle 9.39 il Pc sarebbe stato spento, per poi essere riacceso alle 10.15. Ma da quel momento e fino alle 12.30, orario in cui il notebook viene definitivamente spento, Alberto non avrebbe lavorato alla tesi di laurea: di questo non v’è traccia, sostengono gli investigatori, nella memoria del computer. Alberto, dunque, ha mentito; e non ha un alibi per l’omicidio di Chiara.
Il 20 dicembre, poi, un’altra tegola cade sulla testa del bocconiano; che viene convocato in Procura dal pubblico ministero e messo al corrente di due nuovi capi d’imputazione a suo carico: detenzione e divulgazione «per via telematica, attraverso il software “e-mule”, di materiale pornografico realizzato utilizzando minori di anni 18». Si tratta di foto e video rinvenuti nel Pc Compaq e nella chiavetta Usb Compass, sequestrati mesi addietro ad Alberto.
Qualche settimana dopo il rinvenimento di questo materiale, a carico di Stasi si apre un processo “parallelo” per detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico. Il 10 giugno del 2010, però, il Gup di Vigevano, Stefano Vitelli, proscioglierà Alberto dall’accusa di divulgazione di materiale pedopornografico, rinviandolo a giudizio per la sola detenzione del medesimo (5 video, per l’esattezza); con queste motivazioni: «Non vi sono evidenze oggettive per affermare che il profilo comportamentale di Alberto Stasi sia quello di un soggetto specificamente interessato alla pornografia minorile e che abbia le caratteristiche tipiche di chi fruisce abitualmente di contenuti di tale natura. I fatti contestati possono quindi eventualmente collocarsi in episodi limitati indotti da curiosità occasionali». Contro la decisione del Gup, il 22 settembre 2010 la Procura di Vigevano ha presentato ricorso in Cassazione.
Ritorniamo all’omicidio di Chiara.
Il ritrovamento del materiale pedopornografico nel Pc di Stasi consente alla pubblica accusa di individuare un possibile movente per l’assassinio di Chiara Poggi: quest’ultima avrebbe scoperto le foto e i video nel computer del fidanzato; ne sarebbe rimasta assai scossa; da questo avrebbe avuto origine un aspro alterco tra i due, a seguito del quale Alberto, temendo il peggio, avrebbe maturato il proposito di ucciderla.
Si arriva al 3 agosto. I legali di Alberto depositano una relazione tecnico-scientifica con la quale provano a smontare, ad una ad una, le tesi dell’accusa. Innanzitutto, quella relativa allo scarso utilizzo del Pc, da parte di Alberto, il giorno dell’omicidio di Chiara: «È vero che è stato usato solo tre minuti. Ma nel senso che per tre minuti si è connesso a una rete esterna. Poi l’ha usato come macchina da scrivere e ha scritto quattro pagine della tesi».
In secondo luogo, le impronte di piede rinvenute in casa Poggi, a cominciare da quella trovata sul tappetino del bagno della stessa, «non si ricollegano a nessuna delle scarpe di Alberto Stasi».
In terzo luogo, i difensori di Alberto provano a spiegare come mai le suole delle sue scarpe non recassero tracce di sangue nonostante avessero calpestato il pavimento insanguinato della casa di Chiara: «Qualora, per ipotesi, avesse calpestato qualche macchia di sangue sul pavimento, si può dimostrare che il materiale di queste scarpe non consente di assorbire quello che si sta calpestando». E ancora: «Le fotografie scattate nell’immediatezza del ritrovamento consentono di poter affermare che Alberto Stasi poteva attraversare tutto il soggiorno senza calpestare alcuna traccia ematica».
In quarto luogo, a proposito della traccia trovata sul pedale della bici, i legali di Stasi asseriscono: «È pacifico, da un punto di vista strettamente scientifico, che quella traccia che i Ris hanno trovato su un pedale della bicicletta di Alberto Stasi non è sangue umano e che quindi il Dna riconducibile a Chiara Poggi ha un’altra origine biologica».
In ultimo, contestano l’orario dell’omicidio individuato dall’accusa tra le 11 e le 11.30: «Attraverso il riesame di tutti i fattori che vengono usati per determinare, a posteriori, la morte di una persona, il professor Francesco Maria Avato ha ricalcolato l’ora della morte in un periodo tra le 9 e le 10 della mattina». In virtù di queste risultanze, il collegio difensivo presenta una richiesta di archiviazione per Alberto Stasi, «per non aver commesso il fatto».
