Tempi bui e una sola via d’uscita

È inutile girarci intorno o indorare la pillola: i prossimi cinque anni, a causa dei sacrifici economici che dovremo affrontare, saranno probabilmente i più difficili della storia repubblicana.

La manovra economica che il governo ha approntato per onorare gli impegni presi con l’Europa, infatti, è di quelle che, per entità, nel nostro paese non si erano mai viste: 79 miliardi di correzione. Così ripartiti: 3 miliardi nel 2011, 6 nel 2012, 25 nel 2013 e 45 nel 2014.

Grazie a questi aggiustamenti, è bene ricordarlo, raggiungeremo il pareggio di bilancio nel 2014. Un obiettivo sacrosanto e il cui conseguimento, nel lungo periodo, ci ripagherà con enormi benefici; ma che, nel breve, ed in parte anche nel medio periodo, ci costerà un prezzo altissimo. E ciò perché, quale che sia, all’interno della Finanziaria, il peso specifico dei tagli e quello dell’incremento dell’entrate, essa comunque produrrà inevitabilmente effetti recessivi: minori consumi, risparmi ed investimenti; ridotta crescita del Pil (a meno che non vengano iniettate nel sistema massicce dosi di liberalizzazioni); e maggiore disoccupazione.

Per questa ragione, se avessimo un ceto politico serio e fatto di persone che amano il Paese, tutti, in questo istante, invocherebbero un governo di “unità nazionale” (chiedendo a Berlusconi di fare un passo indietro subito dopo l‘approvazione della manovra economica); e si impegnerebbero, sin da ora, a vararne uno anche nella prossima legislatura.

Gli sforzi da fare sono immani; le singole coalizioni, parlano i fatti, si sono dimostrate, e seguitano a darne prova, del tutto incapaci di risolvere i problemi strutturali del Paese. Non si può più cazzeggiare. C’è da rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro. Tutti assieme.

In più, se non prevalesse sin da subito l’orientamento a dare vita ad un governo di “salvezza nazionale” anche nella prossima legislatura, il rischio di andare incontro a politiche ancor più recessive e fatte di maggiori tasse (si legga alla voce: patrimoniale), negli anni a venire, sarebbe altissimo.

Per appurarlo è sufficiente considerare quanto ha dichiarato Vendola in un articolo pubblicato oggi su Guardian (null’altro che una serie di bestialità. Sia concesso rilevarlo). Ha detto, in buona sostanza, che le regole di austerità imposte dall’Ue andrebbero rispedite al mittente. Possibilmente cambiate: “Il patto di stabilità non è l’11.mo comandamento“; “Possiamo e dobbiamo rinegoziare il suo impianto per avere standard più flessibili“.

E siccome ha postulato questo, dimostrando di non aver ben chiaro quanto grave sia la nostra situazione, premurandosi per di più di aggiungere che a suo avviso andrebbe anche incrementata la spesa in alcuni comparti, vuol dire che se nella prossima legislatura si trovasse a mettere piede a Palazzo Chigi, si opporrebbe, con il massimo della forza, ad ogni incisivo taglio alla spesa corrente. E come potrebbe mai far fronte ad una correzione dei conti pubblici dell’entità di 70 miliardi, senza tagliare la spesa?

È del tutto inadatto a governare, mi pare evidente. D’altra parte, l’ultima volta che ne ha avuto la responsabilità, dal 2006 al 2008, lui e i suoi compari, Bersani e Di Pietro, hanno aumentato di tre punti percentuali la pressione fiscale e l’Italia è entrata in recessione prima di qualunque altra nazione al mondo (nel secondo trimestre 2008) con conseguenze nefaste anche sulla disoccupazione (che ha cominciato ad aumentare già dal primo trimestre dello stesso anno). Vogliamo rivedere un’altra volta questo film horror? Vogliamo davvero male a questo paese?

Avessimo una vera destra, cioè un partito liberal-conservatore, e una sinistra europea e “normale”, cioè social-liberale (à la Zapatero e à la Blair), non ci sarebbe necessariamente bisogno di varare un esecutivo di larghe intese, in una situazione come quella attuale.

Ma posto che abbiamo una sinistra ancora comunista, e una destra che non è liberista (e dunque nemmeno destra), l’unica possibilità di sopravvivere a tale sgomentevole spettacolo partitocratico, e alla crisi economica in atto, è quella di veder nascere un esecutivo tecnico appoggiato da tutti.

Governino (e prendano le decisioni) gli ottimati, i tecnici: persone di chiara fama internazionale e competenza. E lor signori politici, che almeno di questo sono capaci, si limitino a pigiare i pulsanti in Parlamento. Di errori ne hanno fatti già fin troppi.

E tutti prevedibili.

Le elezioni anticipate sono un’eventualità da scongiurare anche per un’altra ragione: la più importante. Tutti gli analisti, tutti gli economisti, concordano nel dire che il 2008 e il 2009 saranno anni pessimi, dal punto di vista economico. Modestissima crescita, rischio inflazione, decremento della domanda estera e di quella interna. Chi diamine potrebbe suggerire di andare a votare domani, sapendo che in caso di vittoria dovrebbe assumersi l’onere infausto di guidare un paese in piena crisi economica? Ovviamente nessuna persona sana di mente.

Non solo. (…) Come la mettiamo con i litigi che, solo fino ad un mese fa, infuriavano tra i leader della Casa della Libertà? Se si andasse a votare tra tre mesi e si vincessero le elezioni, come andrebbe a finire? È ipotizzabile che – tutto d’un tratto – torni il sereno tra i mammasantissima del centrodestra? Difficile. Con una legge elettorale che accresce il potere (e la presenza parlamentare) del singolo partito (perché questo fa il “Porcellum”), inoltre, gli elementi di frizione – soprattutto con una crisi economica forte da gestire -, aumenterebbero. Dunque: ci si tolga dalla testa l’ipotesi di un ricorso quasi immediato alle urne, e si familiarizzi con l’idea di un governo di transizione” (22/01/2008).



Tags: , ,

17 Responses to "Tempi bui e una sola via d’uscita"

  • Lele: Silvio, sodomizzami con la tua stele says:
  • massimo1 says:
  • camelot says:
  • MauroLIB says:
  • camelot says:
  • MauroLIB says:
  • camelot says:
  • minnanon says:
  • camelot says:
  • minnanon says:
  • valerio says:
  • camelot says:
  • camelot says:
Leave a Comment