Civiltà, giustizia e legalità

Garantismo. “Il garantismo, giova ricordarlo soprattutto ai garantisti a corrente alternata, nasce quale baluardo contro abusi o eccessi del potere, e non è certo sorto quando la magistratura ha iniziato a indagare e a processare anche imputati eccellenti. Questo principio è sempre stato, nel passato, una delle bandiere, non facili da sventolare, di chi ha una concezione democratica del diritto e di chi si è battuto per i diritti e le garanzie dei soggetti più deboli”.

Separazione delle carriere. “La separazione delle carriere (chiamiamola anche in altro modo, l’importante è il risultato) è necessaria anche per creare una maggiore fiducia dei cittadini nelle decisioni di chi ha il difficile, e delicato, compito di giudicare altri uomini, perché ‘la moglie di Cesare deve anche apparire, oltre che essere, al di sopra di ogni sospetto’. E anche un bambino capisce che l’arbitro non può una volta indossare la casacca nera e l’altra la divisa del giocatore. La questione dovrebbe essere evidente per chi non guardi attraverso lenti deformanti”.

Giustizia politica. “Ci sono poi le responsabilità di una parte della magistratura. Quella che usa il proprio ruolo per fare politica e che cerca, in ogni modo, di interferire sulle decisioni di chi è stato eletto e dunque trae la sua legittimità dal voto. È una parte numericamente limitata, ma che occupa alcuni gangli vitali del potere giudiziario e che rovescia sui suoi critici l’astratta accusa di attentare all’indipendenza dell’intero ordine giudiziario. È quella parte della magistratura (peraltro minoritaria) che chiede rispetto per la propria autonomia, ma cerca, in tutti i modi, di interferire nelle scelte del Parlamento. È la stessa che cavalca una serie di leggende metropolitane e che, tanto per fare un esempio, appena si accenna alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, alza barricate e usa argomenti tendenziosi e non veritieri, tipo ‘si vuole far dipendere il potere giudiziario da quello esecutivo’. O che, se si condivide la necessità di rivedere la composizione del Csm, accusa la politica di attentare all’autonomia della categoria”.

Spiare dal buco della serratura. “Sono fermamente convinto che la pubblicazione di intercettazioni telefoniche, soprattutto delle conversazioni che riguardano chi non è coinvolto nelle indagini o che trattano argomenti strettamente privati, sia una barbarie. È come spiare dal buco della serratura e amplificare su un megaschermo quelle immagini “legalmente carpite”; è – e su questo riflettano coloro che oggi decidono queste pubblicazioni e domani potrebbero esserne vittime – una incivile violenza“.

Sono un feuilleton. “È ovvio che devono restare chiuse nei fascicoli giudiziari fino alla conclusione delle indagini; non devono essere pubblicate sui giornali come fossero un feuilleton”.

Sputtanamenti da far pagare. “Ho l’impressione, però, che molti non vogliano vedere la barbarie e chiudano in maniera pregiudiziale la porta a qualsiasi cambiamento. Molti, non so se in buona o malafede, tendono a confondere il diritto-dovere di informare con il preteso diritto di commettere reati; la libertà di stampa con la libertà di diffamare, disinformare, “sputtanare”. Perché non ci sono scappatoie: il dibattimento deve essere pubblico, le indagini non sono pubbliche (e i relativi atti, comprese le intercettazioni, non sono pubblicabili), innanzitutto, ma non solo, a garanzia proprio della genuinità delle indagini. E siccome non è possibile rispettare le leggi che ci piacciono e non rispettare quelle che non ci stanno bene, credo sia necessario prevedere delle immediate sanzioni pecuniarie nei confronti dei giornali che violano le leggi. È inaccettabile che vengano pubblicati ogni giorno testi di interrogatori, testimonianze, parole carpite da intercettazioni. Usare un frammento di notizia, come spesso si fa sui giornali, significa dare un’informazione fuorviante. Pubblicare intercettazioni, piuttosto che testimonianze o rapporti di polizia giudiziaria, che la legge prevede restino segrete o non pubblicabili, non significa solo rovinare le persone: significa danneggiare le indagini, rendere possibile l’inquinamento delle prove, i falsi alibi, la fuga dei colpevoli”.

Carcerazione preventiva. “Se già, in un lontano passato, la carcerazione preventiva era definita la lebbra del processo penale, figuriamoci oggi, che viene presentata come la soluzione di tutti i mali, come appunto l’unica giusta misura per colpire i delinquenti che popolano un paese barbaro. Solo che non è vero che il paese è barbaro e soprattutto non è vero che la galera serva a farlo diventare più civile”.

Custodia anticipo di pena. “Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che la custodia cautelare serve, nei casi in cui non vi è né pericolo per la collettività, né rischio di inquinamento delle prove, per “anticipare” una pena che si teme non venga poi scontata anche in caso di condanna. Il che non è ammissibile perché snatura il concetto stesso di giustizia che non può essere mai né vendetta, né punizione anticipata per una futura eventuale condanna”.

Giuliano Pisapia
(da In attesa di Giustizia, con Carlo Nordio, Guerini e Associati 2010).



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