Siamo al 17 marzo del 2009. È una data molto importante. Nel corso dell’udienza preliminare presieduta dal giudice Stefano Vitelli, i due pubblici ministeri, Rosa Muscio e Claudio Michelucci, al termine di una requisitoria di quattro ore, chiedono il rinvio a giudizio di Alberto Stasi perché colpevole, a loro giudizio, dell’uccisione di Chiara Poggi. Ma c’è anche dell’altro: il Gup si riserva di decidere se disporre o meno una super-perizia sul computer di Alberto. I Carabinieri di Vigevano, venuti in possesso di quel Pc, infatti, prima di consegnarlo ai Ris per i rilievi scientifici, potrebbero averne compromesso la memoria accendendolo e spegnendolo numerose volte, 42 per l’esattezza, dal 14 al 29 agosto del 2007.
Nella successiva udienza, il 28 marzo del 2009, poi, arriva il colpo di scena: Alberto Stasi chiede il rito abbreviato, su suggerimento dei propri legali. «La durata del loro intervento», dichiarano i difensori del giovane riferendosi alla requisitoria dei Pm tenutasi il 17 marzo, «dimostra che hanno scoperto tutte le loro carte, perché quando uno ha poco dice tutto. E quello che hanno non basta per dichiarare la colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio».
Arriviamo al 30 marzo; altra udienza preliminare. E in scena irrompe, prepotente, il movente sessuale; per bocca del Pm Rosa Muscio: «Il movente è certamente da collocarsi all’interno della dinamica di coppia, nel rapporto interpersonale tra Alberto e Chiara». Ecco, allora, la descrizione di cosa accadde quel terribile 13 agosto 2007; sempre secondo la pubblica accusa: «Appare chiaro che Stasi non fosse in quel contesto di tempo concentrato esclusivamente sulla tesi, come invece ha ostinatamente cercato di far credere nelle sue dichiarazioni, nascondendo e tacendo questo aspetto di quanto fatto la mattina. La corrispondenza fra il contenuto delle immagini visionate da Stasi e i regali (erotici, ndr) da lui portati alla ragazza non può far escludere che lo stesso Stasi abbia potuto richiedere, come aveva fatto in passato, la realizzazione di immagini riproducenti quelle visionate o che abbia preteso da Chiara qualcosa di più o di più particolare rispetto ai loro rapporti intimi, soprattutto in relazione alla volontà di effettuare ulteriori riprese filmate dei loro rapporti. Stasi testualmente ha riferito sulle precedenti riprese. “Chiara non voleva, ma se io glielo chiedevo lo faceva”».
E quindi, prosegue il pm, è possibile che: «questa volta Chiara si sia opposta categoricamente, scatenando la reazione violenta e feroce di Alberto Stasi. È possibile quindi che, a fronte di questo rifiuto, Stasi abbia perso il controllo ed abbia ripetutamente colpito la ragazza, l’abbia trascinata e buttata nel vano scala dello scantinato, si sia poi lavato nel bagno del piano terra e si sia quindi allontanato con la bicicletta marca “Umberto da Milano”, sui cui pedali ha lasciato il sangue della vittima. Dopo essersi disfatto dell’arma, delle scarpe sporche di sangue, s’è presentato alla caserma dei Carabinieri di Garlasco inscenando il finto ritrovamento del cadavere della ragazza e la telefonata al 118».
E ancora: «Tenuto conto che non vi è traccia informatica sul suo computer portatile della presenza di un operatore che interagisce con la macchina dopo le 10.17, Stasi ha avuto tutto il tempo per commettere l’omicidio, per cancellare ogni traccia direttamente a lui riconducibile e per costruire il ritrovamento casuale del cadavere. Non esiste un’ipotesi ricostruttiva dei fatti compatibile con tutte le emergenze probatorie diversa da questa».
Alla base dell’omicidio di Chiara, quindi, per la pubblica accusa è possibile ci sia stato il rifiuto da parte della stessa ad assecondare talune richieste sessuali di Alberto; magari quella di girare, come altre volte accaduto, un video “intimo”.
Ma perché di Alberto pensa questo, il pubblico ministero? Ecco la sua risposta: «per la sua propensione maniacale per la pornografia e la sua ossessiva sensibilità per il tema della sessualità».
Alberto è colpevole, dunque, perché non ha un alibi e perché, come buona parte dei suoi coetanei, mostra una «propensione maniacale per la pornografia» e una «ossessiva sensibilità per il tema della sessualità».

