Gli scenari che il governo Monti apre

Se tutto va bene, entro venerdì, Monti scioglierà la riserva e darà vita al primo governo di destra della storia repubblicana. Certo, esso non farà solo cose commendevoli, è bene sia chiaro sin da ora; non si limiterà a privatizzare (per abbattere il debito) e a liberalizzare (per rilanciare l’economia), a più non posso, e a tagliare col machete la spesa pubblica improduttiva (come richiesto dalla Bce): sarà costretto, molto probabilmente, ad introdurre anche qualche stolido balzello, qua e là, per accontentare gli esponenti del Pd e quelli dell’Udc. Tuttavia, questo passa il convento e, siccome c’è da fronteggiare un’emergenza economica senza eguali, è bene trangugiare il boccone senza proferire verbo (o quasi).

Ciò detto, qui si vuole considerare altro: gli scenari politici che il governo Monti potrebbe dischiudere. Partiamo dal Pd.

Innanzitutto, va dato atto a Bersani di essersi comportato da galantuomo. Avrebbe potuto osteggiare la nascita dell’esecutivo tecnico e chiedere le urne. Invece, per senso di responsabilità, ha rinunciato ad una vittoria certa – quella che avrebbe conseguito se fossero state indette nuove elezioni – per imbarcarsi in un’avventura che, per lui, sarà esiziale. E per diverse ragioni.

Innanzitutto, perché non sarà facile, per il suo partito, digerire politicamente i provvedimenti che, di volta in volta, l’esecutivo Monti chiederà al Parlamento di approvare: essi, infatti, avranno un contenuto fortemente liberista. È facile prevedere, dunque, che Bersani verrà aspramente contestato dalla base del Pd e che la sua leadership, in ragione di ciò, subirà, inevitabilmente, un forte appannamento.

In secondo luogo, perché se si fosse andati ad elezioni nel 2012, egli sarebbe stato certamente il candidato premier del centrosinistra. Visto, però, che l’esecutivo Monti, salvo imprevisti, resterà in carica fino alla scadenza naturale della legislatura (2013), Bersani – la cui detronizzazione, nei mesi scorsi, veniva già richiesta da Veltroni & C. – sarà costretto a farsi da parte anche perché la sua leadership verrà insidiata da Matteo Renzi. Il quale, alla Leopolda, non ha formalmente lanciato un’Opa ostile alla segreteria del Pd sol perché in quel momento sembrava certo che, in caso di caduta del governo Berlusconi, si sarebbe andati al voto in tempi brevi: entro aprile 2012. Ora che lo scenario è completamente cambiato; ora che c’è più di un anno per poter lavorare e farsi conoscere, dentro e fuori il partito, non c’è dubbio che il Toscanaccio ingranerà la quarta per aggiudicarsi la guida del Pd, prima, e quella del centrosinistra, poi.

Bersani, quando ha formalmente detto sì al governo Monti, era consapevole di tutto ciò. Sapeva di firmare la propria condanna a morte (politicamente parlando). E per questo va ringraziato: ha anteposto l’interesse della Nazione al proprio. Chapeau.

Veniamo, ora, al centrodestra.

Il governo Monti verrà utilizzato dalle “colombe” del Pdl e da quelle di Fli per ricucire lo strappo con Gianfranco Fini. Stamane, e com’era facilmente prevedibile, un esponente pidiellino di peso, Gianni Alemanno, ha già lanciato segnali distensivi all’indirizzo del Presidente della Camera. Certo, fin quando l’ombra di Berlusconi aleggerà ancora sul Popolo della Libertà, è difficile immaginare come possibile un ricongiungimento. E però, se la saggezza prevarrà; se la volontà di salvaguardare il bipolarismo avrà la meglio, col tempo le due formazioni torneranno ad interloquire, ammesso abbiano mai smesso di farlo, e il Gran Futurista potrebbe anche essere sollecitato a tornare a casa. In fondo, nel Pdl sono in molti – da Galan a Frattini, dalla Prestigiacomo a Brunetta – ad aver bisogno di Gianfranco Fini: allo stato, infatti, egli è l’unico che potrebbe impedire al partito di trasformarsi, come vorrebbero invece Formigoni ed Alfano, nella Democrazia cristiana del Terzo Millennio. In più, l’unione che ha siglato con Casini è di cartapesta ed equiparabile ad una relazione tra “trombamici”: stanno assieme solo per convenienza, mica per feeling. Hanno in mente due progetti antitetici. Talché, il divorzio tra i due sarebbe consensuale ed indolore.

E qui veniamo al terzo scenario che il governo Monti potrebbe dischiudere. Quello più importante.

Casini, spregiudicato e democristiano fin nella midolla, desidera ardentemente una legge elettorale, di tipo proporzionale, che gli consenta di coronare il proprio sogno: scardinare il bipolarismo e fare dell’Udc l’ago della bilancia della politica italiana. Per questo ha voluto nascesse un governo di larghe intese: innanzitutto per avere una nuova legge elettorale.

Allo stato, la probabilità che riesca ad ottenerla è abbastanza alta. Fortunatamente, però, di tale materia si inizierà a discutere tra mesi: il Parlamento, ora, ha altro di cui occuparsi. Ecco, ciò che si verificherà in questo lasso di tempo, dall’insediamento dell’esecutivo Monti all’inizio della discussione sulla nuova legge elettorale, può cambiare l’esito della partita in questione.

Se Renzi, che è un bipartitista convinto, dovesse riuscire ad aggiudicarsi le primarie del Pd, nessuna legge di tipo proporzionale potrebbe essere appoggiata dal suo partito. Anzi: di sicuro ne verrebbe proposta una di tipo maggioritario.

Allo stesso modo, se Fini dovesse accettare di ritornare nel Pdl, non solo non avrebbe più interesse a sponsorizzare un sistema elettorale di tipo proporzionale, come oggi fa per assecondare Casini, ma si batterebbe strenuamente perché ne venisse approvato uno ancor più maggioritario di quello attuale. D’altra parte, prima che si consumasse lo strappo con Berlusconi, egli era, all’interno del Pdl, il più convinto sostenitore del Referendum Segni-Guzzetta. Quello che, se fosse andato a buon fine, avrebbe regalato al Paese il bipartitismo (ed incenerito la Lega, l’Udc, l’Italia dei Valori e SeL).

Dall’esito di questa partita dipendono le sorti del Paese. Se la vince Casini, torneremo alla Prima Repubblica e faremo la fine della Grecia; se la perde, come io spero, la Terza Repubblica ci regalerà grandi frutti: stabilità politica, crescita economica, riforme strutturali ed un sistema politico ed economico liberale.

Aggiornamento del 15 novembre.

Da leggere: Fini e il Cavaliere, l’ora della tregua e I rimpianti del Pd al 30 per cento.



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19 Responses to "Gli scenari che il governo Monti apre"

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