Più che Indignados, Cretinos

In piazza, ieri, c’erano soltanto anticapitalisti ed antiliberali. Persone, cioè, accomunate dal rifiuto e dalla volontà di distruggere il modello occidentale di società, quale venutosi a delineare, a partire dalla fine del ‘700, con l’emersione della bourgeoisie e del sistema economico libero-scambista, e col riconoscimento – la costituzionalizzazione – della sacralità dell’Individuo e delle sue libertà. Ieri, a Roma, era in discussione questo. E abbiamo visto come è andata a finire.

Ma cosa chiedevano, di preciso, i cosiddetti Indignados?

Lo racconta una lettera che hanno indirizzato, qualche giorno fa, al Capo dello stato:

“Caro Presidente Napolitano, nel nostro paese non si fa altro che parlare di giovani. Lei lo ha fatto spesso. Ultimamente lo ha fatto anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, a breve presidente della Banca centrale europea.

La questione generazionale è semplice: c’è una generazione esclusa dai diritti e dal benessere, che oggi campa grazie al welfare familiare, e sulla quale si sta scaricando tutto il peso della crisi. La questione non si risolve togliendo i diritti a chi li aveva conquistati, i genitori, ma riconoscendo diritti a chi non li ha, i figli, e per far questo ci vogliono risorse, altrimenti le parole girano a vuoto.

Ora ci chiediamo, e chiediamo anche a Lei Presidente, come è possibile invertire la tendenza e promuovere delle politiche pubbliche a sostegno delle giovani generazioni prendendo sul serio le letterine estive di Trichet e Draghi? Come è possibile farlo se il pareggio di bilancio diventa regola aurea, da inserire, addirittura, all’interno della carta costituzionale di cui Lei è garante?

Caro Presidente, garantire e difendere la Costituzione oggi, vuol dire rifiutarsi di pagare il debito, così come consigliano diversi premi Nobel per l’economia; vuol dire partire dai ventisette milioni di italiani che hanno votato ai referendum contro le privatizzazioni e in difesa dell’acqua bene comune; vuol dire partire dalle mobilitazioni giovanili e studentesche che da diversi anni, inascoltate e respinte, hanno preteso di cambiare dal basso la scuola e l’università, chiedendo risorse e democrazia; vuol dire partire dalla domanda diffusa nel Paese di un nuovo sistema di garanzie, che tenga conto delle differenze generazionali, ma che, soprattutto, non metta le generazioni l’una contro l’altra: così, in primo luogo, si tiene unita l’Italia!

Sarebbe un atto di semplice giustizia fare in modo che non siano sempre gli stessi a pagare questa crisi. Siano, piuttosto, coloro che l’hanno prodotta a pagare, attraverso una tassazione delle rendite finanziarie, delle transazioni, dei patrimoni mobiliari e immobiliari. Le risorse ci sono, si trovano nel mondo della finanza che sta cancellando la democrazia: è lì che vanno reperite per distribuirle equamente.

Con troppa solerzia, caro Presidente, l’abbiamo vista affidarsi alle indicazioni di Trichet e Draghi. Questo non significa unire l’Italia e neanche sostenere le giovani generazioni. Bisognerebbe avere il coraggio, dopo il disastro del ventennio berlusconiano e della seconda Repubblica, di costruirne una terza di Repubblica, fondata sui beni comuni e non sugli interessi privati. È giunto il momento di scegliere da che parte stare, dalla parte della rendita o da quella della vita. La invitiamo a riflettere, perché questa generazione tradita non si arrenderà alla rassegnazione, ma da Tunisi a New York ha imparato ad alzare la testa”.

Riassumendo. Essi chiedono che il nostro paese continui ad essere una roccaforte del socialismo reale: qualcosa di completamente diverso dal modello di società occidentale (che essi, appunto, contestano).

Non chiedono un cambiamento: pretendono la conservazione dello status quo. Non propongono un modello economico inedito per il nostro paese: vogliono che la politica economica seguiti ad essere quella che ha prodotto il debito pubblico che ci ritroviamo, e che è la ragione prima del nostro sottosviluppo.

Non chiedono la fine di taluni privilegi, iniqui ed economicamente non più sostenibili, cui oggi hanno diritto i loro genitori: chiedono, al contrario, di poterne usufruire anch’essi. Non chiedono che si rinunci ad indebitare le generazioni future, come quelle passate hanno fatto con la loro: pretendono che si continui a farlo e per questo si oppongono al vincolo di pareggio di bilancio.

Non chiedono “meno tasse per tutti”, da finanziarsi con tagli alla spesa corrente, onde stimolare la domanda e la crescita economica e per questo tramite garantire ai precari il passaggio ad un contratto a “tempo indeterminato”: chiedono ancora più spesa e più tasse, in un paese già soffocato dall’eccesso dell’una e delle altre, che null’altro producono se non recessione e precariato.

Non chiedono allo stato di dismettere parte del “suo” immenso patrimonio (vale 1.800 miliardi), onde falcidiare il debito e per questo tramite gli interessi che si pagano sullo stesso (80 miliardi all’anno), così da avere risorse da destinare – ad esempio – agli investimenti in ricerca, scuola ed infrastrutture: chiedono che i “beni pubblici”, in particolare le cosiddette “municipalizzate”, non vengano nemmeno in parte privatizzati, così che i politici continuino ad usarli per assumere amici, amanti e parenti.

Non chiedono che i genitori smettano di campare alle spalle dei figli (andando in pensione a 58 anni, come non avviene in nessun’altra nazione al mondo): pretendono anch’essi di poter campare, magari vita natural durante, alle spalle di qualcuno.

Non hanno idee giuste, codesti Indignados.

Ne hanno di mortali.



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36 Responses to "Più che Indignados, Cretinos"

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