Si arriva al 30 aprile. Il Gup Vitelli dovrebbe emettere sentenza sul caso Poggi (la pubblica accusa ha chiesto trent’anni di reclusione per Alberto), ma c’è un colpo di scena: dopo quattro ore di camera di consiglio, Vitelli dispone nuove perizie. Sul Pc di Alberto, sulle suole delle sue scarpe, sulle tracce trovate sul pedale della sua bici, sul percorso da lui compiuto quanto ha trovato il corpo di Chiara, e sull’ora del decesso di quest’ultima.

Il castello accusatorio si scioglie come neve al sole.

È il 31 agosto quando vengono resi noti gli esiti della super-perizia disposta dal Gup, e realizzata da otto esperti, sul notebook di Alberto (perizia che mette tutti d’accordo: accusa, difesa e legali di parte civile). Eccone il responso: Stasi, quel fatidico 13 agosto del 2007, ha acceso il Pc alle 9.36; ha prima visionato filmati ed immagini dal contenuto pornografico, dopodiché ha salvato file col programma di videoscrittura Word, e più volte, fra le 10.20 e le 12.20. Sulla base di queste risultanze, dunque, è pressoché impossibile che abbia ucciso Chiara; la quale, secondo l’accusa (ovvero il medico legale della stessa), è morta «tra le 10.30 e le 12, con maggior centratura tra le 11 e le 11.30».
Ma i periti reclutati dal Gup dicono anche altro: i Carabinieri che hanno preso possesso del Pc di Alberto prima che lo stesso fosse consegnato ai Ris, maneggiandolo maldestramente, e senza farlo di proposito, hanno cancellato ogni traccia di salvataggio effettuato col programma Word tra le 10.20 e le 12.20.
Il pubblico ministero Rosa Muscio non la prende bene; e, parlando con un ufficiale dei Ris di Parma, poco dopo si sfoga (esattamente come aveva fatto due anni prima, quando aveva scoperto che le tracce sui pedali della bici di Alberto potevano non essere ematiche): «Io mi chiedo com’è stato possibile… Come?». Ma le brutte sorprese per lei non finiscono qui.
È il 28 settembre. Arrivano i risultati della super-perizia medico-legale condotta sulle scarpe di Alberto, sui pedali della sua bici, e sull’ora del decesso di Chiara. Partiamo da quest’ultima e vediamo cosa scrivono i periti: «Non è valutabile con precisione l’epoca della morte se non che essa avvenne nel corso della mattinata». Quanto all’assassinio: «Non fu un fatto concentrato nel tempo essendo individuabili due casi ben distinti»; e ancora: «Non è possibile stabilire la durata dell’intero episodio, ma potrebbe essersi protratto anche per alcune decine di minuti», venti in totale, sostiene il professor Lorenzo Varetto, che la perizia ha redatto.
Quanto alle tracce rinvenute sulla bici di Alberto: «Non è possibile precisare la natura del materiale biologico di Chiara Poggi, presente sui pedali della bicicletta di Alberto»; «Potrebbe essere costituito da qualsiasi tipo di tessuto riccamente cellulato, stante la capacità di persistenza del dna in tracce secche disperse nell’ambiente»; «Non è possibile in alcun modo che sia scientificamente fondato e non meramente congettura i tempi e le modalità di dispersione di detto materiale biologico sconosciuto sui pedali».
Veniamo alle suole pulite delle scarpe di Alberto. C’è, scrive il professore: «L’effettiva possibilità che le scarpe di Alberto Stasi disperdano tracce eventualmente raccolte per calpestamento di limitate quantità di sangue»; anche perché, sia l’esame delle calzature Lacoste di Alberto sia la visione delle immagini della scena del crimine portano il perito ad asserire che «meno di 40 minuti dopo il riferito passaggio di Alberto Stasi nell’abitazione, almeno una buona parte del sangue presente sul pavimento del piano terreno, ed eventualmente anche la sua totalità fosse secca».
Ricapitolando. In base agli esiti delle due perizie, quella sul Pc e quella medico-legale, si può dire quanto segue: Alberto non ha raccontato il falso perché quando Chiara veniva uccisa, egli effettivamente era al computer a scrivere la tesi di laurea; le suole delle sue scarpe non si sono sporcate, con ogni probabilità, perché quando ha raggiunto la scena del crimine, il sangue di Chiara, presente sul pavimento del pian terreno della villetta, s’era, almeno in parte, già seccato; è impossibile stabilire «la natura del materiale biologico di Chiara Poggi» presente sul pedale della bici di Alberto; Chiara, in ultimo, è stata certamente uccisa di primo mattino – chiarisce in un altro dettaglio della perizia il professor Varetto -, perché indossava ancora il pigiama e nel suo stomaco era presente ancora il cibo della prima colazione; elementi questi che, conclude il perito, «fanno ritenere che la morte sia avvenuta probabilmente non molto tempo dopo il risveglio della ragazza».

L’ultima mossa del Pm.

È il 10 dicembre; manca una settimana al pronunciamento della sentenza sull’omicidio di Garlasco. Il pubblico ministero Rosa Muscio gioca l’ultima carta. Questa: Chiara non è stata uccisa, come sostenuto in precedenza dallo stesso pm, «tra le 10.30 e le 12, con maggior centratura tra le 11 e le 11.30», ma sicuramente dopo le 12.20 (e più probabilmente tra le 12.46 e le 13.26); quando Alberto aveva certamente smesso di lavorare alla tesi. Ipotesi, questa, che non convince nemmeno il legale della famiglia Poggi, l’avvocato Gian Luigi Tizzoni: «Noi siamo convinti che il delitto sia avvenuto tra le 9.10 e le 9.36, quando l’imputato accese il computer».
La pubblica accusa, inoltre, conferma la richiesta formulata il 30 aprile: trent’anni di reclusione ad Alberto Stasi per l’uccisione di Chiara Poggi.

La sentenza di primo grado e l‘assoluzione di Alberto.

Sono le 17.20 del 17 dicembre. Il giudice Stefano Vitelli, dopo cinque ore di camera di consiglio, legge la sentenza: «In nome del popolo italiano, visto l’articolo 530 del codice di procedura penale, comma secondo, il Tribunale di Vigevano assolve Alberto Stasi per non aver commesso il fatto».
Il 16 marzo (2010) ne verranno divulgate le motivazioni: «Un complessivo quadro istruttorio da considerarsi contraddittorio e altamente insufficiente a dimostrare la colpevolezza dell’imputato» ha indotto il giudice Vitelli a prosciogliere Alberto.
In riferimento, poi, ad «un possibile movente/occasione dell’omicidio da parte dell’attuale imputato non emerge una congrua prova», aggiunge il Gup.
Riguardo all‘ora del decesso di Chiara, invece: «È più ragionevole affermare che la morte della ragazza si collochi nel lasso temporale immediatamente successivo alla disattivazione dell’allarme perimetrale avvenuto alle ore 9.12 di quella mattina».
Quanto alla manomissione del Pc di Alberto da parte dei Carabinieri: «Il collegio peritale evidenziava che le condotte corrette di accesso da parte dei carabinieri hanno determinato la sottrazione di contenuto informativo con riferimento al pc di Alberto Stasi pari al 73,8% dei files visibili (oltre 156mila) con riscontrati accessi su oltre 39mila files»; «Queste alterazioni indotte da una situazione di radicale confusione nella gestione e conservazione di una così rilevante quanto fragile fonte di prova da parte degli inquirenti nella prima fase delle indagini ha comportato, in primo luogo, il più che grave rischio che ulteriori stati di alterazioni rimuovessero definitivamente le risultanze conservate ancora nella memoria complessiva del computer»; «Gli accessi in questione hanno prodotto degli effetti metastatici rispetto all’esigenza di corretta e complessiva ricostruzione degli eventi temporali e delle attività concernenti l’utilizzo del computer nelle giornate del 12 e 13 agosto 2007. Rispetto dunque ad altre questioni probatoriamente rilevanti (come, ad esempio, il movente – occasione dell’omicidio) non è più possibile esprimere delle valutazioni certe né in un senso né nell’altro: in questo ambito, il danno irreparabile prodotto dagli inquirenti attiene proprio all’accertamento della verità processuale».

Il processo d’appello a carico di Alberto dovrebbe iniziare entro la fine del 2011.

Pubblicato anche su Processo Mediatico.



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